Domenica 20 Agosto 2017 - 2:12

Le strane quotazioni al mercato delle parole

Opinionista: 

Giuseppe Scalera

Ci sono frasi che restano scolpite nel qualunquismo quotidiano. Catene di parole che imprigionano la creatività, azzerandone gli stimoli. Il campionario è sotto gli occhi di tutti ed offre merce scontata. Le pagine di questo strano catalogo sono, quotidianamente, nelle parole della gente, sugli autobus, negli uffici, al telefono, nel vociare convulso di chi ha poche frecce, armi spuntate nel suo vocabolario. E coniuga il piacere dell’ovvio a quello, più scontato, della banalità. Icasticamente, vengono bollati come luoghi comuni, aree del prevedibile, territori dell’ eterno dissenso. Realtà tranquillamente trasmesse tutti i giorni, a tutte le ore, su tutte le lunghezze d’ onda del nostro Paese. Perché germinano con questa continuità? Perché godono di una così larga audience? Semplice, l’idea collettiva serve per riconoscersi in una comune identità, per vincolare un senso di appartenenza, per sentirsi parte integrante di un preciso profilo sociale. E, in questa chiave, nella fiera delle banalità, ogni cosa viene offerta liberamente, a buon mercato, senza troppi pensieri. Con il marchio di fabbrica dell’ ovvio, sicura di raccogliere larga audience nei tanti che, ormai, si aggrappano alle parole degli altri. Un ideale, autentico emporio delle parole con offerte scontate e frasi indivisibili, già predisposte per chiunque non abbia voglia di pensare. La gente sedimenta troppi problemi nel vivere quotidiano. Farsi un’opinione richiede tempo, fatica, letture diversificate, un certo substrato culturale. Perché spendere su certi temi il proprio tempo, quando tv, giornali offrono già un prodotto preconfezionato? In sintesi, chi non sa valutare un singolo argomento, si fa subito un giudizio leggendo un articolo, ascoltando una trasmissione, leggendo semplicemente qualche passo di un libro. E poi, se si è in difficoltà, ecco che il luogo comune aiuta a scavalcare ogni ostacolo. Poche parole logore e ritrite che esprimono semplicemente il tentativo di rifugiarsi in calcio d’ angolo, di non prendere un facile gol dal proprio interlocutore, testimoniando come sul tema si ha comunque, nonostante tutto, qualcosa da dire. Il luogo comune come rifugio delle idee, nel confuso mercato delle parole. E, come in borsa, le frasi godono di momenti di particolare splendore per un più attuale ancoraggio alla cronaca, mentre declinano e si indeboliscono quando recuperano un trend negativo, una mareggiata di altre parole che ne indebolisce lo schema, la consistenza, l’ equilibrio. Vivono, sospese a mezz’ aria, tra bagliori scomposti e destini indecifrabili, in un ideale iperuranio contemporaneo. Parole semplici che ci accompagnano negli anni come sorelle devote e che poi scompaiono perché meno giovani, meno attuali, meno spendibili. Si inabissano in un vocabolario per poi, magari, scomparire per sempre, perché la lingua cambia, perché altra parole straniere avanzano, impongono le regole dell’ esterofilia, si impongono su un mercato più ampio. Ed ogni giorno, in silenzio, si assiste alla rivalità delle parole, al conflitto di frasi e schieramenti, all’ostinata resistenza di chi non vuole scendere dalla giostra. Consegnandoci quotidianamente il rischio dell’ ovvio.

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