Mercoledì 14 Novembre 2018 - 7:42

Flat tax un “miraggio” non sempre conveniente

Le riflessioni sul Documento di Economia e Finanza 2018

DI LUIGI PASSANTE* E GUIDO SPINIELLO*

La flat tax, per definizione, identifica un sistema fiscale non progressivo, basato su una aliquota fissa, al netto di eventuali deduzioni fiscali o detrazioni. Di contro, è opportuno sottolineare, che la Costituzione italiana (art. 53) prevede che il sistema tributario sia informato a criteri di progressività della tassazione con la capacità contributiva del cittadino.

Tali premesse sono necessarie per il prosieguo del nostro ragionamento sulla “flat tax”, o meglio su quanto riportato nel DEF. Precisamente nella nota di aggiornamento del documento di Economia e Finanaza 2018, nel paragrafo IV.3 “LE PRINCIPALI LINEE DI INTERVENTO - Tassazione e contrasto alla evasione“, viene sottolineata l’intenzione da parte del Governo di “iniziare un percorso di riduzione graduale della pressione fiscale su famiglie e imprese, sostenendo nella prima fase le attività di minori dimensioni svolte da imprenditori individuali, artigiani e lavoratori autonomi. La graduale introduzione di una flat tax sui redditi dal 2019 avrà un ruolo centrale nella creazione di un clima più favorevole alla crescita e all’occupazione, tramite la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro” ( http://www.mef.gov.it/inevidenza/documenti/NADEF_2018.pdf ).

In relazione a tale obiettivo, per altro da collegare all’obbligo costituzionale di avere un sistema fiscale progressivo, il governo ha deciso di estendere il regime c.d. Forfetario con aliquota al 15% da applicare ad una base imponibile forfetizzata in base a dei coefficienti di redditività differenziati per tipologie di attività. Il limite di fatturato posto, stando alle ultime dichiarazioni, pare essere quello dei 65 mila euro.

Ciò che è opportuno chiarire, fin da subito, che non parliamo di una vera flat tax, o di un tanto sperato cambiamento. Infatti, nonostante l’auto proclamazione di essere il governo del cambiamento, tale misura non è altro che una estensione di una norma già in vigore.

Entrando nel merito della questione, è opportuno poi chiedersi se davvero tale estensione risulti essere conveniente per i numerosi contribuenti che possono essere coinvolti. Per farlo, non avendo ancora il testo ufficiale, ci limiteremo a considerare validi tutti i limiti e i requisiti ad oggi necessari in relazione al c.d. regime forfetario. In particolare, proveremo ad analizzare per punti vantaggi e svantaggi di tale estensione. In particolare:

SEMPLIFICAZIONE ED ADEMPIMENTI

In termini di semplificazione di adempimenti è innegabile il vantaggio per il contribuente. I contribuenti aderenti al regime fiscale in questione, infatti, non sono soggetti agli studi di settore (ed anche ai futuri ISA), oltre ad essere esclusi dal campo di applicazione dell’IVA e non essere considerati sostituti di imposta. Inoltre, per i forfetari non è previsto l’obbligo di adeguarsi alla fattura elettronica (per il solo ciclo attivo), oltre all’esonero dell’invio dello “spesometro” (comunicazione dati fatture). Naturalmente, tali vantaggi, si traducono in un risparmio concreto di costi (dal costo del consulente a quello relativo alla fatturazione elettronica). E’ opportuno ricordare che, invece, nulla cambia per la fatturazione elettronica passiva, ovvero tali soggetti saranno comunque obbligati alla ricezione ed alla conservazione delle fatture elettroniche di acquisto, nonostante tali fatture non siano “fiscalmente” rilevanti.

LAVORATORI DIPENDENTI

Altro punto focale, ad avviso di chi scrive, è legato al costo del personale dipendente. Infatti, nell’attuale regime, una delle cause di non adesione o di esclusione è l’impiego di lavoratori dipendenti che abbiano comportato una spesa superiore 5.000 € lordi annui. Tale limite, legato all’innalzamento del fatturato, risulta essere un problema serio ed attuale che potrebbe comportare l’utilizzo in “nero” dei dipendenti (spesso l’unico) dipendente, pur di rientrare in tale regime. Poniamo il caso, ad esempio, di una piccola attività commerciale con un dipendente, ad esempio commesso. Se il titolare di tale attività, generasse un fatturato congruo per applicare il regime forfetario, risulterebbe quasi impossibile mantenere alle sue dipendenze il suo dipendente con gli attuali limiti. A fronte del presunto risparmio di imposte, per cogliere l’occasione della “riduzione graduale della pressione fiscale”, il titolare potrebbe essere invogliato a licenziare il dipendente oppure a proseguire il suo rapporto in maniera fraudolenta.

PRESSIONE FISCALE

Stando invece alla pressione fiscale non è possibile definire in maniera univoca la convenienza di tale regime. Infatti, analizzando in maniera assoluta le aliquote e in considerazione della mancata applicazione dell’IVA, sembrerebbe immediatamente conveniente tale regime fiscale. E’ opportuno chiarire che tale convenienza non è per necessità di cose automatica ed è legata alla singola posizione del singolo contribuente. Infatti, a seconda dell’attività svolta, può non essere necessariamente conveniente tale regimo. Poniamoci, per esempio, nel caso in cui il contribuente abbia costi “reali” superiori a quelli riconosciuti tramite la percentuale di redditività stabilita e che tali costi risultino per la maggior parte soggetti ad IVA (locazione immobile soggetto ad IVA, ad esempio), la scelta non risulterebbe affatto ovvia. In tale circostanza infatti, l’utile dichiarato ai fini fiscali nel regime forfetario, risulterebbe molto alto rispetto a quello fiscalmente rilevante in un regime fiscale semplificato e l’IVA (per altro partita di giro, quindi da non considerare alla stregua di un costo) risulterebbe comunque abbattuta dall’imposta a credito maturata sui relativi costi. Lo stesso reddito fiscalmente più alto generato nel regime forfetario, inoltre, risulterebbe la base imponibile per il calcolo della contribuzione (sia trattasi di cassa professionale, sia di Gestione separata sia di Gestione Commercianti ed Artigiani). Inoltre, ulteriore fattispecie da valutare attentamente, è legata alla questione Rimanenze. Infatti, nonostante per i contribuenti semplificati, il valore delle rimanenze (sia iniziali che finali) non ha più valore fiscale, gli stessi contribuenti hanno dovuto indicare tale valore (precisamente quello delle rimanenze finali) sia negli studi di settore 2018, sia nelle proprie dichiarazioni REDDITI 2018. In tale circostanza, il passaggio da un regime semplificato a quello forfetario, comporterebbe l’obbligo in capo all’imprenditore di versare l’IVA, precedentemente detratta, sulle rimanenze. In ultimo sono da considerare tutte le detrazioni di imposta previste per il regime semplificato e non utilizzabili nel regime forfetario.

In altre parole, bisognerà compiere una valutazione specifica su ogni singola fattispecie prima di decidere quale regime fiscale adottare.

DISGREGAZIONE

Ulteriore considerazione da fare è quella relativa al “messaggio” lanciato a seguito di tale estensione del regime forfetario. La tendenza sembrerebbe essere quella di favorire la disgregazione, piuttosto che una aggregazione. Tale fattispecie, legata al nostro mondo professionale, inoltre, cozzerebbe con le intenzioni dei vertici della nostra categoria di favorire le specializzazioni. Immaginando ad esempio più professionisti specializzati in aree differenti, difficilmente questi ultimi, per ragioni fiscali, tenderebbero all’agreggazione in uno studio professionale associato. In tal senso, era auspicabile una norma fiscale che favorisse la creazione di società tra professionisti, così da favorire lo sviluppo di poli di qualità, costituiti dall’unione di più professionisti.

In conclusione, aspettando ancora ulteriori e definitivi chiarimenti, ciò che è da chiarire è che non possiamo parlare di una vera e propria flat tax e che è sempre necessario valutare caso per caso il reale vantaggio fiscale nello scegliere tale regime.

Purtroppo sembrerebbe che tali misure pensate dall’attuale governo servano a soddisfare più le esigenze populiste di una nazione stanca piuttosto che mirare ad una crescita vera, attraverso un aiuto concreto alle piccole/medie imprese ed ai professionisti, che rappresentano il tessuto economico più importante della nostra economia.  

*Unione Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Napoli

12:51 19/10

di Redazione


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