Lunedì 11 Dicembre 2017 - 8:16

La camorra tende alla riproduzione

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

La duplice esecuzione di giovedì scorso al Borgo sant’Antonio, nella zona delle vecchie sedi giudiziarie napoletane, compiuta dalla risorta Alleanza di Secondigliano, sembra per assicurarsi il racket di bancarelle e droghe dell’area, dà lo spunto per una qualche riflessione sulla criminalità organizzata napoletana. Non sono certo un esperto di lotta alla camorra, ma alcune considerazioni s’impongono perché sono nell’evidenza delle cose. L’Alleanza di Secondigliano, com’è notissimo, è stata una potente organizzazione criminale, nata dall’accordo tra tre potenti boss della camorra, che ha dettato legge in città alla fine del secolo scorso per circa un decennio. Ancora nella memoria è la vera e propria guerra combattuta contro il clan Mazzarella per ampliare il controllo del territorio napoletano e non si contano le mattanze alle quali si è assistito per le iniziative di questa temutissima cosca. Poi, il declino. Arrestati o morti i suoi capi storici ed i suoi proconsoli più influenti, il testimone passò ad altre importanti formazioni e neoformazioni, come i Mazzarella, i Giuliano, i Bidognetti. Oggi, però, l’Alleanza sembra ritornare più agguerrita di prima pretendere il controllo di fette rilevanti del malaffare. È ben noto che la camorra, un’organizzazione che si caratterizza per una spiccata poliarchia in assenza d’una definita organizzazione gerarchica, ha una marcata tendenza alla riproduzione. Anche sgominata una banda, è sempre pronta a presentarsene un’altra, che ha agio di recuperare la propria manovalanza nel deteriorato tessuto sociale delle periferie cittadine e dei suoi storici quartieri oltre che nelle truppe già assoldate dalla precedente organizzazione. Ma un interrogativo non può non porsi: possibile che dopo un quarto di secolo dalla creazione d’un’apposita istituzione di coordinamento per la lotta alla criminalità organizzata – la Direzione Nazionale Antimafia – e la montagna di risorse umane, strumentali e normative profuse per combattere il fenomeno camorristico, tuttora ci si trovi in una condizione che consente alle organizzazioni delinquenziali di prolificare, generare e rigenerarsi come si trovassero nella piena libertà? Possibile, insomma, che nessun efficace risultato sia stato conseguito, se è vero che le cosche camorristiche continuano a combattersi tra loro per il controllo del territorio, come fossero piccoli principi del Rinascimento in cerca d’espansione? È vero, ripetiamolo pure, che la camorra è capace di rigenerarsi. Ma allora significa che il combatterla è senza speranze, che dovremo cioè rassegnarci all’idea che per sempre essa spadroneggerà sul territorio, imperversando nel perseguimento delle sue losche mire? Probabilmente sì. Epperò a me pare che dar per scontato questo, significhi sopravvalutare quel fenomeno sociologico. Bene o male, non ci troviamo dinanzi ad un mostro imbattibile: le fonti della sua ricchezza sono note e ruotano soprattutto intorno allo spaccio di stupefacenti, che costituisce lo zoccolo duro della sua economia, in assenza del quale non sarebbe per essa possibile mantenere ed estendere la propria influenza su altri settori economici e sociali. È credibile che uno Stato con i mezzi di cui dispone l’Italia non sia in grado, anche grazie ad una legislazione speciale, d’interrompere i flussi principali della ricchezza della camorra ed intercettare i principali luoghi della sua distribuzione? E che non riesca a compiere alcun significativo passo avanti nella battaglia contro questa criminalità? Per come stanno oggi le cose, sembra quasi che la lotta al crimine organizzato napoletano sia una sorta d’attardato rito, da compiersi perché prescritto dalla tradizione, ma senza che alcuno più creda nella sua efficacia. Ad ogni omicidio, viene diramata l’interpretazione dei rapporti tra le organizzazioni criminali, le loro strategie, i temporanei equilibri o squilibri. Ma nella sostanza nulla muta, è sempre lo stesso, il quadro del malaffare prospera nella sua eterna e rigenerante dialettica. A chi, come me, osserva il fenomeno dall’esterno, senza cioè disporre d’informazioni riservate, pare quasi che l’intenzione di estirpare le radici del fenomeno, di andare cioè alle fonti alle quali si alimenta, non ci sia e che, nonostante l’impegno personale, importante e significativo, di molti valorosi uomini, siano i mezzi ed i piani posti in atto ad essere del tutto strutturalmente inefficaci. Che lo si voglia o che sia così per ineluttabile destino, allo stato delle cose al più è possibile intravedere una politica di contenimento dell’attività camorristica ma non certo l’intento di sradicare un malaffare la cui forza effettiva non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella di altre e ben note organizzazioni criminali internazionali.  

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