Martedì 17 Ottobre 2017 - 13:28

L’arte e la tradizione da generazioni

Napoletano verace, Marco Ferrigno (nella foto) è la quarta generazione della storica famiglia di maestri nell’arte presepiale. Sua madre voleva che facesse il commercialista, ma il dottore in Economia e Commercio non ebbe esitazioni e andò stabilmente nella “bottega” di via San Gregorio Armeno e si affiancò al padre Giuseppe, considerato tra i caposcuola nell’arte della terracotta napoletana. È sposato con Nunzia, che fino al matrimonio cuciva gli abiti dei Tre Magi e di Pulcinella. Hanno un figlio 14enne, Giuseppe.

«Tutto è iniziato per scherzo nel 1847-48 da Carmine Ferrigno, il mio bisnonno, che poi passò il testimone a nonno Salvatore  - spiega il maestro - Papà era il tredicesimo figlio in una famiglia patriarcale dedita completamente alla produzione. Il negozio era di fronte a quello dove stiamo ora. Papà mi raccontava che il nonno per non farlo uscire da casa gli faceva completare ogni giorno 200 pezzi da “taverna”, cioè gli abbellimenti dell’osteria. Solo dopo averli impacchettati poteva andare a giocare. Usciva con i panni da lavoro e questo gli creava molte difficoltà con le ragazzine, perché quando sapevano il mestiere che faceva non lo accettavano non ritenendolo alla loro “altezza”».

Sicuramente qualcuna se ne sarà pentita…  

«Nel tempo, alcune hanno avuto dei rimpianti perché papà si era affermato come nessuna di loro avrebbe potuto immaginare. Ho conosciuto una signora che veniva a comprare i pastori e papà mi disse che era una di quelle che non lo avevano considerato un buon partito ».

Quando ha iniziato a frequentare la bottega?  

«Da piccolo, perché andavo a scuola al Calasanzio nella vicina via Donnaregina. Terminate le lezioni raggiungevo i miei genitori e stavo con loro fino a sera. Guarda una volta, guarda due, guarda tre, iniziai a “respirare” il profumo di questo mestiere ».

Impara l’arte e mettila da parte, le diceva suo padre…  

«Ho cominciato a “creare” giocando con un poco di argilla che papà mi dava ».

Quando ha fatto la sua prima creazione?  

«Avevo sei anni e papà mi diede i calchi di Stan Laurel e Oliver Hardy, Stanlio e Ollio. I volti li modellai io e capii che la mia specializzazione sarebbe stata proprio lavorare sui visi dei personaggi. Ricordo che per incentivarmi mi regalava 500 lire ogni giorno ».

Da bambino partecipò a un concorso presepiale…  

«Era un premio molto bello curato dall’Azienda Autonoma del Turismo. Adesso manca. Bisognerebbe riproporlo non solo tra gli artigiani, ma anche tra i privati che costruiscono il presepe in casa».

Qual è stato il suo primo lavoro da “commercializzare”?  

«Le “moschelle”, cioè i pastori di piccole dimensioni che misurano da 2 a 4 centimetri. Li preparavo per un commerciante, Ugo Esposito, che ha il negozio qui vicino. Mi pagava 3mila lire per ogni moschella ».

Usava quei soldi per acquistare oggetti particolari che compra ancora oggi…  

«Papà mi diceva che con quei soldi mi dovevo comprare gli Ufo Robot che mi piacevano moltissimo. Ero un ragazzino molto particolare perché ogni volta che finivo di giocare li riponevo nelle loro scatole. Li ho conservati tutti così e sono oggetto della mia collezione. Quando ne trovo in giro qualcuno lo acquisto. Ho un Mazinga del 1975 e un Goldrake del 1976 ».

Com’era la bottega quando ha iniziato a lavorare?  

«Era composta da un locale a piano terra che papà aveva comprato nel 1958 quando si mise in proprio. Negli anni ’70 acquistò il secondo. Nel negozio-abitazione del nonno, proprio di fronte, rimasero tre fratelli di papà che con lui erano gli unici figli che avevano continuato il lavoro paterno. Quel negozio papà lo ha dato a mia sorella Monica che ci lavora col marito Giovanni. Ho un’ottima collaborazione con loro ».

E questo al primo piano?

«L’appartamentino era abitato da una famiglia, e nei progetti di mamma doveva essere il mio studio di commercialista. Quando nel 1996 entrai in società con papà ripristinai lo stato dei luoghi originario, ricostruii la scala interna e volli che questa casa diventasse luogo di esposizione per i presepi e i pastori di grandi dimensioni e il laboratorio “a vista”, perché i clienti dovevano vedere come venivano fatti i pastori e gli “scogli” ».

Le botteghe sono sempre state aperte tutto l’anno?

«No, fino agli anni ’70 da ottobre a dicembre. Papà fu il primo a capire l’importanza di tenere il negozio aperto per 365 giorni. Questa sua decisione, seguita poi dagli altri artigiani, e il valore dei mass media, hanno contribuito in maniera notevole a fare conoscere il nostro nome a livello nazionale e oltre».

Era molto giovane quando ricevette una proposta di lavoro economicamente molto allettante…  

«Mi fu proposto di fare i pastori di plastica che andavano molto di moda. C’erano tre ditte che li vendevano: la ditta Cav. Gioacchino Marchi, la ditta Isas e la ditta Fontanini. Il titolare di una di queste chiese a mio padre di mandarmi a lavorare da lui come modellista. Mi offriva due milioni al mese, ma io rifiutai categoricamente. Oltretutto sarei dovuto andare a vivere in Toscana, in un paese “sperduto” su una montagna».

Quali pastori create?  

«Quelli tradizionali e sono di due tipologie: il pastore di inizio Novecento, in argilla e dipinto a mano, e il pastore stile Settecento che viene fatto in terracotta policroma, occhi di cristallo, mani e piedi in legno, corpo in fil di ferro e stoppa, snodabile. Poi viene vestito con le sete di San Leucio e arricchito con passamanerie e pizzo valancienne ».

Lei cura soprattutto la testa del pastore. Oltre alla sua espressione, qual è la parte più difficile da costruire?  

«La pettinatura. Cito un pastore per tutti, Carmela, che è la mia creazione per antonomasia, il mio biglietto da visita. Rappresenta l’abbondanza. Mi sono ispirato a donna Carmela che vendeva le sigarette negli anni ’80, più giù, all’angolo con San Biagio dei Librai. Aveva quelle pettinature antiche, “a pettenessa”. Ho riprodotto il suo viso e ne ho fatto un mio “must”. È il pastore che mi ha dato sempre le maggiori soddisfazioni».

Come si crea il pastore stile Settecento?

«Il viso è in argilla e si mette nella fornace. Giunto alla giusta cottura viene fuori il famoso “biscotto”, per il colore che prende. Luca, uno dei miei collaboratori, fa esclusivamente gli occhi di vetro. Teo, un altro mio collaboratore, li incastra nelle orbite e li sigilla con un collante che abbiamo inventato noi la cui formula ci tramandiamo da generazione in generazione. Poi dipinge il viso rigorosamente con pitture ecologiche».

Cioè?

«Sono acrilici ad acqua resi indelebili con fissativi sempre ecologici, collaudati negli anni. Anche questi sono una nostra invenzione. Quindi passiamo della cera speciale a mano, a “olio di gomito”. Viso, piedi e mani, che facciamo sempre noi, vengono fissati su un corpo in fil di di ferro e stoppa e vestiti con le sete di San Luecio ». Chi li veste?  «Anna Iavazzo e Annalisa Scancamarra. Sono talmente brave che decidono loro come vestire i pastori».

E quelli in terracotta?  

«Sono fatti con gli stampini. Dopo la cottura vengono dipinti a mano. Non ce n’è mai uno uguale all’altro anche se rappresentano lo stesso personaggio, perché lo stampino è solo per il corpo. Sul viso lavoro sempre io che dò espressioni ogni volta differenti».

Lo “scoglio” invece?  

«La struttura su cui mettere i pastori, che può essere complessa oppure solo quello dove alloggiare la Natività, la costruisce Renato, un vecchio collaboratore di papà che affettuosamente chiamo zio, e Giovanni».

Ritornando al suo maestro, don Giuseppe Ferrigno, ebbe una grande intuizione. Quale?  

«Fare il pastore di attualità da mettere sul presepe. Il primo lo creò nel 1992 quando scoppiò Tangentopoli e rappresentava Antonio Di Pietro. In quell’anno ne vendemmo a migliaia».

Come si giustificano personaggi moderni e contemporanei sul presepe?  

«Il presepe è un contenitore anacronistico e pieno di simboli. Basta pensare al cacciatore con il fucile quando la polvere da sparo non era stata ancora inventata, oppure al monaco quando la nostra religione non era ancora nata. Antonio Di Pietro è il simbolo della giustzia».

Dopo di lui?  

«C’è stata Lady Diana che fu molto “pubblicizzata” sui giornali inglesi e poi tanti altri ».

Con quale cadenza li create?

«Originariamente il pastore di attualità aveva cadenza annuale, successivamente semestrale e poi quasi giornaliera. Molti artigiani nel tempo hanno seguito l’esempio di mio padre ».

Che ricaduta ha avuto l’intuizione di suo padre?  

«Ha contribuito in maniera sensibile a fare diventare internazionale San Gregorio Armeno. I collezionisti ci vengono a trovare “fuori stagione” quando c’è maggiore calma. Spesso ce li ordinano per posta mandandoci anche foto, se si tratta di fare statuette di privati, e vengono a ritirarli successivamente. Una particolarità è che ci sono collezionisti che comprono lo stesso personaggio nelle sue diverse raffigurazioni. Per esempio le Madonne».

Qual è stato il suo primo pastore di attualità?  

«Non lo ricordo, ma sicuramente sono molto affezionato alla statuetta di Luciano Pavarotti e a quella di Lucio Dalla. Non dimenticherò mai quando il grande tenore venne a Napoli e gliela regalai. Dalla mi colpì perché amava moltissimo la nostra città. Venne da me, accompagnato da un suo amico napoletano, era tra un Natale e un Capodanno. In un dialetto molto approssimativo ma ugualmente colorito mi disse: “sputami in faccia se l’anno che vene chistu presepe nun me lo accatto io”. Mi diede un cospicuo acconto e il presepe glielo consegnammo a casa sua in via D’Azeglio a Bologna. Questo presepe lo abbiamo visto nel programma televisivo dedicato alla sua vita in bella mostra nell’ingresso della sua abitazione».

Quanti personaggi ha conosciuto grazie al pastore di attualità?  

«Tantissime personalità del mondo della politica, delle istituzioni, dell’arte, della cultura, del giornalismo, dello spettacolo, dello sport. Cito per tutte Sofia Loren, che per me rappresenta Napoli, Pino Daniele, Diego Armando Maradona, Silvio Berlusconi che mi disse “fammi un po’ più alto”, Matteo Renzi ».

Un aneddoto che ricorda per la sua particolarità?  

«Una signora mi commissionò una statuetta con il viso di suo figlio, tra l’altro juventino. Quando gliela diedi storceva un po’ il naso e la sbatteva. Le dissi: “signora fate attenzione che cade”, ma lei imperterrita continuava e mi chiese: “ma non li chiude gli occhi?”. Evidentemente credeva che fosse un bambolotto  ».

Come vede oggi Napoli?  

«Stiamo vivendo il Rinascimento napoletano. Da tre anni è diventata la capitale turistica d’Italia, più di Roma e Firenze ».

A che cosa lo attribuisce?  

«Dipende da vari fattori, anche politici e sociali. Penso ad esempio al clima di terrore che si vive in altre città, soprattutto europee, che spinge il turista a venire da noi dove c’è maggiore tranquillità, si vive a costo più basso e si può ammirare un patrimonio artistico e culturale unico al mondo. Il pastore tradizionale e quello di attualità attira a venire a San Gregorio Armeno e da qui si apre il palcoscenico delle nostre molteplici bellezze ».

Ci sarà la quinta generazione dei Ferrigno?  

«Ne dubito, perché mio figlio non è attratto dall’arte presepiale. Certamente la bottega continuerà perché Luca e Teo sono dei maestri. A loro si aggiunge un giovane cingalese, Angelo. Dico a tutti: “m’aggio fatto Marco due” ».

Quanto tempo dedica alla famiglia?  

«Non l’ho mai trascurata. Comunque ho la fortuna di avere una moglie intelligente che capisce che quando bisogna lavorare non c’è spazio per altro ».

Il lavoro la stanca?  

«I cinesi dicono che quando uno fa una cosa che piace, non ha mai lavorato un giorno. Io non aggio mai faticato perché faccio la cosa cchiù bbella del mondo ».

Quale presepe ha a casa sua?  

«Ne ho tre: una Natività fatta da papà, un’altra autentica del ’700 e una Carmela fatta da me ».

Ha un sogno da realizzare?  

«Fare una casa-laboratorio dove l’ospite potrà imparare a fare il pastore e, nel rispetto dell’ospitalità che per il napoletano è sacra, potrà mangiare e se vorrà anche dormire. La “casa” in cui ci stiamo intrattenendo potrà diventare anche secondo e terzo piano ».

Un rimpianto?  

«Che mio padre avesse potuto vedere tutto questo perché è stato sempre lungimirante e un passo avanti agli altri ».

di Mimmo Sica

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