Sabato 16 Dicembre 2017 - 6:16

La politica italiana produce superfetazioni

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

La principale novità che gli elettori dovrebbero rinvenire nell’affollata scheda elettorale che sarà sottoposta loro nella prossima competizione per l’elezione del Parlamento, sarà rappresentata dalla formazione che è stata con tanto di rito d’istituzione, in un albergo sui colli di Roma. Il volto che rappresenterà la neoaggregazione, al momento è quello del presidente del senato, Pietro Grasso, magistrato di lungo corso, scaltrito navigatore nel pantano istituzionale italiano. Quanto a guida politica, ancora molto non se ne sa, ma probabilmente non è ciò che conta di più. In effetti, quando nasce un partito politico – ammesso che tale possa dirsi “Liberi ed eguali”, questo il nome – dovrebbero essere chiari gli interessi ai quali intende corrispondere. Ogni divisione, nelle società antiche come in quelle moderne, costituisce un modo di classificazione della realtà, una forma attraverso la quale dare, riconoscere e misconoscere segmenti del reale fino a quel momento privi di presenza o non sufficientemente attualizzati e quindi bisognosi di strumenti per farsi valere nell’ininterrotta competizione per l’assegnazione delle risorse collettive. Un partito serve a ritagliare nuove rappresentanze, a fare sì che elementi presenti nell’arena collettiva, non sufficientemente protetti, abbiano modo se non d’imporsi quanto meno di trovare modo di concorrere alle scelte. Ora, per quanto ci si sforzi di comprendere, davvero non si vede quale nucleo d’interessi abbia seria ospitalità nella nuova formazione politica, presieduta da Grasso ed animata da D’Alema, Bersani, Speranza, Fratoianni, Civati, con l’appoggio esterno di Antonio Bassolino. A parte il fatto che, a quanto se ne comprende, questa aggregazione politica non è stata nemmeno in grado di mettere insieme tutte le cosiddette anime che non si riconoscerebbero più nel Partito democratico; sarebbe necessario capire che cosa effettivamente i suoi ispiratori si propongano d’ottenere, aggiungendo un nuovo lacerto all’arlecchinesco vestito politico italiano. Certo, essi – o, meglio, una parte d’essi – fanno un gran parlare dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ed all’accrescimento delle tutele per assicurare stabilità e durata al lavoro, soprattutto dei giovani. Ma, anche a voler dare per genuine e fruttuose queste idee, si sa che se saranno in grado di raggiungere la soglia per entrare in Parlamento – pare che questa non dovrebbe loro mancare – lì avranno un peso pressoché pari a zero e non potranno influenzare nemmeno l’agenda d’una commissione parlamentare in sede referente. Poi, come hanno dimostrato ampiamente i dibattiti e le polemiche degli ultimi anni, non è che mancassero in precedenza modi e forme per dare voce, con forza non certo inferiore, a queste tesi ed a questi obiettivi. Che ci fosse l’esigenza d’un nuovo partito politico per garantire dignità ai lavoratori, davvero sembra più una battuta che un dato politico reale: anche se non può mai dirsi, dato che la politica è in gran parte fatta di ciò di cui si parla, anche se a vanvera. Resta il dato che l’esigenza d’una nuova formazione di sinistra non s’avvertiva in nessun luogo, salvo che nei conversari dei non molti politici professionali che l’hanno concepita. Perché, al di là di quel che si legge e si scrive in proposito, è molto difficile levarsi dalla mente la brutta impressione che questa entità politica sia nata con il principale scopo d’assicurare in Parlamento una presenza ad un certo gruppetto di dissidenti di Matteo Renzi, ai quali probabilmente la candidatura non sarebbe stata assicurata in occasione delle prossime elezioni. Insomma, il nuovo partito, sempre che tale possa considerarsi, è una gemmazione del Palazzo, una partenogenesi del micropotere che va ad aggiungersi, insieme a molte altre, al tristo e disgregato panorama italiano, con l’effetto di produrre ulteriore parcellizzazione del potere e di favorire, non la rappresentanza di nuovi e validi interessi, bensì l’ingovernabilità e la confusione. Che non fosse questa primaria necessità, è banale osservazione; il problema è però che nella malata politica italiana, gl’interessi veramente politici, che devono integrarsi in una visione complessiva ed avanzata nella gestione della cosa pubblica, non sono anche quelli che orientano e determinano nelle scelte. Proprio perché malata, la politica italiana produce prevalentemente superfetazioni e malestri, i quali altro non sono se non il sintomo d’un sistema che non riesce più a creare sviluppo e sa solo aggravare la propria condizione, come accade quando un organismo non è più in grado di reagire positivamente agli stimoli che esso stesso malamente produce.

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