Domenica 22 Ottobre 2017 - 19:07

Gigi Savoia, da Eduardo a Maradona

L’attore cresciuto con i consigli di De Filippo ha recitato al San Carlo per il Pibe: ora sul set di un regista di fama

NAPOLI. Nel destino di un attore come Gigi Savoia, un palcoscenico c’era di sicuro. Vuoi come musicista, vuoi come attore, o persino come calciatore. Nella vita dell’attore partenopeo, un pubblico che l’avesse applaudito, ci sarebbe sempre stato. Inizia infatti, come musicista la carriera di Savoia, perché forma e ne farà parte per svariati anni, un gruppo musicale negli Anni 70, dal nome “Gli Achei”. La sua carriera e la sua vita lo vedono interessato a molte forme di spettacolo, anche perchè ama il calcio e lo gioca. Ma la sua esperienza nello sport, ha raggiunto livelli particolarmente elevati, perchè nell’epoca Maradoniana, diventa dirigente accompagnatore della società calcio Napoli, con la presidenza di Ferlaino. «È stata una grande emozione ritrovare Diego e dedicargli quello scritto, nella serata al San Carlo - rammenta Savoia - perchè abbiamo rivissuto un periodo d’oro della nostra vita e della vita della società calcio Napoli. Quando gli ho ricordato di un vecchio magazziniere e di un telefonista della società, si è ricordato di loro e si è commosso».

Quindi anche il calcio nella sua vita, ma come ha iniziato a fare il musicista?
«Ho cominciato con la musica. Ho iniziato a guadagnare le mie prime paghe in un gruppo che si chiamava “Gli Achei”, con me c’erano grandi musicisti, come Enzo e Rino Avitabile. Poi ancora Piero Gallo alla chitarra. Facevamo tutta musica americana. Per un po’ di anni andavamo nei locali famosi a suonare. Ad un certo punto i famosissimi Showmen si sono sciolti e il mitico Mario Musella, decise di venire nel nostro gruppo. Anche quella è stata una bellissima esperienza, perchè con Mario abbiamo inciso una versione di “Giorgia on my mind”, che ha fatto storia. In quella incisione c’era il maestro Tonino Balsamo al contralto, Enzo Avitabile suonava il tenore, io tenore e baritono, al piano Antonio Sinagra, e con noi, in quella incisione, suonò persino Pino Daniele. La voce era quella di Mario».

Come è passato poi, al teatro?
«Sono passato al teatro perchè ad un certo punto si è sciolta la nostra orchestra, e siccome in famiglia c’era il germe del teatro, ho voluto seguire queste orme. La madre di mio padre, si chiamava Italia De Martino, e suo padre era Giuseppe De Martino, il grande Pulcinella, che ha sostituito il mitico Petito in giorno in cui è morto al S.Carlino. È stato uno dei primi Pulcinella dopo Petito. Invece il papà di mio padre, Roberto Savoia, è stato l’amministratore di Viviani per tanti anni, e in quegli anni l’amministratore si divertiva anche a recitare piccoli ruoli. Per cui in famiglia con Gigetto De Martino,altro magnifico Pulcinella, padre di Peppino De Martino che ha fatto tanto teatro con Macario e film con Totò e PeppinoDe Filippo, io non potevo non seguire questi percorsi.Ma non tralascerei miei familiari come i Mercurio, grande stirpe di macchinisti teatrali».
Come è stato l’incontro con Eduardo?
«È stato casuale. Allora stavo facendo “Pescatori” di Viviani, con Mariano Rigillo, e Mico Galdieri mi informò che Eduardo stava cercando personale giovane per ruoli da caratteristi. Andai a Posillipo nella sua vecchia casa. Doveva essere un provino, infatti mi preparai a puntino, invece si ridusse tutto a quattro chacchiere molto informali. Mi chiese di dove ero e cosa volevo fare. Solo con quello, bastò a farmi prendere in compagnia con Luca. Ci sono rimasto per molto tempo. Anche dopo la sua morte. Ho continuato con Luca, e sono rimasto come uno di famiglia».

Qualche aneddoto, che descrive la personalità del maestro?
«Ne ho tanti, ma uno lo cito sempre. E lo faccio per i giovani che solo con qualche piccola esperienza, si sentono già arrivati. Durante le prove del “Turco napoletano”, di tanto in tanto andavo da lui molto timoroso, a chiedergli se una tale battuta la facevo bene o dovessi cambiarla. Lui ci dava sempre rigorosamente del voi. Io lo chiamavo Direttore. Gli chiesi più volte e con insistenza se potevo fare una battuta in un certo modo, e lui mi gelò con poche parole.Mi disse: “Vuje facite troppe domande, addò vulite arrivà? Vuje nun ata essere agitato, tanto solo a 50 anni, sarete un buon attore” Volendo dire che solo attraverso tanta esperienza si arriva a mete alte. Lui non diceva mai delle cose inutili. Mi volle dire che per arrivare ad essere un attore scafato, ci vogliono eperienza e gavette particolari, e non correre troppo con le intenzioni. Avevo appena 27 anni e ora mi rendo conto che anche oggi dopo tante esperienze, ci sono ancora cose da aggiustare».

Il teatro, nel tessuto sociale di oggi, ha una sua funzione?
«Il teatro per me, avarà sempre la sua funzione sociale, che è quella nobile di emozionare e far pensare. Ma stiamo parlando di teatro vero. Se poi parliamo di una qualsiasi esibizione su un palcoscenico, allora non è la stessa cosa. Noi  parliamo del vero teatro, che non può prescindere da un vero drammaturgo e un vero autore,che già ha voluto nel suo scritto, un voler mandare ai suoi posteri un suo pensiero, un messaggio, una sua poetica, o una riflessione, allorquando l’attore aggiunge il suo lavoro su quel testo, si finalizza il tutto con un gran momento di emozione che avviene tra l’attore sul palco e il pubblico in sala. I Greci facevano questo, perchè c’è stato da sempre la esigenza di rendere pubblico le sensazioni degli scritti di grandi drammaturghi. Da sempre quindi, il teatro ha avuto la sua grande funzione sociale e aggregativa oltre che emozionale. Mi spiace solo che oggi nascono autori e drammaturghi che non sono all’altezza,perchè il progresso impone la  commercializzazione di certe cose, mentre una volta ne nascevano un paio, ogni centenario e bastavano. Oggi ne vedo alcuni che sembrano solo animatori di villaggi. Ci sono regole importanti, nella scrittura, che non posso essere disattese».

E i giovani in tuto questo come reagiscono?
«Guardi, il pubblico non ha solo voglia di ridere. Dopo tanti anni mi ha chiamato il teatro Stabile di Napoli per fare un targedia greca classica, il “Prometeo incatenato” di Eschilo. Ti rendi conto che facendo solo tre serate, a Pompei, vedi in platea 2.000 persone a serata, in totale una tragedia come quella, in tre sole sere, ha fatto seimila persone, tra cui molti giovani che venivano a congratularsi con noi e a fare delle domande intelligenti sullo spettacolo che avevano assistito. Tutta gente del popolo e di tutte le età che erano rimasti affascinati dalla vera matrice del teatro, cioè la tragedia greca. Ci si allontana dal teatro solo per una volontà politica degli esercenti, che pensano di più a far cassa».

Il lavoro che ricorda con più attenzione, tra quelli fatti?
«È una parola. Dovrei menzionarli tutti. Io ho un debole e uno spazio nell’anima per tutti i lavori che ho fatto. Quando salgo sul palco, dò tutto me stesso per lo spettacolo che sto facendo, e quello spettacolo ti lascia di contro, qualcosa di suo. Sarebbe molto facile dire che mi piace quello o questo spettacolo. Ho fatto di tutto,  di moltissimi autori, e spettacoli come un “ Matrimonio di Figaro”, o un “Don Giovanni” di Brecht. Ma non posso dire che questi sono stati al di sopra di altri che ho fatto con Strelher o con Calenda. Non c’è un prediletto, in teatro non ci può essere».
Un testo che vorrebbe fare?
«Questo inverno rimetterò in scena di Armando Curcio, cioè “I casi sono due”, però vorrei, se la situazione teatrale migliora, dare seguito a due piccoli desideri. Vorrei mettere in scena un Pirandello e uno Shakespeare. Prima di cessare la mia carriera è il mio sogno; affrontare questi due autori magnifici».

Il suo rapporto con la critica teatrale?
«Devo dire la verità che io mi sono amareggiato e arrabbiato, ho anche litigato con qualche critico, c’ho sofferto un po’ come succede a molti che fanno questo lavoro. L’attore un tempo si aspettava sempre una certa gratificazione, oltre quella del pubblico, e che veniva dalla critica. Il pubblico ti dà una gratificazione circa lo spettacolo in toto, mentre il critico ne fa una più tecnica, più specifica, su quella che è stata la tua messa in scena, la tua recitazione e così via.La mia è stata l’epoca di critici come Elio Pagliarani, Aggeo Savioli, Franco Quadri, tutti grandi. E tu aspetti sempre il loro giudizio. Con quelli napoletani non è stato sempre felicissimo, da Umberto Serra in poi. Ad un certo punto però, avviene uno strano cambiamento. Il critico con cui hai sempre combattuto, e con lui, tutto sommato, il rapporto cambia. Diventa un bellissimo rapporto con ognuno di loro. Solo dopo aver fatto tanta gavetta, ti rendi conto che sono importanti anche le critiche. Per noi è davvero necessario».

I suoi programmi prossimi?
«Innanzitutto la ripresa di “Prometeo incatenato” e poi la messa in scena de “I Casi sono due”. A fine agosto sarò sul set di un regista di fama mondiale, ma non posso dire altro».

 

14:45 12/08

di Gianni Mattioli


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