Domenica 22 Ottobre 2017 - 19:06

Rodotà, i diritti e lo “ius soli”

Opinionista: 

Giuseppe Cacciatore

In molti hanno giustamente ricordato nelle ultime ore la figura di Stefano Rodotà uno degli ultimi grandi intellettuali democratici e di sinistra del nostro paese. Ho ancora sul mio tavolo uno dei suoi libri più belli ed intensi, apparso nel 2015, Il diritto di avere diritti, un libro che non è, come può sembrare dal titolo, un appello a passate e ormai tramontate tradizioni giusnaturalistiche. Anzi, Rodotà muoveva dall’acuta consapevolezza del nesso tra le analisi della bioetica contemporanea e la necessaria riformulazione delle basi giuridiche dei nuovi diritti da tutelare e istituzionalizzare: le conseguenze delle nuove tecnologie (la comunicazione in rete e la privacy, la robotica e le sue conseguenze sui diritti dei lavoratori), le tante prese di posizione, non solo teoriche ma anche e soprattutto politiche, che negli ultimi tempi egli aveva assunto su temi cruciali come la dignità umana e il principio di solidarietà (diritti certamente universali ma ancor più oggi necessari specialmente nei confronti dei più deboli, le donne, i lavoratori precari, i migranti, i gay) da difendere sul piano etico-politico e da garantire su quello giuridico. La sorte ha voluto che Rodotà finisse la sua giornata terrena prima che la legge sullo ius soli fosse definitivamente approvata dal Senato. Un vergognoso ritardo provocato dall’ostruzionismo di Lega, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia (il testo era stato già approvato dalla Camera nell’ottobre del 2015 e si è arenato nelle secche degli emendamenti a pioggia presentati dagli oppositori nella Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama) ha impedito finora che la legge fosse definitivamente approvata. Si è gridato al pericolo dell’invasione dei nuovi barbari, all’eventualità che i nuovi venuti possano col tempo togliere il lavoro ai “veri italiani” e così via gridando e accrescendo l’odio razziale. Secondo le vecchie norme, approvate nel 1992, un ragazzo figlio di genitori stranieri nato sul suolo italiano poteva richiedere la cittadinanza subito dopo il raggiungimento della maggiore età, purché residente dalla nascita nel nostro paese. Ora si vuole passare a un cosiddetto ius soli temperato – che poco sarebbe piaciuto a Rodotà – che non prevede automatismi ma una serie di condizioni restrittive: possono ottenere la cittadinanza i bambini stranieri nati in Italia che abbiano almeno un genitore in possesso dei permessi di soggiorno permanente, occorre poi una dichiarazione di volontà espressa dal genitore, oppure attendere il compimento del 18° anno di età. Il “temperato” è un eufemismo per nascondere i limiti di una legge che favorirebbe i fortunati che hanno un lavoro stabile e lascerebbe fuori tutti i lavoratori precari, non solo, ma il reddito dei genitori richiedenti deve essere non inferiore all’importo annuale dell’assegno sociale, e questi devono dimostrare di avere la disponibilità di un alloggio considerato idoneo, infine bisogna superare un test di conoscenza della lingua italiana (che forse è il minore dei mali). Se diamo poi uno sguardo a ciò che è codificato nelle altre nazioni ci rendiamo conto di come sia restrittiva la normativa italiana in discussione: diventa cittadino britannico chi nasce in Inghilterra anche se uno solo dei genitori è residente nel paese; sono cittadini francesi non solo i figli degli immigrati nati in Francia, ma anche quelli da cittadini stranieri se al compimento dei 18 anni sono stati residenti per almeno 5 anni; in Spagna un bambino diventa cittadino spagnolo se almeno uno dei genitori è nato in Spagna; in Germania è cittadino tedesco chi è figlio di un cittadino straniero che ha il permesso di soggiorno da almeno otto anni; negli Usa – come previsto dal XIV Emendamento - chi nasce sul suo suolo è automaticamente cittadino americano. Rodotà aveva nel suo lungo percorso di giurista e di politico una bussola il cui ago oscillava su due poli irrinunciabili: l’eguaglianza e la solidarietà tra gli uomini. Per questo amava spesso ripetere che la vita di ogni uomo deve commisurarsi con i diritti che infaticabilmente conquista o difende, i diritti ad un tempo individuali e sociali, anche perché è da questi “che si misura la qualità di una società”.

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