Lunedì 18 Dicembre 2017 - 0:08

Il manipulitismo senza mani pulite

Opinionista: 

Vincenzo Nardiello

Ma che bravi. Adesso tutti scoprono i guasti del giustizialismo, il cancro del cortocircuito mediatico-giudiziario, le intercettazioni senza controllo, la pubblica gogna, l’irresponsabilità dei magistrati che sbagliano senza mai pagare e così via blaterando. Benvenuti ragazzi. Ce ne avete messo di tempo, eh? Diciamo la verità: quest’improvvisa conversione garantista sulla via di Tiziano (nel senso di Renzi) un po’ sospetta lo è. I tanti che solo oggi si accorgono - scandalizzati - dell’indecenza delle intercettazioni spacciate per sentenze anticipate, nonché dei mille abusi di un sistema in grado di stritolare chiunque capiti nei suoi implacabili ingranaggi, sono gli stessi che negli anni ruggenti del manipulitismo antiberlusconiano e a senso unico tifavano per i vendicatori in toga, i moralizzatori dei pubblici costumi e i profeti della rivoluzione giudiziaria. È stato soprattutto per loro colpa, loro grandissima colpa, che la corporazione togata da ordine si è trasformata in un vero e proprio contropotere dello Stato. Chiunque osava mettere in dubbio la compatibilità di uno Stato di diritto col ricorso smodato alla carcerazione preventiva, il timore e tremore inflitto agli imputati, la delegittimazione personale e aziendale che seguiva gli arresti prima dei processi, veniva additato da quella stessa sinistra che oggi scopre «le garanzie» come un volgare delinquente o, peggio, uno che voleva coprire i malfattori. Mentre il manipulitismo si apriva la strada verso l’ordine nuovo a colpi di arresti preventivi, nel cimitero della politica in fuga si levò la sola voce di Bettino Craxi. Nel coro tonante di coloro che applaudirono le Procure, inneggiarono al fondamentalismo manettaro e si esercitarono nel lancio della monetina sui vinti - eterna specialità dei più coraggiosi - si distinsero gli stessi che oggi si scoprono assaliti dai dubbi e si stracciano le vesti per una «giustizia spettacolo» che ha travolto tutti gli argini. Ipocriti. Ecco cosa sono questi sepolcri imbiancati del garantismo renziano fuori tempo massimo. Nessuna credibilità possono avere - oggi - coloro che più di tutti hanno cullato i magistrati militanti, quelli resistenti e quelli combattenti, che per anni hanno imperversato e continuano ad imperversare alla ricerca di un posto alla luce di una telecamera. E per farlo non esitano a sbattere in galera avversari politici e innocenti. Salvo scoprirli tali dopo avergli rovinato vita, famiglia, lavoro e carriera. Se l’indagine Consip sia stata deliberatamente manipolata per convogliare indizi su Tiziano Renzi, o se sia stata invece inquinata da gravi errori lo vedremo. Ma non è questo il punto. Il problema è tutt’altro. È nel manico. Per il babbo del fu rottamatore, infatti, si sono mobilitate le redazioni di tutti i giornaloni che contano, ma il generale della Finanza Vito Bardi - per citarne uno - non ha meritato neanche una riga. L’ufficiale è finito nel tritacarne giudiziario senza essere stato neanche mai interrogato, salvo poi essere prosciolto dalle accuse senza neppure le scuse. Stessa storia per Stefano Graziano, il consigliere regionale del Pd accusato addirittura di concorso esterno in associazione camorristica. Perché? Perché la Repubblica giudiziaria necessita dei due pesi e delle due misure. Di intercettazioni false o mai esistite, indagini sbagliate o testimonianze farlocche la storia recente è piena. Ma per il papà di Renzi si è scomodato il circo mediatico che non vede l’ora di assolvere la famiglia da tutti i peccati. La verità è che in questi anni, come raccontano le statistiche, sulle intercettazioni - legali e abusive - si è fatta e si continua a fare carne di porco. E se anche nel Giglio magico se ne sono accorti non può che far piacere. Ora, però, occorrono i fatti. I nuovi garantisti, ad esempio, potrebbero impegnarsi per abolire l’obbligatorietà dell’azione penale, vero e proprio paravento in grado di giustificare le iniziative giudiziarie più iperboliche. Oppure potrebbero battersi per separare le carriere di pubblici accusatori e magistrati giudicanti. Ecco, se la vicenda Consip servisse anche solo a fare questo, i posteri la ricorderebbero come cosa benemerita. Ma voi ci credete?

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