Lunedì 20 Novembre 2017 - 18:39

Divorzio: a rischiare sono soltanto i figli

Opinionista: 

Pasquale Mastrangelo

Interpretare il verdetto della Corte di Cassazione sul contenzioso Grilli- Lowenstein come una vittoria o una sconfitta, a seconda delle prospettive di parte, potrebbe causare, in entrambi casi, madornali errori di valutazione, per lo più basati su spinte emozionali, superflue e non pertinenti convinzioni politiche, spesso frutto della temporanea direzione del vento modaiolo. Non c'è dubbio che sarà una pietra angolare su cui, da oggi, si legittimerà un nugolo di richieste di revisione o di patrocini legali, in cui il contenzioso non si focalizzerà sulle cause emotive del fallimento di un'unione matrimoniale, ma su quanto debba percepire colei o colui che riuscirà a dimostrare la propria debolezza esistenziale, la sua presunta "autosufficienza economica" senza un congruo assegno di mantenimento da parte del "più forte", per nostra cultura atavica e obiettive discrepanze occupazionali, il coniuge maschile. Il tenore di vita, un'abitudine di agiatezza da cui non si vorrebbe "divorziare", si può fare a meno di un coniuge ma non dei suoi soldi, non sarà più vincolante, perché - si può essere d'accordo o no - in questa società consumistica, dove non ci si sposa più per mettere al mondo figli, il concetto di matrimonio va per forza riletto e riconsiderato alla luce di tale celebrata rivoluzione culturale e di costume. Quante volte oggi un matrimonio rappresenta un atto di fede o di amore? Certo, da più parti si nota che per le motivazioni legate a tale sentenza, gli scenari futuribili si concentreranno sui divorzi del ceto medioalto o economicamente inossidabile, lasciando immutate le problematiche inerenti alla maggioranza dei casi, lontani dalla mondanità, ma l'effetto dell'enunciato giuridico non cambia e, a nostro avviso, si assisterà ad ingiustificate, penose lungaggini di cause giudiziarie non consensuali. La guerra mediatica è cominciata, ma è troppo facile e scontato rivolgersi ad una moltitudine di donne, istigandole a sentirsi deboli e tradite da una sentenza che certo appare iniqua. siamo "illuminati e catechizzati" da commenti, opinioni e lezioni sociologiche su come e quanto debba cambiare l'attuale società, i rapporti relazionali fra uomo e donna, e condividiamo l'auspicio della fine di un'abitudine al comando, al possesso ed alla violenza sulle donne, in nome di una parità totale di diritti e doveri. Respingiamo però le vuote parole di comodo, la comprensione concessa per simpatia, magari perché politicamente corretto, non ne condividiamo l'abuso strumentale. Ormai sembra che ogni tragedia coinvolgente una donna debba considerarsi un alibi per affermare un regime matriarcale, invece che occasione per una rivoluzione culturale che annulli secoli di oscurantismo sessista. Ecco, non siamo d'accordo sul qualunquismo interpretativo di tale sentenza. Il divorzio è la chiusura definitiva di un rapporto non più accettato da entrambi i coniugi, e si pretende dalla legge, richiedendolo, di tornare "liberi" dal vincolo matrimoniale, senza scegliere effetti collaterali parziali però, perché è la parola "fine", e il sostegno economico va quantizzato solo in presenza di figli e del genitore affidatario. Quei figli che chiedono perché, che forse accettano un divorzio come male minore, terrorizzati da una quotidiana domestica violenza verbale e fisica, usati come arma o merce di ricatto morale in una guerra senza fine, subdola, anche dopo la sentenza e che odieranno le nuove famiglie: altri figli, altri affetti a loro negati. Svilupperanno uno strano istinto di conservazione. Giocheranno un ping pong emozionale e delatorio fra padre e madre, nel tentativo di godere dei falsi vantaggi della loro alienante esistenza. Perderanno la fiducia nel prossimo e guarderanno con occhio rancoroso i coetanei fortunati, cercheranno rifugio nelle regole del gruppo o in una solitudine sentimentale ed intellettiva, dalla quale, forse, con dolore e continue battaglie, riusciranno a venir fuori. Qualcuno di essi purtroppo si fermerà, chiedendosi se valga la pena di aspirare ad un dignitoso e felice "tenore di vita"... o farla finita. Il rischio è tutto qui.

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