Giovedì 21 Settembre 2017 - 7:06

Successo napoletano di Morte di Danton

Applausi calorosi per la messa in scena di Mario Martone

Morte di Danton

 

di Mimmo Sica

 

Gli applausi convinti e calorosi del pubblico del Politeama durante e al termine dello spettacolo hanno  consacrato il successo napoletano di “ Morte di Danton” diretto da Mario Martone, presentato dal Teatro Stabile-Teatro Nazionale nell'ambito della sua stagione teatrale. In tre ore, oltre all’intervallo, durante le quali l’attenzione in sala è stata sempre molto alta, il regista e sceneggiatore napoletano ha rappresentato il testo, nella traduzione di Anita Raja, che il  ventunenne scrittore e anatomista Georg Büchner scrisse in sole cinque settimane, tra il gennaio ed il febbraio del 1835, mentre era in fuga dalle autorità dell’Assia dove era stato coinvolto in una rivolta. I ventinove attori in scena, hanno “raccontato” l’epilogo del Regime del Terrore che nel “Dantons Tod” del giovane autore tedesco ha come protagonista assoluto il drammatico scontro tra gli ex compagni Georges Jacques   Danton e Maximilien de Robespierre, interpretati in maniera maiuscola rispettivamente da Giuseppe Battiston  e da Paolo Pierobon. Il primo è “l’indulgente”, che aspira a una repubblica scevra da imposizione in cui ognuno <<possa godere a modo suo, purché nessuno goda a spese di un altro o lo disturbi nel suo personale godimento>>. Emblematica è la scena del nudo integrale di una fanciulla che amoreggia con lui e la fugace visione di un momento orgiastico. Il secondo è “l’incorruttibile” che considera vizio, l’edonismo di Danton <<vizio che in certi momenti diventa tradimento>> e che afferma che << la Virtù senza il Terrore è impotente>>. Per Martone la tragedia è anche l’esaltazione  della fragilità umana. Nelle sue note afferma che <<per Büchner, come per Leopardi (La ginestra è di un anno dopo), la Storia non è che una macchina celibe, anche se le ragioni per scatenare la rivoluzione sono sempre tutte e vive e presenti . Quello che commuove, in Morte di Danton, è la fragilità: sembra un paradosso, trattandosi di vicende che raccontano i protagonisti di un tempo in cui si è sprigionata una forza della quale ancora oggi sentiamo la spinta. Eppure nessuno di quegli uomini ha potuto sottrarsi, oltre che alla ghigliottina, alla verifica della propria impossibilità di invertire la rotta assegnata (da Dio? dalla Natura? dal nulla?) agli esseri umani, nonché di porre rimedio all’ingiustizia che da sempre regna sovrana>>. Magistrale l’analisi che Martone fa dei protagonisti. Spiritualismo e ascetismo pervaso da principi religiosi e dogmatici tratteggiano la personalità dell’“incorrittibile”. Caratteristiche, queste, che esplodono con veemenza travolgente nel discorso che Robespierre fa dal “pulpito” del Comitato di Salute Pubblica con il quale distrugge  l’icona rivoluzionaria dantoniana e la ricostruisce con le sembianze di chi ha commeso alto tradimento.  Ma mentre arringa è palpabile l’ angoscia che lo attanaglia, dovuta alla consapevolezza che la sua intransigenza è anche la condanna alla solitudine e che a breve sarà carnefice di se stesso sulla ghigliottina. Di effetto il “bipolarismo” che il regista  enuclea  dall’ego di Danton: apatico, vacuo nel suo pigro edonismo, fortemente reattivo, aggressivo e irruente durante il processo. E’ guidato nel suo modo di essere dal convincimento che <<non siamo noi a fare la Rivoluzione, è la rivoluzione che ci ha fatti>> e ancora <<a breve risiederò nel nulla. Sarà la storia a dare al mio nome la residenza nel Pantheon>>.  E’ da sottolineare che nel secondo tempo Martone  ha dato spazio anche al lato umano dei personaggi rendendo loro giustizia in un mondo, quello della rivoluzione, che per definizione lo cancella. Ci riferiamo alla scena in cui ciascuno dei carcerati “illustri” rivela se stesso. Tom Payne (Paolo Graziosi) disquisisce di filosofia e metafisica, Camille Desmoulins (Denis Fasolo) parla con entusiasmo di teatro e giornalismo, Hérault de Séchelles (Massimiliano Speziani) che di fronte alla ghigliottina prende coscienza che non trova più nulla di sherzoso da dire. E’ la risposta che l’uomo nella sua essenza più umana dà al comportamento freddo, spietato, terribilmente alienato e alienante di Saint-Just che nella sua arringa accusatoria esclama <<a chi si fa scrupoli di fronte alla parola sangue e alla prospettiva, concreta, che esso sia versato ancora, dico che noi non siamo più crudeli della natura e del tempo>>.  Al finale il compito di dare un messaggio forte. Lucile (Irene Petris), dopo la morte del marito Camille, irrompe sulla scena e “rinuncia” di fatto alla vita esclamando ai gendarmi <<viva il Re>>. Questa frase ha un significato univoco: la rivoluzione uccide se stessa.   Di Battiston e Pierobon abbiamo già detto. Bravissimi tutti gli altri attori.  Bella per la sua tenerezza la presenza del biondissimo figlioletto di Irene Petris, in braccio alla “mamma” Lucil.  Di pari maestria la sceneggiatura  dello stesso Martone: la scena è quasi esclusivamente fatta  da cinque sipari rossi che si aprono e si chiudono con i ritmi e i tempi richiesti dal testo e accompagnati dalla musica che a tratti li “trasforma” nella lama della ghigliottina. I costumi sono di Ursula Patzak; le luci di Pasquale Mari; il suono di Hubert Westkemper. Il cast completo è  composto da Giuseppe Battiston, Fausto Cabra, Giovanni Calcagno, Michelangelo Dalisi, Roberto De Francesco, Francesco Di Leva, Pietro Faiella, Gianluigi Fogacci, Iaia Forte, Paolo Graziosi, Ernesto Mahieux, Paolo Mazzarelli, Lino Musella, Totò Onnis, Carmine Paternoster, Irene Petris, Paolo Pierobon, Mario Pirrello, Maria Roveran, Luciana Zazzera, Roberto Zibetti, e da Matteo Baiardi, Vittorio Camarota, Christian Di Filippo, Claudia Gambino, Giusy Emanuela Iannone, Camilla Nigro, Gloria Restuccia, Marcello Spinetta.

 

 

13:46 28/04

di Redazione


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