Mercoledì 20 Giugno 2018 - 15:26

La consacrazione di un grande mito

Opinionista: 

Massimo Maffei

Sgombriamo immediatamente la scena da un equivoco: dovunque sia rintanato nell’universo, da ieri l’altro il cuore matto di Pino Daniele batte al ritmo incontenibile della gioia. E mi spiego. Pino era un artista schietto. Dunque, come chiunque abbia il privilegio di parlare l’arte, sopravviveva avvinghiato all’otto volante delle emozioni. Possedeva, netta, la percezione di tutta la potenza del suo avanzamento musicale, ma non pretendeva che fosse universalmente intuito. Le stroncature (e ne ricevette in vita) erano lame taglienti che gli si conficcavano nelle carni. Le lodi, anche sperticate, niente più che ossigeno per campare. Per quanto fosse pienamente consapevole del suo tragitto terrestre, stentava a comprendere cosa egli rappresentasse davvero per gli appassionati del suono: il genio assoluto di riferimento («Massimì ci pienz’: ‘nu juorno m’arricurdarranno comme ‘o De Filippo da musica» si illuminò una volta, mentre passeggiavamo per via Cola di Rienzo, a Roma) o soltanto un abilissimo musicista («Napule è Napule, ma altrove pare ca manc’ me capiscen: ecco perché sono io a dover ringraziare Eros e Lorenzo» si intristì alla prima del tour del trio). Giovedì sera, la visione (dall’alto) dei migliaia e più migliaia di individui, riuniti per celebrare la sua impavida ricerca sonora, gli ha fornito la definitiva consapevolezza del suo lavoro. Oggi irrinunciabile. Da sempre rivoluzionario. È per questa ragione che, a bocce ferme e nel suo nome, sento la necessità di ringraziare la Rai del direttore Mario Orfeo. Seguitemi. Io immagino Pinotto accomodato da qualche parte, mentre “capta” il segnale inviato nei cieli dalla rete ammiraglia, e si gode la visione di “Pino è…”. La consacrazione decisiva del suo mito. Molto più giù, sulla madre terra, quell’evento resterà come la ciliegina sulla torta di un direttore generale che ha ancora una volta intuito tutta l’energia compressa in quelle note, in quegli azzardi. E l’ha brandita come uno scettro, per ribadire la predominanza culturale di Viale Mazzini. A patirne le conseguenze è stata fatalmente Canale 5, annichilita al palo, nonostante controprogrammasse una produzione vantata come la «punta di diamante di fine stagione ». Michelle Hunziker ferma un milione di contatti sotto la prima rete, deve oggi fare i conti con una sconfitta che pesa per quanto inattesa. Tutto bene, dunque? Niente affatto. Questo non lo si può affermare. Concesso a Cesare quel che è di Cesare, tacere sulle disgrazie dell’organizzazione dell’evento in quanto tale (esterna alla Rai) equivarrebbe a negare l’evidenza. Intollerabile, per comprenderci, è stata la sistemazione in scaletta degli artisti che hanno contribuito alla creazione del mito Daniele. Relegare in calce alla serata le superband di Pinotto è stato un calcio in faccia al potere della musica. Così come la scelta di lasciare a casa pezzi di Napoli. Penso a Peppino di Capri, ad esempio, altro rivoluzionario ante litteram, al quale il sound mediterraneo deve molte delle sue accelerazioni. E poi, l’approssimazione di Jovanotti ed Eros Ramazzotti, nonostante la virulenza del sax strappacarni di James Senese; le sbandate di Panariello e Brignano (un bel tacer non fu mai scritto); Antonacci, calante come un pugno nello stomaco. Soprattutto, la pervicacia di Claudio Baglioni, che proprio non riesce a brillare nell’arte dell’assenza. Per l’occasione, pretende di ridurre le immaginifiche intuizioni di “Alleria” a una squallida sovrapposizione della sua “Avrai”, umiliando il mascalzone latino con un’esibizione a “fronn’ ‘e limone”. Si salva il popolo dei lazzari felici, chille ca tenen ‘o blues. Soprattutto, si pone una spanna su tutti gli altri l’attenta Fiorella Mannoia. Arrotolata su se stessa, come alla ricerca di un punto di contatto con l’anima di Daniele, non ne sbaglia una: stringe le quartine quando il dettato del groove lo richiede, espande la voce se all’ugola è concesso di allontanarsi (momentaneamente) dal cuore. Tracciando così con estrema chiarezza la differenza fra la rivoluzione culturale del nero a metà e le sdolcinature scivolose dei canzonettari italiani, comunque sempre devoti allo squallido pop di maniera.  

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