Martedì 17 Ottobre 2017 - 13:20

Trump nel disegno della sovversione

Opinionista: 

Vincenzo Nardiello

Un attacco irresponsabile. Hillary Clinton non avrebbe saputo fare peggio. Barack Trump è in piena metamorfosi. Dopo aver annunciato al mondo che con lui alla Casa Bianca la politica estera americana sarebbe Mutata radicalmente rispetto al suo predecessore, Donald Trump ha cambiato strategia nell’arco di pochissime ore. Il presidente Usa, dipinto dai suoi nemici come una sorta di marionetta nelle mani di Putin, ha improvvisamente deciso un raid in Siria che finanche Barack Obama si guardò bene dallo scagliare, nonostante ci fosse arrivato molto vicino. Correva appena l’anno 2013, e anche allora a scatenare la reazione americana fu un bombardamento con armi chimiche attribuito al regime sanguinario di Assad, che per altro fece molti più morti di quanti ne abbia provocato quello di pochi giorni fa a Idlib. Fu allora proprio Mosca ad evitare l’escalation militare, mediando con lo stesso Obama e con Assad. La notte scorsa, invece, senza neanche avvertire «il caro Vladimir», Trump ha unilateralmente deciso un’azione di rappresaglia in stile israeliano che rischia d’innescare una pericolosa quanto incontrollabile spirale di azioni e reazioni. Poche ore dopo, come a coronare una sorta di grande disegno sovversivo mondiale, a Stoccolma il terrorismo tornava a seminare morti in Europa. Un’iniziativa internazionale promossa da Usa e Russia per individuare con certezza i colpevoli dell’attacco chimico in Siria: ecco cosa si attendeva da Trump il mondo libero che ragiona con la propria testa; quello che non si lascia guidare dal moralismo a senso unico di chi ha assistito senza muovere un dito al genocidio in Ruanda, alla stessa guerra civile che devasta la Siria da 6 lunghi anni e a mille altre tragedie. Com’è noto, infatti, anche quelli che in Occidente ci ostiniamo a chiamare “ribelli”, e che sono in gran parte terroristi jihadisti, dispongono in Siria di armi chimiche, sia pure su piccola scala. Che cos’è accaduto allora a Washington? Tutto è cambiato con la sconfitta di Trump sull’Obamacare. Lo schiaffo rifilatogli dal Congresso e dal suo stesso partito su uno dei cardini più importanti del programma presidenziale, ha convinto Trump che senza un compromesso con l’odiato establishment per lui sarà impossibile governare. Dopo averci provato - anche con durezza - nei primi 2 mesi e mezzo, il miliardario ha deciso che occorreva dare un segnale di riconciliazione. Come d’incanto, il coro - lo stesso che fino a poco prima lo aveva dipinto come il pericolo pubblico mondiale numero uno - ha iniziato ad intonare la melodia opposta, trasformando il mostro in un campione della difesa dei diritti umani. Al nostro premier, Gentiloni, non è sembrato vero potersi accodare all’elogio di un’azione che, al momento, contribuisce solo ad alimentare una pericolosa escalation della tensione in un clima internazionale rovente. Può piacere o meno, ma la strategia russa e iraniana ha costretto finora l’Isis ad arretrare decisamente. La mossa americana rischia di rimettere tutto in discussione. In alternativa resta una sola spiegazione: che il raid Usa sia stato concepito come leva per accelerare un compromesso con Mosca per mettere fine alla guerra civile. Il presidente Usa otterrebbe in tal caso due piccioni con una fava: il compromesso con l’establishment all’interno e quello con i russi all’esterno senza apparire in posizione subalterna. In tal caso saremmo di fronte ad una spericolata manovra politica il cui fallimento sarebbe un disastro. Dopo Obama, che ha destabilizzato il Medio Oriente e il Nord Africa rovesciandoci addosso una valanga di disperati, il mondo attende che le due superpotenze nucleari ora agiscano assieme nella lotta al nemico comune: il terrorismo islamico. Lo stesso che ieri è tornato a colpire in Europa, scegliendo stavolta Stoccolma, cuore della “tranquilla” Svezia, per rilanciare il suo sinistro messaggio di morte: nessuno è al sicuro. Altro che Assad. In Siria come a San Pietroburgo, a Londra come a Stoccolma, è l’Isis il nemico. Al resto penseremo dopo.

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