Martedì 23 Ottobre 2018 - 9:58

«Quel ragazzo con il caschetto è stato un rivoluzionario»

Nino D'Angelo ripercorre la sua carriera in vista del concerto del 19 al Palapartenope

di Bruno Russo

Continuano i concerti della stagione 2018. E torna, a grande richiesta dopo il successo allo stadio San Paolo e del 16 marzo al Palapartenope, la festa dei 60 anni di un cantante partenopeo che è tra i più amati anche perchè al suo passaggio sgranano gli occhi non solo i napoletani: Nino D’Angelo. La sua brezza toccherà successivamente l’Arena del Mare di Salerno il 6 luglio, quindi Ostia Antica il 20, Pescara, Gaeta, Sapri, e tanti altri per sforare, poi, in autunno, fino ai palchi di Londra, Liegi e il “Bataclan” di Parigi. 
Un nuovo “sold out” annunciato quello del 19 maggio al Palapartenope. Dal classico alla svolta etnica come definito dalla critica, D’Angelo è un idolo di più generazioni: ancora si sente l’eco del concerto del 24 giugno 2017 al San Paolo, tanto da riportare le immagini più emozionanti sul palco del Palapartenope.
Per usare l’eufemismo informatico, hai intitolato il concerto al Palapartenope “6.0”, per festeggiare 60 anni di età di cui 40 di carriera: ma la svolta etnica come vuole la critica, esiste sul serio?
«In un certo qual modo sì. Un etnico moderno, con varie contaminazioni perché io amo le diversificazioni che provengono da vari influssi geografici ad esempio già negli anni ’80 potevo dire di essere un artista di etnia pop. Del resto venendo dalla periferia ho coniugato le contaminazioni popolari e poi, conoscendo tante persone colte e preparate ho saputo integrare le nuove conoscenze, ma sempre restando me stesso, ovvero una persona che parla di sentimenti in contesti diversi. Ad esempio quel ragazzo con il caschetto è stato un rivoluzionario, perché in un momento in cui si facevano le canzoni di malavita o di giacca, io parlavo a quella gente della canzone d’amore».
Qualcuno afferma che sei il primo dei neomelodici...
«Mi potrebbe anche andar bene sempre nell’ambito del discorso di innovazione che mi ha trovato sempre come precursore, ma dipende anche dalla definizione di neomelodico che è una parola bella ma gestita molto male. Sono un cantautore che ha portato nel momento giusto un linguaggio nuovo nei testi; una Napoli riscoperta in quei valori che possiede da sempre ma con una componente fondamentale di modernità. Ad esempio un mio grande idolo della gioventù è stato Peter Gabriel, leader dei Genesis, fino a quando non ha lasciato il trono al batterista Phil Collins: ebbene, lui mi ha insegnato che con il suono si arriva dappertutto, e io mi sono divertito ad applicarlo alla mia musica».
Hai un successo strepitoso in Sicilia e gira la voce che la tua fama sia partita da qui: è così?
«Sono arrivato nella vita senza agganciarmi alle grandi multinazionali, e ho preso linfa e successo proprio in quei luoghi ove preconcetti e pregiudizi nei rapporti non esistono. La Sicilia è così e forse nel napoletano può scattare un po’ di gelosia, ma effettivamente la mia fama è partita da lì e oggi mi vedono un idolo incontrastato. In realtà Napoli premia tanto, ma sono proprio i pregiudizi e le prevenzioni a creare una sorta di muro che impedisce che la presa sia rapida, e la stessa cosa la si può dire del teatro».
I giovani possono investire sulla musica partenopea?
«Conosco tanti giovani che lo vogliono fare riferendosi proprio a quegli artisti che hanno saputo introdurre qualcosa di nuovo, fermo restando il proprio bagaglio culturale e musicale. Liberato, ad esempio, è uno di questi ed ha saputo, anche se con una maschera, mettere al centro della propria musica il dialetto, e far sì che ciò non crei differenze tra Nord e Sud, ma sia un discorso altrettanto valido in una città come Milano. Ecco, da questo punto di vista, io mi definirei un “apripista”, per dare soprattutto ai giovani la direzione giusta al momento appropriato».
Parliamo di “6.0”, del regalo che vorresti e della band che ti accompagna?
«Desidero che la cultura e i sentimenti rappresentino ancora il miglior modo per rappresentarsi e migliorarsi, e per questo motivo cerco di cantare rispondendo alle esigenze della gente che mi ascolta. Dalle canzoni di oggi a quelle degli anni ’80, la scaletta risponde solo a ciò, riproducendo anche quelle che sono le mie due anime artistiche. Così la band è composta da miei amici che usano allo stesso modo la fisarmonica o gli strumenti elettronici. Il concerto “6.0” fa parte di un progetto che è proseguito con la pubblicazione del mio album “Nino D’Angelo 6.0”, un triplo lavoro che contiene il dvd dello show dello stadio San Paolo, un disco di inediti e uno con i cosiddetti insuccessi, ovvero con i pezzi che non hanno avuto ciò che meritavano».
E un “6.1”, per così dire, si potrà collocare anche al teatro Trianon dopo il Palapartenope?
«Sono il direttore di un teatro che rappresenta il cuore di Napoli. Il quartiere Forcella, con le mura greco romane di una storia e di una cultura che non ha mai creato contrapposizioni, ma sovrapposizioni. Già è tanto che questo teatro sia ancora attivo e aperto, perché i problemi sono tanti, ma enorme è la voglia da parte nostra di mantenerlo in vita. E come detto in una delle mie canzoni preferite, “Maletiempo”, cerchiamo di esprimere un valore sociale e culturale in tempi vuoti e privi di sentimenti che per questo, oggi come allora, risultano rivoluzionari quando fanno breccia nel cuore della gente con le mie canzoni e le mie e le mie emozioni».

16:47 11/05

di Redazione


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