Martedì 19 Settembre 2017 - 21:04

La differenza di valore tra falsi idoli e simboli

Opinionista: 

Pasquale Mastrangelo

Non amo invadere il campo dei commentatori sportivi o iscrivermi alla pletora dei commissari tecnici, ma la stagnante parola dei cosiddetti addetti ai lavori, anche nostrani purtroppo, mi spinge a lanciare un sasso per smuovere le acque intorpidite. Darei troppa importanza a costoro se non riconoscessi che l'impulso nasce dalla malinconica consapevolezza del prossimo 50° anniversario della morte di Totò, principe e "manifesto" indiscutibile dell'anima partenopea, che ha irriso la morte, con i suoi tre funerali, e da allora sta mettendo in discussione il ruolo taumaturgico di San Gennaro. Non stimo De Coubertin, e reputo il suo aforisma: "importante è partecipare" una frode metaforica abusata dai forti, potenti e vincenti, come un edulcorante per far digerire l'amaro della sconfitta ai deboli, impotenti e perdenti. Perciò non mi associo al popolo festaiolo e a coloro che invece di "essere coscienza" condividono il "comunque grazie" o "la grande bellezza del gioco" di questo Napoli, simbolo sportivo e rivalsa delle nostre delusione e di un tessuto sociale manomesso e dimenticato. Né mi convince il plauso twittaro per un Sarri "signore del calcio e non catenacciaro", paravento di una grande delusione - forse sarebbe stato più opportuno pubblicarlo dopo la sconfitta di Madrid - scritto per assecondare la rabbia di un intero stadio contro un idolo ingrato, frettolosamente eretto a simbolo di Napoli, senza che l'avesse mai chiesto o preteso. Ricordo un episodio, raccontatomi da un noto ristoratore napoletano, nel primo anno a Napoli della riserva di Benzema. Quando altri clienti gli si avvicinarono per chiedere di scattare una foto, rispose infastidito: "Quanto pagate?", con un accenno di litigio, derivato dalla piccata reazione dei tifosi. La difficoltà nel credere a tale episodio è svanita a luglio scorso. Ho adorato il "tanghèro triste" come il Matador, il Pocho, Careca, Sivori, Vinicio e il Petisso, mai come il Napoli e Napoli, perché ho avuto sempre ben presente nel cuore e nella mente la differenza fra "idoli" e "simboli", indulgendo ad un'unica eccezione, Diego Armando Maradona, ma ho sempre sperato che intellettuali e altri, come quelli del Te Diegum, si fossero mossi con uguale fervore e tenacia, molti anni prima, per Te, Totò. Per essere un idolo basta avere grande talento sportivo, ma per divenire un simbolo servono ben altri attributi, innanzitutto la capacità e la forza interiore di affrontare sfide impossibili, spesso percorrendo vie impervie, non scelte da persone comuni, ma che, se superate, consegnano il tuo nome ai posteri, a quell'immortalità della memoria collettiva che fa la storia di un popolo o di una nazione. Ecco cosa intendo per "essere coscienza": troppo spesso i media assecondano, per pigrizia mentale o per facile profitto, la manipolazione popolare delle parole. Perché, quando si parla di calcio, un lucroso business, si offre l'esaltazione catartica dei secolari torti subìti, dove la casacca, manco più azzurra, diventa l'unica bandiera per una rivoluzione sociale di una città che si dibatte in difficoltà economica e occupazionale, ma riesce a riempire uno stadio ogni 4 giorni, incitare i propri idoli ben pagati, con la speranza di consacrarli a simboli. È la maledizione di questa nostra gente. Viene da lontano, dalle dominazioni, dal borbonismo assistenziale, che ci fa gioire per aver battuto l'odiata nemica di sempre, ma che ci fa dimenticare una finale persa, fraintende l'obiettivo fra campionato e Coppa Italia, perché alla società fanno comodo più i soldi della Champions che una vittoria in "coppetta". Torniamo a casa soddisfatti, ma vediamo un altro nostro credo infranto, un altro coro stonato, un altro idolo costruito sulla polvere dei sogni, che ci ricaccia in gola i fischi d'amore tradito, e che ha ripagato la nostra passione, per soldi, grigiore e vincere facile. Questa è Napoli, fra Piedigrotta e Masanielli, pronta ad intitolare strade e adorare falsi idoli, farsi manipolare e offendere da tamarri ripuliti e barbari civilizzati, ma incapace di comprendere il valore della sua storia e di tributare il ricordo dovuto ai propri simboli autentici. Però abbiamo il panorama e il calcio più bello al mondo e 12 anni fa stavamo fallendo... vi pare poco?

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