Domenica 23 Luglio 2017 - 14:42

Il signore della “sette pieghe” di Mimmo Sica

Salvatore Sanseverino (nella foto) è un self made man eclettico e poliedrico. Da impiegato dell’Alfa Romeo è diventato un affermato imprenditore nel mondo delle cravatte passando per un lungo periodo di politica attiva e di amministratore pubblico. È sposato con Cira ed è padre di Pasquale, avvocato e assessore del Comune di Pomigliano d’Arco, e di Simona, filosofa. «Dopo il diploma di perito industriale ho cominciato a lavorare come operaio nell’azienda automobilistica milanese nella mia città natale, Pomigliano d’Arco - spiega - Passato nella categoria impiegatizia ho iniziato ad interessarmi di attività sindacale come componente del comitato provinciale della Uil. La materia mi appassionava molto e questo mi ha consentito di fare carriera fino a diventare collaboratore di Vincenzo Mattina, segretario generale della Uil settore metalmeccanici».

Si interessava anche di politica attiva…

«Sono diventato consigliere comunale, sempre a Pomigliano d’Arco, nel 1975 e per motivi di incompatibilità abbandonai l’attività sindacale. Ho fatto parte della giunta in diverse consiliature con deleghe differenti. Contemporaneamente facevo il segretario politico di Franco Iacono, sia quando era assessore regionale ai Trasporti che quando fu eletto eurodeputato».

È stato anche sindaco della sua città…

«Fui eletto primo cittadino nel 1992 ed ebbi anche l’importante incarico di capo della segreteria del ministero dell’Industria, oggi dicastero delle Attività produttive, con il ministro Giuseppe Guarino e con il sottosegretario Felice Iossa, sotto il governo di Giuliano Amato».

Perchè lasciò la politica attiva e gli incarichi di amministratore pubblico?

«Per motivi personali. Non ero più in grado di svolgere un’attività che forse è la più stressante che esista».

Dalla politica alle cravatte. Come mai?

«La mia avventura in questo campo molto particolare nasce da una mia vecchia passione per le cravatte. Ho cominciato a metterle da quando avevo 16 anni. In Alfa Romeo vestivo sempre con giacca e cravatta. Il consiglio di dedicarmi a questo settore, però, me lo diedero i miei amici di vecchia data Giulio Di Donato e Franco Iacono. Mi dissero: “Indossi sempre bellissime cravatte perché non ti metti a farle?”. Li ascoltai e iniziai per hobby. Del tutto all’oscuro di come si confezionassero, andai a Manchester e a Como per imparare».

Perché proprio in queste località?

«La città inglese era la patria della seta e dei disegni, in particolare per quelli “regimental” di cui ero un appassionato. Ricordo che per comprare quel tipo di cravatte andavo da Finollo a Genova, specialista nel settore. Le conservo ancora gelosamente. Gli inglesi da conservatori che sono possedevano non solo i lori disegni ma anche quelli che acquistavano da ditte italiane che se ne disfacevano. A Como, poi, trovai delle vecchiette che facevano cravatte e mi spiegarono la “sette pieghe”».

Ce ne parli...

«Nel periodo immediatamente precedente la seconda guerra mondiale e negli anni successivi, i sarti per sfruttare al massimo il poco tessuto disponibile che era in materiale sintetico, iniziarono a tagliare la cravatta in due pezzi da cucire insieme. Per evitare di mettere all’interno l’“anima” ripiegavano i lembi del tessuto su se stessi sette volte al fine di dare consistenza alla cravatta».

Lei è conosciuto come il “signore della sette pieghe”. Perché?

«Volevo fare qualche cosa di diverso da Marinella che giustamente a Napoli era il re delle cravatte e feci una prova con “una sette pieghe” con l’anima. Andò bene e tornai a Napoli portando questo prototipo che conservo ancora».

Dove cominciò a venderle?

«Non aprii punti vendita. Per me era ancora un hobby in quanto continuavo a fare consulenza dei trasporti per aziende del settore. Mi feci fare dalle vecchiette a Como una cinquantina di cravatte “sette pieghe” con la mia innovazione e utilizzai le mie amicizie per farle conoscere. Mi resi conto che erano apprezzate e i quantitativi richiesti diventarono sempre più consistenti. Trovai un piccolo locale a Somma Vesuviana che diventò l’ufficio da dove partivano gli ordini per i clienti che cominciavano a diventare importanti».

Quando ha aperto al centro direzionale?

«Nel 1995». Perché in questo posto e al sesto e ultimo piano del palazzo? «Non ho la cultura del commerciante che ha bisogno di un negozio possibilmente fronte strada. Il mio è un atelier, un salotto riservato dove incontro il cliente che diventa anche amico. Il piano alto garantisce riservatezza. Ho scelto il Centro direzionale per motivi di comodità e di opportunità». Ha altri show room? «Soltano al Vaticano dove abbiamo uno spazio in uno store insieme ad altre grandi firme».

Che tipi di cravatte si trovano da lei?

«Classiche».

Qual è la sua clientela?

«Adulta, internazionale e di due tipi: società e studi professionali che acquistano i nostri prodotti per fare i regali a Natale e a Pasqua, e privati di un certo livello».

C’è qualche cliente “paticolare”?

«Jens Weidmann, presidente della Deutsche Bundesbank, Bruno Vespa, Luca di Montezemolo».

Come ha conosciuto l’economista tedesco?

«Grazie a Romano Prodi che quando andava da lui gli regalava sempre mie cravatte. Quando Bruno Vespa, mio grande e sincero amico, andò a fargli visita gli feci avere in regalo la statuina che lo raffigurava realizzata dal maestro Marco Ferrigno a San Gregorio Armeno. Mi ha mandato una foto in cui me la fa vedere in bella mostra nel suo studio, e ogni volta che viene in Italia ne approfitta per passare a salutarmi ed acquistare nuove cravatte. Vespa viene a trovarmi spesso insieme alla moglie Augusta Iannini. Non solo ama le mie cravatte ma anche i miei foulard».

È stato citato anche in una rivista giapponese…

«Questo lo devo a Luca Cordero di Montezemolo. Un giorno mi è giunta una sua lettera con la quale mi informava che su suo consiglio il più importante magazine di motori e lifestyle giapponese mi aveva inserito tra le sette eccellenze italiane in materia di “nodi”. Per me è stata una grande emozione vedere sulla rivista il nome della mia azienda accanto alla fotografia del marchio Ferrari e di un suo modello e a quella di Luca Cordero di Montezemolo».

È stato rappresentato in un film da Mariano Rigillo…

«Il lungometraggio si chiama “La sera della prima” del filmaker Francesco Tripodi. Racconta le eccellenze campane, i mestieri che tanto contraddistinguono la nostra città. Uno dei principali attori che interpretano la parte di Sangiovino, alias Salvatore Sanseverino, è Mariano Rigillo. Il film dovrebbe uscire nelle sale il 21 settembre prossimo».

Tanto tempo dedicato al lavoro. Le resta spazio per ricaricarsi?

«È stata sempre una mia inderogabile priorità altrimenti anche il lavoro verrebbe penalizzato. Naturalmente nel tempo gli interessi si sono modificati».

Ce ne parli…

«Da giovane amavo frequentare locali à la page. Ero “pazzo” di Paul Anka al punto che da bambino lo imitavo e mi chiamavano con il suo nome. Poi Bruno Martino, Fred Bongusto. Fred lo seguivo dovunque a Ischia, a Capri, a Forte dei Marmi alla “Capannina”, a Viareggio alla “Bussola”. D’estate ero a Positano e a Praiano dove la sera ero fisso all’“Africana”. In poche parole, ho sempre saputo occupare bene lo “spazio” che mi ritagliavo».

E oggi? «Ho scoperto l’arte culinaria e la gastronomia. Sono sempre stato un buongustaio ma non sapevo prepararmi neanche un caffè. Oggi ho imparato a cucinare e dicono gli amici anche bene. Mi piace Vasco Rossi e al mare, poi, ho sostituito la montagna».

Cosa cucina in particolare?

«Soprattutto il pesce e gli antipasti in mille modi».

In montagna dove va?

«A Pescocostanzo, dove ho una casetta fittata per tutto l’anno e trascorro le “vacanze” estive ad agosto».

A che cosa dedica il fine settimana?

«Il sabato faccio shopping con mia moglie e la sera, anche con gli amici, andiamo al cinema o a teatro e quindi a cena. La domenica, invece, la trascorro a casa a leggere e a vedere le partite del Napoli in televisione, quando ci sono».

È tifoso del Napoli?

«In maniera esagerata e ne sono fiero. Prima andavo sempre allo stadio. Poi con l’ingegnere Corrado Ferlaino ho anche avuto una consulenza con la società durata per un anno. Ricordo che quando per motivi di lavoro ho avuto occasione di stare insieme ad Andrea Agnelli e a Luciano Moggi, c’era sempre spazio per una simpatica schermaglia sulle nostre rispettive compagini sportive ».

È molto amico di Bruno Vespa. Ha letto qualche suo libro?

«Tutti da “Il duello” a “C’eravamo tanto amati”. Li trovo interessantissimi e completi perché oltre a parlare di politici affronta anche sentimenti importanti come l’amore, argomenti di estrema attualità come quelli che riguardano il genere femminile e aspetti del nostro quotidiano. Leggo anche Garcia Márquez e Josè Saramago».

Ci indica tre nomi del teatro, del cinema e della televisione che segue con particolare interesse?

«Nell’ordine Mariano Rigillo, Alessandro Siani e Maurizio Crozza». 

di Mimmo Sica

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