Martedì 17 Luglio 2018 - 3:23

Una poltrona a Salvini ma non a Palazzo Chigi

Opinionista: 

Ottorino Gurgo

Sembra proprio, anche se - lo ripetiamo - in politica è bene non dar mai nulla per scontato, che Matteo Salvini realizzerà il suo sogno di sedere su una poltrona governativa. Grazie alla benevolenza di Silvio Berlusconi, avremo, con ogni probabilità, un governo Cinquestelle- Lega. Ma a presiederlo non sarà il leader leghista che, peraltro, paga alla sua inarrestabile ambizione un prezzo altissimo: quello di decretare - con buona pace di Berlusconi che stenta a prenderne atto - la fine della coalizione di centro-destra. Quale consistenza può, infatti, avere una coalizione che vede le sue componenti attestate su posizioni diverse: una al governo, l'altra in un'ambigua collocazione di astensione-opposizione? Ma perché, pur essendo il leader di un'alleanza che ha ottenuto il 4 marzo la maggioranza dei consensi, il capo del Carroccio non è riuscito (e pensiamo non riuscirà) a ottenere l'incarico di formare il governo? Una simile ipotesi, in realtà, non è mai stata presa in considerazione dal Capo dello Stato. Il "no" di Mattarella ha una più che chiara spiegazione. Anzi, ne ha due. La prima è di ordine, per così dire, internazionale. Si dirà: ma la designazione di colui che deve presiedere il governo è questione prettamente nazionale e non sono, quindi, ammissibili, ingerenze esterne. È vero. Ma è altrettanto vero che l'Italia è collocata all'interno di un preciso sistema di alleanze e - a meno che non voglia rompere i rapporti con i propri alleati - non può totalmente prescindere dalle loro opinioni. Ora è ben noto che Salvini è, non da oggi, un aspro contestatore dell'Unione europea ed è giunto anche a mettere in discussione la nostra permanenza nell'euro, tant'è che i nostri partner non hanno mai nascosto la loro preoccupazione di fronte all'ipotesi che il nuovo premier italiano fosse proprio il leader degli anti europeisti. Così se Enrico di Navarra per divenire Enrico IV, re dei francesi, si fece cattolico affermando che "Parigi val bene una Messa", non si poteva pretendere dal presidente della Repubblica analogo comportamento e cioè che, pur di assecondare le ambizioni di Salvini, rompesse con gli alleati; tanto più, tra l'altro che, in virtù dell'articolo 65 della Costituzione, a lui spetta assicurare "il rispetto dei trattati e dei vincoli derivanti dall'appartenenza dell'Italia a organizzazioni internazionali e sovranazionali". Del resto forti perplessità sul nome del leader leghista esistono anche Oltreoceano data la sua amicizia (vera o presunta che sia) con Vladimir Putin. A indurre Mattarella a non aderire alla richiesta di Salvini (ora non più ricevibile poiché quest'ultimo non è più alla testa di una coalizione maggioritaria) ha, poi, contribuito in maniera determinante il fatto che questi, non disponendo della maggioranza assoluta, aveva dichiarato di voler cercare autonomamente, i voti necessari. Detto brutalmente, si sarebbe aperto un "mercato delle vacche" che avrebbe contribuito ulteriormente a screditare il mondo della politica che agli occhi dell'opinione pubblica non gode certo della miglior fama. Esistevano, dunque, è tuttora esistono, ragioni più che valide per dire "no" alle aspirazioni di Salvini che ora, tuttavia, come abbiamo detto, pur di entrare nella squadra di governo sembra accontentarsi di farlo da "socio di minoranza” e dopo aver rotto la coalizione della quale si proclama leader. Contento lui…

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