Martedì 16 Ottobre 2018 - 10:11

Il nuovo Governo passi dalle parole ai fatti

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

Ogni previsione in politica è destinata almeno in parte ad essere smentita dai fatti. Molto contano le decisioni personali e gli equilibri che si compongono e scompongono per ragioni assai varie, spesso non pronosticabili e molte volte ignote anche ai medesimi protagonisti. La stessa formazione di questo Esecutivo è riuscita quando ormai nessuno più l’avrebbe creduta possibile, ed ha portato il Presidente della Repubblica, accusato dall’on. Di Maio di attentato alla Costituzione, a raccoglierne qualche giorno dopo il giuramento, quale massimo garante della fedeltà alla medesima. Ma le anomalie costituzionali sono state molteplici e tutto sommato non mette neanche conto elencarle, tanto il disinteresse per il senso delle regole nel nostro Paese. Piuttosto, può non essere del tutto futile porsi qualche domanda circa l’affidabilità del Governo presieduto dal professor Giuseppe Conte: affidabilità nel senso d’essere in grado di raggiungere i principali obiettivi ai quali è politicamente impegnato. Certamente il Gabinetto nato il 1° giugno è tra gli Esecutivi più connotati politicamente, da quando nel 1963 l’Italia varò la formula del centrosinistra con a presidenza Moro, con finalità di riforme strutturali di grande impatto sociale. In effetti, a leggere il simbolico contratto di governo, sono configurate svolte di rilievo: si propone anzitutto l’erogazione d’un costoso reddito di cittadinanza, che dovrebbe veicolare risorse importanti verso le fasce sociali più disagiate, potenziando valori solidaristici, peraltro tutt’altro che estranei alla nostra cultura politica ed alle sue basi costituzionali. Ha inoltre promesso, il contratto, di realizzare una riforma che sarebbe epocale, quella della flat tax, un sistema fiscale che dovrebbe a sua volta sostituire il principio di progressività nella determinazione dell’imposta – secondo cui quanto più si guadagna, tanto più s’eleva l’aliquota di ricchezza da cedere all’erario – con quello della tassazione ad aliquota fissa, per cui il più ricco ed il più povero sono tenuti a contribuire in pari misura o sulla base, al massimo d’un paio di percentuali, in ogni caso molto più contenute di quelle alte attuali. Com’è intuibile quest’ultima riforma – che peraltro richiederebbe anche la modifica dell’articolo 53 della Costituzione – è di segno specularmente opposta alla prima: se quella va incontro alle esigenze delle fasce sociali deboli, la seconda intende favorire i redditi più elevati, che sarebbero i veri beneficiari dell’aliquota unica. All’aumentato solidarismo interno dovrebbe far da contraltare una netta chiusura verso l’esterno. Punto d’onore del nuovo Governo è l’obiettivo d’arrestare il flusso ininterrotto di migranti, a migliaia approdati anche la scorsa settimana, tagliando quegli autentici tassisti del mare che sono le Ong e rendendo possibilmente inospitale il Belpaese. Facile a dirsi, molto difficile ad attuarsi, sia sul piano interno che su quello estero. E la chiusura verso l’esterno è testimoniata anche dai bellicosi propositi europei. Non nel senso dell’uscita dall’euro, bensì in quello d’una ricontrattazione dei nostri impegni con l’UE: formula peraltro alquanto vaga e di attuazione estremamente complessa, dati i forti vincoli procedurali che impongono l’appartenenza alle istituzioni europee. Per non parlare poi dell’estrema difficoltà di dar seguito a specifiche promesse che però rivestono alto valore simbolico – come l’interruzione dei lavori per la linea veloce Torino-Lione – le quali ci esporrebbero a perdite economiche enormi ed a perdite di credibilità dalle conseguenze assai più durature, per un Paese che spesso s’è distinto per non tener fede ai propri impegni. Il capitolo giustizia, poi, vorrebbe realizzare un incisivo rafforzamento nei poteri d’indagine dell’Autorità giudiziaria e nell’effettività della risposta di giustizia: un programmino direi non poco ambizioso, conoscendo la storia del settore in Italia. Ora, una simile congerie di grandi trasformazioni dalle importanti ricadute sociali e dalle implicazioni internazionali ed interne molto difficili da apprezzare anche per consumati attori politici, dovrebbe essere realizzato da un Governo che gode d’una sparuta maggioranza al Senato (in parte dipendente dall’astensione di Fratelli d’Italia che nel Governo non c’è), presieduto da un personaggio privo di qualsiasi peso politico (ed anzi proprio perciò prescelto) e ruotante intorno a due capipartito tra loro estremamente diffidenti ed uno dei quali nemmeno in realtà riferimento della propria rappresentanza parlamentare. Alcune delle cose che questo Esecutivo si propone sarebbe importante vedere realizzate; ed in ogni caso è rilevante che l’Italia abbia un Governo capace di farsi valere. Che le condizioni siano queste è difficile dire, soprattutto perché i governi si rafforzano o s’indeboliscono operando ed il pessimismo non deve presiedere al giudizio su ciò che di nuovo si affaccia. Le cose si chiariranno però nell’arco di qualche mese e si vedrà se alle vaste aspirazioni seguiranno concrete realizzazioni.

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