Domenica 23 Luglio 2017 - 14:40

La scuola e le leggi sociologiche elementari

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

La notizia che in Terra di Lavoro rischiano la chiusura le circa novanta scuole affidate alla gestione della Provincia di Caserta, non pare abbia avuto il risalto che un fatto così tanto eclatante avrebbe dovuto meritare. Anzi, è anche peggio: il fatto vero è che ancora non è stata sospesa la funzione docente, solo perché gli edifici scolastici stanno operando in palese violazione di norme in materia di sicurezza. È un fatto emblematico del disastro provocato da decenni di pessima amministrazione in un territorio martoriato da una concentrazione cocente di criminalità organizzata, pari solo alle potenzialità produttive virtuose di cui sarebbe capace. Uno Stato che fallisce nei compiti educazionali – perché a fallire, evidentemente, è lo Stato, non certo la dissestata Provincia di Caserta – dà di sé un’immagine d’inettitudine e di disinteresse non a caso corrispondente alla considerazione di cui diffusamente gode in quelle zone del suolo italiano. Ci si provi a figurarsi se un fatto del genere sarebbe stato anche solo concepibile in Francia o solo anche nelle Marche o nell’Emilia Romagna. Da noi è invece diffusa una certa qual rassegnazione, quasi la cosa fosse tra i disagi da mettere in conto nel profondo Mezzogiorno, fatto di deficit istituzionale, corruzione amministrativa, noncuranza per la dimensione pubblica, disservizi, clientelismo, ignoranza ed insensibilità culturale, povertà. Parole, sì, dure e che, con termini appena un po’ più venati di retorica, avrebbero potuto leggersi nella “Inchiesta sulle condizioni della Sicilia” condotta da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino nel 1876. Ma il problema non sono le parole, bensì che da quel documento della triste questione meridionale è trascorso quasi un secolo e mezzo, mentre la qualità dell’amministrazione pubblica è ancora a livelli indegni d’uno Stato di livello europeo. Qualcuno, ancora credendo di poter celare il disastro, è arrivato a chiedere le dimissioni dell’attuale presidente facente funzioni dell’ente. Certo, è pure possibile che la vicenda sia anche il frutto d’un’incurvatura strumentale, in un ente il cui personale pare da mesi non riceva lo stipendio. Ma la realtà è quella che è: che cioè non v’è una scuola nella provincia di Caserta (e si spera solo nella provincia di Caserta) che sia in regola, e non con una disciplina quale che sia (per esempio, come già sappiamo, i riscaldamenti non fan parte della dotazione ordinaria, un po’ dappertutto) ma con quella della sicurezza – con le disposizioni che hanno lo scopo di preservare la salute degli studenti. Insomma, quando non sono proprio fatiscenti, le scuole rischiano seriamente in termini statici, e per questo nessuno ne ha voluto mettere la propria firma per certificare la conformità a regola. Una simile débacle non è il frutto dell’opera d’un sol uomo, bensì il luminoso risultato d’una gestione meticolosamente dissennata, compiuta da una dirigenza politica evidentemente gretta, intesa ad occuparsi d’altro e delle cui gesta le cronache son stabilmente piene da decenni (non a caso abbiamo ora un presidente facente funzioni…). Una dirigenza politica per la quale evidentemente l’elevazione sociale della comunità non ha mai costituito un problema serio di cui occuparsi; una dirigenza per la quale il simbolo primario della cura riservata dallo Stato alla formazione del cittadino – il dignitoso edificio scolastico, dove l’ordine e l’estetica sono il primo stimolo disciplinante – non dico è trascurato, ma è mantenuto per testimoniare vividamente il fallimento della socialità. Con la conseguenza che il giovane alunno impara precocemente e subliminalmente a conoscere quale sia la considerazione che le istituzioni hanno di lui e quale – dialetticamente – è la considerazione che lui dovrà avere di esse quando, dopo aver ben appreso la lezione, sarà chiamato ad operare attivamente nella società che così bene l’ha allevato. Non paia retorica anche questa, sono piuttosto considerazioni amare che scaturiscono da leggi sociologiche elementari: mentre retorica greve ed insulsa è tutta quella che ciclicamente si declama sulla lotta alla camorra, sulla sottrazione ad essa dei beni, sul ricordo dei pochi che si sono dedicati a seriamente a combattere il malaffare. Se si sottraggono i beni ma si producono uomini ai quali non viene insegnato il vantaggio dell’appartenere alla comunità qualificata, ogni disegno di recupero è battuto in partenza: e le parole non valgono nulla al cospetto della realtà vissuta.

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