Venerdì 17 Agosto 2018 - 0:10

Governo gialloverde e nomine, nulla di nuovo sotto il sole

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

C’è gran foga in quel che rimane delle opposizioni, nel segnalare che il Governo gialloverde sta impadronendosi d’ogni posizione disponibile non diversamente da come han fatto i suoi predecessori: anzi, ricchi della forza della convinzione – i nuovi eroi hanno un bel dire che essi impersonano il cambiamento e la purezza – sembra quasi siano anche più determinati dei predecessori, insomma vanno avanti come treni e s’assegnano le ambite cariche paragovernative e di maggioranza. In tutto ciò, nulla di male. Solo un bimbetto avrebbe potuto abboccare alla tesi del cambiamento. Le leggi del potere non le hanno inventate né la Lega né i Cinque stelle, stanno lì più o meno da sempre, o quanto meno da quando forti realtà statali sono andate affermandosi. E tutti sanno che non c’è politica possa farsi senza contare su uomini vicini, per interesse più che per idee, ma anche per idee, a chi le leve del comando ha intenzione d’adoperare. Di qui, la formalizzazione giuridica del potere nella cosiddetta ‘nomina’: un potere che il diritto riveste di legittimità – forse sarebbe meglio scrivere: di legalità – ma che alla sostanza delle cose non risponde ad altro che al criterio dell’arbitrio, legittimato, in democrazia, dalla forza dei numeri. Numeri, peraltro, anch’essi legittimati dal rivestimento giuridico, che rende maggioritarie forze largamente minoritarie, per effetto dell’equazione tra la maggioranza degli effettivi votanti e la maggioranza degli aventi diritto al voto. Ma così va il mondo socializzato, che vive di continue, ineliminabili finzioni. Dunque, nessuna meraviglia e soprattutto nessun particolare danno dalla spartizione – facendo la tara delle qualità delle scelte. Quel che più preoccupa, da cittadino che ha raggiunto una certa qual umana tranquillità, non è la bramosia di potere, è piuttosto la condizione assai precaria dell’Esecutivo in carica. Perché, questo sì, può crear danni, e danni seri, soprattutto quando si prendono posizioni poco gradite all’establishment internazionale ed, al contempo, si vive d’un’economia precaria e debitrice dell’altrui fiducia, al punto che, se quest’ultima dovesse venire a mancare, ci troveremmo immantinente nella difficoltà di provvedere finanche agli stipendi dei pubblici dipendenti. E comunque i problemi si farebbero parecchio seri. Ora, il Governo Cinque Stelle-Lega è – difficile porlo in discussione – una formazione vistosamente populista: non lo nega nemmeno il suo Presidente del Consiglio, singolare figura sulla quale hanno sublimato le loro brame, i vice Di Maio e Salvini. Ma proprio del Governo populista, sono annunci forti e chiari e scelte nette – non tutte quelle dichiarate, ma almeno una parte che si faccia avvertire – in favore degli elettorati che si sono blanditi ed esaltati, esattamente in vista del perseguimento di quegli sbandierati fini di rivoluzione sociale. Anzi, a quel che se ne sa anche rivoluzione culturale, come ci ha ricordato il vice premier Di Maio, novello emulo di Mao Zedong. Ed è proprio qui che casca l’antonomastico ciuchino. Perché nel Governo in carica coabitano due opposti populismi. Quello del Nord, esaltato dall’efficienza e dalla produttività, venato di un certo qual razzismo, pieno di pregiudizi nei confronti di chi considera sottosviluppato. Ed il problema non da poco è che tra i supposti sottosviluppati c’è proprio la gran parte dell’elettorato dei Cinque Stelle, che ambisce a reti di assistenza, a tutele estese nel lavoro, ad interventi perequatori dello Stato, e che vede di mal occhio – con un certo sfondo luddistico – tutti i simboli più estremi del progresso, non escludendo da ciò ovviamente la grande industria, intesa quale massima espressione dello sfruttamento dei meno abbienti. Ora, come mostrano all’evidenza le contorsioni seguite all’avvio dei primi due punti dei rispettivi programmi – lotta all’immigrazione e potenziamento delle tutele sul lavoro – la convergenza delle due anime è altamente improbabile, difficilissima da perseguire, affidata a sofisticazioni verbali ed equilibrismi concettuali, peraltro nemmeno particolarmente adatti al linguaggio povero e spiccio dei due leader di riferimento. Ma soprattutto inadatti all’animo populista. Perché quest’animo vuol vedere e sentire cose semplici e chiare, populistiche appunto, vuol assistere a rotture con il passato, ambisce veder assestati colpi decisivi agli assetti normativi preesistenti, vale a dire agl’interessi che erano riusciti a prevalere sino ad oggi. Tutto questo, il barcamenarsi furbesco delle dirigenze populiste tra parole anodine non può darlo; e soprattutto, ogni decisiva scelta che andasse verso l’un populismo, creerebbe (e sta già creando) reazioni speculari nell’altro. Oggi l’entusiasmo per l’occupazione del potere ancora tiene relativamente unita la carovana governativa; ma andando avanti, difficilmente la cosa potrà rimanere in corsa, perché anche il populismo ha le sue abbastanza rigide leggi del potere. Che talora tornano utili a chi populista non è.

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