Venerdì 17 Agosto 2018 - 0:07

Ogni anno è Capri tormentone dell’estate

Opinionista: 

Ermanno Corsi

Singolare destino dell’isola mediterranea più famosa al mondo (sicuramente una delle più…). Per 7 mesi, da ottobre ad aprile, va quasi in archivio: se ne parla poco, forse per consentirle un meritato riposo dopo  il logorante stress che deve aver sopportato durante la baraondica estate. Poi, da maggio a settembre, un “chiacchiericcio infernale”, quello che argutamente Ernesto Mazzetti chiama i “recidivanti dibattiti” sulle sorti di un territorio la cui seduttività continua a raggiungere gli angoli più remoti del pianeta. Il problema, però, è che del destino di Capri “regina di roccia” come la definì Pablo Neruda, non si può parlare, proficuamente, solo nel periodo estivo. Le “originali” idee che a volte ne fuoriescono, sembrano conseguenza di quei “chiodi solari” che, a 35 o 40 gradi all’ombra, vengono giù dal cielo: una successione di sfoghi estemporanei, affabulazioni retorico-culturali e quasi mai una convincente proposta operativa seguita da un impegno reale ad agire, come ciascuno può secondo le proprie possibilità, per recuperare identità (attraverso storia, creatività artistica, memoria) e tracciare un percorso programmatico di futuro che non finisca nel porto delle nebbie. *** TUTTO IN UN SECOLO. È dentro il Novecento il cambiamento che l’isola (10,4 chilometri quadrati,15 mila abitanti quintuplicati dal solleone) ha subìto e che Raffaele Vacca, osservatore acuto e instancabile, aiuta a indentificare nelle transizioni dall’economia agricola al sistema tecnico-industriale-commerciale fino al campo culturale sempre più disperso e privo di ispirazioni forti, non escluso quello politico-amministrativo frammentato e spesso clientelare. La “vena trasgressiva di un tempo”, con personaggi legati ai creativi movimenti internazionali d’avanguardia, ha consegnato “l’isola della riflessione” al turismo di massa espresso sempre più dal quel consumismo compulsivo che, senza alcun ritegno o remora etica, ha eletto chi più consuma, privo di regole e autocontrolli, a “padrone” del territorio. *** UNA DOLCE NOSTALGIA. È quella che, a 96 anni, fece assaporare il famoso regista Carlo Ludovico Bragaglia caprese doc fin dal 1911 “quando era il tempo dei sandolini”. Man mano che rievocava, i suoi ricordi assumevano contorni più precisi: “Non si poteva andare ai Faraglioni perché quel tratto di mare era infestato dai pescecani. L’isola era un grosso scoglio quasi deserto. Non c’era la luce elettrica. Per bere si usava l’acqua dei pozzi. Per andare da una parte all’altra, bisognava fare lunghi tratti a piedi. Per fare i bagni c’era un solo stabilimento e le signore non amavano prendere il sole integrale, la loro bellezza era il bianco della pelle. L’isola era frequentata dai veri capresi e anacapresi, oppure dagli stranieri: inglesi, russi e tedeschi che erano rispettosi della natura e molto generosi. Prendete via Krupp: un’opera così, a proprie spese, oggi non la farebbe più nessuno”. Tutto ordinato, allora, e nessuna forma di vita trasgressiva? ”No, no”, rispondeva Bragaglia (amico di Axel Munthe, Cerio, Marinetti e Malaparte) quasi schernendosi. “Ho partecipato anch’io ad alcune di quelle orribili serate di Fersen, quei festini diabolici in cui fingeva di essere un nuovo Oscar Wilde. Abbiamo fatto tante feste al Quisisana che però era molto piccolo, non un albergo gigantesco come adesso”. *** QUALITÀ E QUANTITÀ. Le due dimensioni non hanno fatto molta strada insieme. La seconda ha sorpassato velocemente la prima. Le “sacre mandrie” (come il bravissimo corrispondente di giornali Achille Ciccaglione definiva, a suo tempo, i turisti incolonnati lungo le stradine isolane) presto si sono trasformate in masse scomposte apportatrici di confusione, di pretenziosità senza regole, attentati all’igiene e intangibilità ambientale. Parallelamente cresceva l’egoistica e privatistica commercializzazione del paesaggio e della natura con progressivo calo di attenzione verso valori che avrebbero dovuto essere salvaguardati come qualificante patrimonio identitario. In alcuni ambienti si arrivò a definire così, metaforicamente, l’identikit del “turista ideale”: colui che, avendo deciso di trascorrere una vacanza a Capri, sceso dall’aliscafo deponeva sulla banchina quanto aveva pensato di spendere (20- 30mila euro) e con lo stesso mezzo se ne tornava indietro. Di ogni arrivato, pendolare o meno, interessava solo quanto portava in tasca! A questo turista “virtuoso” volentieri i capresi (anche i più tirati di mano) avrebbero assegnato una medaglia d’oro! *** RECIPROCA IRRISPETTOSITÀ. Nello scarso riguardo verso l’isola azzurra si trovano, stranamente, congiunti sia molti abitanti che molti turisti. Quasi un’alleanza di logiche perverse e autodistruttive. I nativi isolani non sembrano ancora tutti convinti che lo sfruttamento intensivo e irrazionale delle risorse prime potrebbe arrivare al fondo del non ritorno. “Capri è considerata cosa propria da un sacco di gente che ci deve guadagnare sopra, venduta come prodotto di consumo obbligato”. Questo lo sfogo di Raffaele La Capria, 25 anni fa, quando viveva rintanato sopra Torina e sulla testa aveva l’anfiteatro roccioso del Solaro. Lo scrittore dell’armonia perduta così (molti anni prima di lasciare l’isola e rifugiarsi nella casa romana) sintetizzava la sua riflessione: ”A Capri si dovrebbe arrivare come turisti individuali e venirci dopo averla prima lungamente sognata, immaginata e desiderata”. *** PRIVILEGIO DEI LUOGHI FAMOSI. A Capri il destino non tocca mai terra, ma resta sempre sospeso tra cielo e mare. L’isola azzurra sarà sempre, ogni estate, un tormentone?

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