Lunedì 26 Giugno 2017 - 4:11

Il palazzo di Giustizia e il “sole a scacchi”

Opinionista: 

Ermanno Corsi

Portati (o astretti) in carcere, oppure “depositati” come regolari “reclusi” nella propria casa, la privazione della libertà è sempre “un sole a scacchi”. È una metafora lessicale eloquente e dolorosa perché, in un modo o nell’altro, descrive una acuta sofferenza che colpisce tutta la persona. Il sole filtra attraverso le grate (reali ma non meno angoscianti quelle immaginarie) che disegnano, sul pavimento, una specie di scacchiera che, tuttavia, non serve né per giocare a scacchi né a dama. Serve solo, come impietoso calendario, per contare il terrificante e lento scorrere dei propri giorni da reclusi. *** UN CONTESTATO TEOREMA. È quello che porta il nome “La Regina” (che con la regalità non ha niente a che vedere). Un intreccio perverso - tra Napoli e Caserta - di politica,imprenditoria malavitosa e mondo professionale inquinato, per cui i pubblici ministeri hanno ritenuto di procedere con 69 provvedimenti (arresti carcerari e domiciliari, un obbligo di firma, due interdizioni dai pubblici uffici). Ma non c’è voluto molto perché il Riesame (personificato come intransigente “super giudice” e “deus ex machina” pronto a intervenire con un più alto, ed equidistante, senso del rigore e della giustizia) ritenesse eccessive molte delle misure adottate. Quindi, nel giro di pochi giorni, un quadro sostanzialmente cambiato per quanto riguarda gli atti punitivi precauzionalmente adottati. *** APPALTOPOLI DEL DOLORE. Per molti degli inquisiti, il ricorso al Riesame è stato un confortante “ritorno dalla cella alla libertà”, un’esperienza che lascia tuttavia tracce e costringe ad “aprire gli occhi” sulla realtà non sempre percepita a pieno.“Prima ti arrestano e poi vogliono sapere”, sono le prime parole dell’avvocato Mario Palermo, consulente aziendale. Domenico Georgiano, medico e già sindaco di San Giorgio a Cremano, parla di un calvario: “Diciassette giorni ai domiciliari mentre dovevo combattere un tumore ai polmoni”. Aldo Aveta, dirige la Scuola di Restauro presso la Federico I, commenta così: “Venti giorni senza libertà, non lo auguro a nessuno”. *** VERIFICA AMARA. Per Roberto Marrama (presiede la Fondazione Banco Napoli), il domicilio coatto è servito come spartiacque tra amici e non, fino a individuare i nemici che hanno profittato del grave contrattempo per venire allo scoperto. Personaggio noto per cultura manageriale e promotore di iniziative socialmente rilevanti, ora Marrama dice: “I 22 giorni dei domiciliari sono stati un tunnel durissimo. Ho pregato e letto il Vangelo con mia moglie sempre accanto”. Ha poi gettato lo sguardo oltre le mura di casa e ha “visto” tanti amici solidali, ma anche “sentito” un silenzio assordante da parte di altri. E non sono mancati neppure “sciacalli” i quali “hanno pensato che ero finito” e hanno tentato di “darmi il colpo di grazia”. Ma ora è tutta un’altra storia: “Ci sono e dovranno confrontarsi con me a viso aperto”. *** GIUSTIZIA INQUIETA. È una storia che viene da lontano. I Greci parlavano della dea Dikè che era sempre circondata da un alone di mistero. Troppi i nomi con cui si poteva chiamare, troppe le funzioni che le venivano assegnate: dall’ordine pubblico, al buon governo, alla pace. A Napoli autorevoli opinionisti dicono che la mitologica Dikè è oggi una potente ma non giustificabile “macchina di dolore umano”, convinti che la legge e la prassi siano “un fossato grande come un cratere incolmabile”. La vicenda dei 69 provvedimenti ha scosso certamente l’opinione pubblica come poche volte in passato. Torna la “giustizia giustizialista”, sommaria e precipitosa? Qualcuno lo ha temuto. Ma poi il Riesame e l’intervento rassicurante del procuratore generale della Repubblica Luigi Riello: “Gli arresti sono l’estrema ratio”, ha detto sollecitando le Torri del Centro direzionale a rendere più celere il dibattimento in aula che resta “il vero cuore del processo”. *** MANETTE ROTTE. È quanto si pensava dovesse accadere, anche se il procuratore capo facente funzione, Nunzio Fragliasso, ribadisce che l’impianto accusatorio costruito, non perde di validità e le garanzie costituzionali non sono compromesse. Gli “arresti facili” riportano alla mente quel “tintinnar di manette” che, a suo tempo, fece imbestialire perfino il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Erano i tempi convulsi di Tangentopoli e del “furioso” Antonio Di Pietro. Scalfaro sentì che un vento malefico stava soffiando anche per il Quirinale. Si trovava a Napoli, a Villa Rosebery, quando decise di far sentire la sua voce indignata. Il cronista ricorda: volle convocare rapidamente i giornalisti e, postosi in piedi al centro del Circolo della Stampa (salone intitolato a Edoardo Scarfoglio) pronunciò con rabbia la celebre espressione “Non ci sto” che poi riprese in tv, a reti unificate, nel 1997. Successivamente comparve nel libro scritto con Guido Dell’Aquila (titolo “Quel tintinnar di vendette”). *** RICOMPOSIZIONE NECESSARIA. Le inchieste giudiziarie sono strumenti che rafforzano la democrazia, anche se a volte suscitano comprensibili scalpori e riserve. Appartiene però alla responsabilità di chi indaga e giudica, non dimenticare mai che il palazzo di Giustizia non può essere una “città straniera” e che il sole non deve diventare mai per nessuno, se non come estrema ratio nelle fasi preliminari, un malinconico “sole a scacchi”. 

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