Mercoledì 18 Luglio 2018 - 12:56

L’ultima spiaggia: potere a Mattarella

Opinionista: 

Giuseppe Cacciatore

Quando ho scritto queste note non era ancora stato varato il programma di governo – il famoso “contratto” – ma se i contenuti fossero quelli annunciati, ci troveremmo dinanzi a una miscela esplosiva: quella che può nascere dai punti programmatici dell’agenda politica del futuro governo Di Maio-Salvini. Tra abolizione della Fornero, flat-tax, reddito di cittadinanza, la spesa pubblica andrebbe, nel prossimo quinquennio, molto al di sopra dei cento miliardi con sfondamento sicuro dei vincoli europei. Ora che si debbano e si possano contestare alcune clausole troppo rigide e parametri fin troppo insostenibili imposti dall’Europa è, per me, fuori dubbio, ma sempre che un tale orientamento politico resti nell’ambito di una scelta europeista che non contraddica un’esigenza di mutamento e rinegoziazione dei trattati e che renda visibile un nostro peculiare modo di stare dentro le istituzioni europee. Se poi a questo insostenibile insieme di proposte aggiungiamo anche la richiesta salviniana di espulsione di 600.000 migranti clandestini, non solo avremmo contro tutti i Paesi dell’Europa centrale e meridionale, pronti ad ergere disumane barriere e fili spinati, ma assisteremmo a una situazione di conflitto permanente provocata da proteste e da manifestazioni in tutto il Paese. Molti si chiedono come sia potuto succedere tutto questo e specialmente la stampa – quella scritta e quella radiotelevisiva – ha offerto decine e decine di interventi, indagini e interviste sulla natura del populismo in generale e dei due populismi italiani. Ora questa definizione del doppio populismo – uno sovranista (che altro non è che la versione postmoderna del vecchio nazionalismo) e l’altro più attento alle esigenze sociali dei cittadini – rischierebbe, secondo taluni, di essere messa in discussione dalla formazione di un governo Lega-M5S. Ma questo è vero fino a un certo punto: nella storia politica antica e recente non sono pochi gli esempi di incontri e alleanze tra forze antagoniste, sulla base di una rinuncia reciproca ai contenuti più radicali e di un accordo su quelli analoghi o meno confliggenti. Così si spiega l’accantonamento di alcune riforme civili e di provvedimenti vicini ai bisogni dei ceti più deboli specialmente del Mezzogiorno e l’accordo sull’espulsione dei migranti. Non ha tutti i torti – pur nella approssimazione di una dichiarazione alla stampa – l’ex consigliere di Trump Bannon quando dichiara che è in Italia il “centro del mondo in rivolta; ma il leader del Carroccio è meglio di Di Maio perché il capo del M5s vuole il reddito di cittadinanza e in realtà guarda a sinistra. Mentre il futuro è del partito del Nord che strapperà voti al Sud con le posizioni sui migranti". Negli ultimi anni e, ancor più negli ultimi mesi, vi è stato un profluvio di libri e di saggi sul populismo e, come sempre accade in questi casi, è difficile districarsi per separare il grano dal loglio. Io credo, comunque, che il populismo, nel variegato presentarsi delle sue radici storiche e nella ambiguità delle sue attuali manifestazioni, si può combattere solo nella misura in cui si ritorni alle radici della democrazia rappresentativa. Ciò non significa restaurare modelli del passato del tutto inutilizzabili, ma ridare centralità alle istituzioni parlamentari, ai corpi intermedi, alle autonomie locali, ai soggetti sociali organizzati. È in questo scenario che deve svolgersi il confronto anche duro tra forze pronte a difendere le istituzioni democratiche (sia pur da rinnovare e trasformare) e forze tutte volte a trovare nel popolo come categoria onnicomprensiva il luogo della politica, con tutte le nefaste conseguenze che avrebbe una simili soluzione senza filtri e senza mediazioni. C’è un’ultima spiaggia sulla quale attestarsi per la difesa contro quello che è stato definito il governo “più a destra” dell’Italia repubblicana: le parole di inequivocabile chiarezza di Mattarella: no al “sovranismo” nazionalistico e richiamo della norma costituzionale che assegna al Presidente il potere di nomina del presidente del consiglio e dei ministri.

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