Sabato 16 Dicembre 2017 - 6:13

La Campania che cresce ma resta sempre in coda

Opinionista: 

Giovanni Lepre*

La Campania nel 2016 è cresciuta del 2,4%, più di qualsiasi altra regione italiana. In compenso, una delle sue province, Caserta, è all’ultimo posto della classifica 2017 della qualità della vita stilata dal “Sole 24 Ore”. E Napoli, il capoluogo, è appena un po’ più su, al quartultimo posto, seguito da Reggio Calabria e Taranto. Il divario socio territoriale è enorme e non bastano piccoli recuperi per colmarlo, ma non può non sorprendere che una regione finalmente avviata in un percorso di crescita, dopo una durissima fase recessiva, faccia registrare esiti così miserevoli in una graduatoria di fine anno, ormai diventata una classica delle rilevazioni socioeconomiche. Da anni si dice che il pil non basta a definire lo stato di salute di una comunità, ma, nel caso specifico, sembra un indicatore quasi irrilevante, visti gli andamenti costantemente in discesa delle due province campane. C’è forse da armonizzare qualche lettura, affinare delle interpretazioni, mettersi in grado di analizzare con un grado ancora maggiore di complessità situazioni articolate e in evoluzione. La realtà di Napoli, dello stesso Paese, lo impone. Perché la sensazione è che la percezione dei problemi non fotografi fedelmente quanto accade. Un esempio è l’immigrazione. Un fenomeno che solo negli ultimi tempi si sta cercando di controllare e che, indubbiamente, se non governato adeguatamente, determina condizioni di crescente invivibilità. Ma lanciare l’allarme contro il rischio di invasioni massicce e infiltrazioni terroristiche non può voler dire trascurare altri mali, forse meno appariscenti ma non meno insidiosi. Se nel Sud degli anni sessanta nascevano 400 mila bambini all’anno e oggi ne nascono 175 mila, se il trend proiettato al 2030 prospetta un ulteriore calo, fino a 144 mila nascite, come si fa a non preoccuparsi? Per la tenuta del sistema economico, non solo previdenziale! Neppure i flussi di immigrati - al di là della scarsa scolarizzazione, qualificazione lavorativa, elevata incidenza di clandestini - bastano a compensare questi cali demografici. L’imperativo, allora, è rimboccarsi tutti le maniche per favorire un’inversione di tendenza, ripristinando condizioni di attrattività del territorio, a cominciare dalla creazione di nuova occupazione. Non basta certo un bonus bebé! Nel quadro delle politiche di sviluppo, inoltre, va migliorato il racconto dell’esistente. Non per ignorarne i problemi ma per evidenziare anche indicatori positivi e potenzialità. Che ci sono, ma spesso passano sotto silenzio.

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