Martedì 16 Ottobre 2018 - 17:08

L’Agenzia delle Entrate e l’attesa pace fiscale

Opinionista: 

Monica Mandico

Più che la pace, si dovrebbe fare la guerra. Oggi, con gli strumenti in possesso delle istituzioni, lasciare in giro gli evasori, impuniti e addirittura perdonati, è veramente un atto ingiustificabile. Il tema della pace fiscale è quello che più di tutti, interessa la pubblica opinione, molto di più del reddito di cittadinanza. Sì, perché oggi, chiunque ha un reddito rintracciabile, ha pendenze con il fisco o altro. Dalle prime idee che si stanno sviluppando attorno a questo “nuovo/vecchio” strumento è quello di fare una distinzione tra evasori o contribuenti “in difficoltà”. L’Agenzia delle Entrate ha sicuramente i dati per distinguerli. Lo strumento è quello dell'Anagrafe dei rapporti finanziari, con informazioni su flussi e saldi di conti correnti e depositi. Sono circa 450 miliardi di euro i crediti che non è stato possibile riscuotere, ma quanti sono realmente gli importi dovuti da persone che davvero non possono pagare? Certo, la domanda sorge spontanea, se non sono un contribuente che detiente un conto corrente e/o posso movimentare flussi economici di un certo livello, quanti debiti realmente posso aver contratto con l’erario? Il contratto di governo cita: “Un efficace aiuto ai cittadini in difficoltà“. Il governo precisa che la “pace” sarà riservata a “gente onesta che non poteva pagare“, o addirittura “disperata”. Lega e M5s insistono sul fatto che sarà riservata a chi non è riuscito a saldare i conti con l’erario perché non ne aveva la possibilità economica. L’Agenzia delle Entrate, braccio della riscossione, ad oggi non ha incrociato i dati del loro magazzino crediti con le informazioni su flussi e saldi dei conti correnti e conti deposito degli italiani. In questo momento quindi l’Erario non è in grado di dire quale percentuale dei 448,9 miliardi di euro ritenuti ancora aggredibili sia dovuta da “disperati” e quanta parte, invece, da contribuenti che potrebbero pagare. Poco prima di lasciare Ernesto Maria Ruffini, il direttore, dopo circa 7 anni dalla legge che la prevedeva, ha avviato la “sperimentazione della procedura di analisi del rischio di evasione” basata proprio sul confronto tra dichiarazioni e accrediti sui conti. I crediti affidati all’ex Equitalia dal 2000 al 2017 ammontano a 871 miliardi di euro costituiti per l’81% da tasse non pagate. Il 41% è però ritenuto irrecuperabile perché dovuto da soggetti falliti o morti, imprese chiuse, nullatenenti. Tolti gli importi rottamati, quelli in cui è in corso contestazione e quelli su cui si pensa ci sia solo un ritardo sul versamento, restano appunto 448,9 miliardi. Su 364,7 sono già state tentate senza successo azioni di recupero e 84,2 miliardi per i quali non è stato possibile avviarle a causa di norme a favore del debitore come l’impignorabilità della prima casa. Il fisco, insomma, conosce bene quei contribuenti e ha già provato a riscuotere. Dei soggetti preposti al recupero/controllo, nessuno è in grado di dire se il debitore non paga perché non può o perché non vuole. Ormai se ne parlerà quando il governo avrà stabilito i paletti da rispettare per accedere alla pace fiscale, compresi gli indicatori per valutare la “difficoltà economica”. La sperimentazione partirà dalle società di persone e di capitali che per il 2016 hanno omesso la dichiarazione o ne hanno presentata una irrilevante nonostante sui loro conti correnti ci siano stati accrediti. Ci vorranno molti mesi e certo non si concluderà in tempo per fornire informazioni utili per la messa a punto della pace fiscale. La fattibilità e la convenienza della pace fiscale dipenderanno da quattro fattori: l’ammontare delle somme contestate dal Fisco; lo stato dell’eventuale contenzioso; la presenza di debiti Iva; il raccordo con le rottamazioni delle cartelle già in corso. Per chi non ha aderito alla rottamazione, la pace fiscale per ora è un’opportunità dai contorni sfumati. Fin da adesso, però, si possono individuare le variabili decisive. L’elemento di partenza sono le cifre richieste dal Fisco. L’ipotesi iniziale di un massimo di 100mila euro per contribuente è lievitata fino a 500mila euro nel Piano nazionale delle riforme (Pnr). I dati delle Entrate sulle cartelle non riscosse mostrano che il 96% dei contribuenti ha importi inferiori a 100mila euro. Secondo le prime ipotesi circolate prima del Consiglio dei ministri del 27 settembre, la pace fiscale dovrebbe escludere le cause pendenti in Cassazione. Un altro fattore riguarda il tipo di tributo. Per l’Iva, regolata a livello comunitario, una sanatoria dell’imposta è ipotizzabile solo nel caso delle liti (per il resto, si possono scontare solo sanzioni e interessi, si veda l’articolo a fianco). Allora, a parità di cifre totali, chi ha debiti fiscali riguardanti l’Iva e le imposte dirette, dovrà mettere in conto un costo più elevato per chiudere la partita con il Fisco, rispetto a chi ha solo cartelle su Ires e Irap. Dieci rate semestrali in cinque anni per chiudere il conto con Equitalia. Potranno sanare Iva, Irpef, Irap, contributi Inail e Inps non versati e multe sia coloro che hanno dichiarato ma non pagano per difficoltà economiche sia i sospetti evasori che hanno ricevuto un accertamento della Guardia di Finanza o dell'Agenzia delle Entrate. Ma anche chi non ha completato le precedenti rottamazioni. La differenza questa volta è che le rate avranno un tasso di interesse ridotto, lo 0,3%, anziché il 4,5%. Versando la prima o unica rata scatta l'estinzione delle procedure esecutive già avviate. Quindi la pace fiscale riguarderà sicuramente i debiti fiscali (di persone fisiche e imprese) e con ogni probabilità anche le infrazioni al codice della strada.   

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