Giovedì 14 Dicembre 2017 - 16:13

Il corno, la superstizione e l’immagine di Napoli

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

C’è da sperare che l'amministrazione comunale di Napoli ripensi all'iniziativa presa con l'Avviso pubblico del 15 giugno scorso, indicendo una manifestazione d'interessi, finalizzata a sollecitare idee per celebrare il rapporto di Napoli con il malocchio, la jella, la sfortuna, la scaramanzia. Insomma, per valorizzare il peso che la superstizione ha avuto ed ha nella tradizione del popolo napoletano. C'è da sperarlo, perché la piega che subito l'iniziativa ha preso è forse tra la peggiore che si potesse immaginare per valorizzare la storia della nostra cultura. A dar vita all'idea è stata una proposta della Italstage srl di Pasquale Aumenta, manager specializzato di spettacoli all'aperto, il quale ha proposto l'installazione nella rotonda Diaz d'un enorme corno rosso, quello appunto contro il malocchio, del diametro alla base di trenta metri e dell'altezza di sessanta. Su questa base tematica è stato indetto il concorso d'idee, ed all'esito il comune dovrebbe scegliere la migliore realizzazione. Naturalmente in queste materie tutto è suscettibile di valutazione ed i punti di vista possono variare, largamente. Epperò, prima di determinarsi in simili iniziative, si dovrebbe assumere un atteggiamento quanto meno critico, critico nel senso di prefigurarsi i pro ed i contra. Anzitutto, sarebbe necessario considerare che nell'anno domini 2017 gettare un fascio di luce della potenza che dispiegherebbe un monumento del genere o altro d'analoga fattura su d'un sito di tale ribalta, non sembra il modo più adatto di promuovere l'immagine di Napoli nel mondo. Bisognerebbe badare al fatto che i pregiudizi sul popolo napoletano, sui suoi modi di vita, sul suo senso della civiltà e della responsabilità, sulla qualità delle sue idee, sono pregiudizi forti ed ampiamente diffusi. Solo qualche giorno fa, per fare un esempio, nel conversare con un tassista che m'accompagnava alla stazione di Milano, condividevo con lui considerazioni sull'utilità del viaggio in treno, occasione per lavorare indisturbati guadagnandosi una lunga parentesi di pace. E ne ricevevo in risposta l'ironica considerazione sul fatto che un napoletano potesse anche lavorare o aver da lavorare. Valutando l'iniziativa del corno – o chessò, del pazzariello, del gobbetto porta fortuna o d'una gigantesca testa d'aglio fravaglio fattura ca nun quaglio, di pappagonesca memoria – bisognerebbe riflettere che si fornirebbero armi formidabili ai numerosissimi detrattori della città, dando loro argomenti sugosi e di agilissimo uso per relegarci nel folclore primitivo dei riti tribali, dell'ignoranza prescientifica, dell'arretratezza culturale, della volgarità triviale. Bisognerebbe riflettere che un corno gigante è immagine che farebbe il giro del mondo e che assocerebbe la città ed il suo popolo alla superstizione ed al pregiudizio, alimentando, paradossalmente, un altro pregiudizio, quello di chi su queste immagini fonderebbe acriticamente conclusioni gradite, come sempre gradita nell'uomo è la maldicenza sull'altrui. Un corno non è un'iniziativa scientifica di studio sulle tradizioni culturali d'un popolo: è un'immagine devastante, utile solo a lasciare precisa la sensazione che Napoli ed i napoletani ancora oggi s'identifichino e soprattutto si crogiolino in forme culturali tra le più arretrate, fondate su superstizione, paure collettive incontrollate, feticismi atavici, insomma incapacità di progredire. C'è poco da fare, i simboli funzionano così. Hanno una straordinaria capacità di presa, se vengono creduti. Condizionano fortemente chi li subisce o chi vuole sfruttarli per i propri scopi. È per questo che il corno ha avuto in passato, e forse conserva anche oggi, una notevole forza. Il “non è vero ma ci credo” molto dice dell'effetto simbolico: esso ha una valenza straordinariamente penetrante e condizionante, perché è immediatamente associato a qualcosa di diverso, per cui s'insedia nelle menti di coloro che lo riconoscono: il corno ad esempio sta per rimedio al malocchio. Ma anche per incultura, arretratezza, credulità, volgarità: insomma per una serie di qualitates, oggi considerate in modo particolarmente negativo ed associate a popoli inferiori. Collocare su uno tra i lungomari più straordinari del mondo una simile simbologia, avrebbe di certo l'effetto di trasmettere – in un attimo e con straordinaria forza pervasiva, perché acriticamente ricevuta – di Napoli gli aspetti più deteriori e consentire d'ascriverceli molto semplicemente: ricordando che noi siam quelli del corno installato nel luogo più noto della nostra città. Ecco, credo che a queste ed anche altre cose sarebbe necessario riflettere, se si ha a cuore l'immagine e la storia stessa di Napoli che è stata fatta anche di superstizione ma che mai s'è identificata nella superstizione, avendo avuto sempre attive fucine di pensiero critico e doti di carattere che in tanti c'invidiano. Invidiano, appunto, e l'invidia è la prima molla del detrattore.

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