Venerdì 20 Luglio 2018 - 20:26

Campione nello Sport e nell’Avvocatura

Paolo Trapanese (nella foto) è un avvocato specializzato in diritto civile, successorio, societario, fallimentare, sportivo. È stato lo storico portiere della Canottieri Napoli, tricolore dall’82 al ’90, e della Nazionale. È stato vicecampione del mondo a Madrid nel 1986, campione d’Europa e campione del mondo alle Universiadi di Zagabria del 1987. È il presidente della Fin della Regione Campania.

«Sono nato a Cava de’ Tirreni e in quel fazzoletto di terra sono cresciuto sia da un punto di vista fisico che spirituale. Mi allenavo in montagna correndo con i pugili. Minuti di raccoglimento e preghiera nella cappella di Sant’Alferio, nella Abbazia della Santissima Trinità della Badia di Cava, e poi giù fino ad Amalfi». 

Quando si è avvicinato al nuoto? 

«I miei genitori un’estate iscrissero me e i miei fratelli Antonio, Guglielmo, Marco e Carmen a un corso estivo al Social Tennis Club che aveva una piscina olimpionica ». 

E alla pallanuoto? 

«A 13, 14 anni. Andavo in piscina a Salerno. Fui notato dagli allenatori D’Altrui e Mango. Da quel momento è iniziata la mia carriera di estremo “difensore”». 

La sua prima squadra? 

«La Rari Nantes Salerno. Fui convocato nelle nazionali giovanili e cominciai a girare il mondo». 

Nel frattempo studiava... 

«La nostra tradizione familiare è basata sul dovere di acculturarsi. Mio padre mi ha sempre detto che lo sport è un gioco che potevo farlo nel tempo dedicato al gioco. Con lo studio puoi costruire il tuo futuro anche lavorativo. Ho seguito fedelmente questo principio».
 Da Salerno a Napoli con la Canottieri. Quando avvenne il “passaggio”? 

«Fui voluto da Fritz Dennerlein. Avevo vent’anni. Mi accolse il presidente Carlo De Gaudio». 

Faceva quotidianamente il pendolare tra Salerno e Napoli? 

«Sì, fu un periodo duro. Continuavo a vivere a Cava de’ Tirreni e studiavo a Salerno dove mi sono laureato in Giurisprudenza. L’attività sportiva non mi consentiva di seguire la pratica forense con continuità per cui decisi di approfondire gli studi di diritto e mi iscrissi a diversi corsi di specializzazione. Innanzitutto a quello di diritto civile - notarile tenuto dall’indimenticabile presidente Guido Capozzi. Poi alla scuola del Consiglio Notarile di Napoli. Quando al Circolo Canottieri conobbi il notaio Trinchillo, che era vice presidente del sodalizio, mi iscrissi anche alla sua scuola, la “Domenico Rubino”, della quale divenni il presidente». 

Voleva fare il notaio piuttosto che l’avvocato? 

«Non avevo le idee chiare. Sapevo solo che dovevo studiare tantissimo. Sempre al Circolo fui “adottato” dal grande avvocato Massimo Botti, mio punto di riferimento umano e familiare. Lui e il notaio Trinchillo sono stati veramente i miei “padri putativi”, anche perché quando avevo 22 anni papà Giuseppe venne a mancare ». 

Quando c’è stata la svoltà? 

«Quando ho conosciuto l’ex magistrato fallimentare, il professore Silvestro Landolfi, uno dei societaristi più bravi di sempre insieme a Campobasso e Di Sabato. Teneva un corso “pioneristico” di diritto societario a San Martino del quale mi nominò coordinatore. Mi volle al suo studio; mi disse: “Tu devi fare l’avvocato!”, a discapito di Trinchillo che mi diceva che ero ormai pronto e preparato per fare il notaio ». 

E lo sport? 

«Abbandonai quello agonistico definitivamente a 30 anni avendo ricevuto tantissimo. Dopo otto anni di specializzazioni, aprii lo studio dove ci troviamo adesso, in via Bracco (stesso palazzo del notaio Trinchillo) e mi “tuffai” anima e corpo nella professione di avvocato». 

Due grandi maestri: Trinchillo e Landolfi. Il loro più grande insegnamento? 

«Mi hanno fatto capire l’importanza “dinamica del diritto” che supera la statica dei testi universitari. Trinchillo mi ripeteva sempre “una norma è utile se risolve il problema”. Se il problema non si risolve non si è un buon avvocato e un buon giurisperito. Landolfi mi ha aperto al mondo del diritto societario. Il professore Grasso, poi, mi ha voluto con lui al grande studio internazionale legale e tributario di Ernst & Young, dove ho lavorato per circa sette anni acquisendo una esperienza formidabile». 

Si definiva un “provinciale” proiettato nell’internazionalità. Quali opportunità ebbe? 

«Affrontai giudizi importantissimi come quello dove patrocinavo il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali di Capua per la realizzazione dell’impianto di prove Crash per navicelle aereospaziali; impianto unico e prototipale. In questo giudizio ebbi contro la Ferrari Progetti Speciali di Luca di Montezemolo. Ebbi grande notorietà; colleghi, soprattuto avversari in altre controversie, conosciuta la mia specializzazione e la tenacia nel voler vincere, mi hanno coinvolto in incarichi che non avrei mai immaginato». 

Per esempio? 

«Ad esempio azioni ereditarie, di riduzione di disposizioni testamentarie, per famiglie titolari di gruppi armatoriali internazionali. Il giudizio era presso il Tribunale di Genova e dovetti chiedere il sequestro giudiziario dell’intera flotta. Il mio avversario era l’avvocato di Finmeccanica. Ottenni il sequestro e in 10 giorni facemmo un accordo. Altro giudizio importante fu la divisione ereditaria per i titolari di uno dei più grandi gruppi immobiliari partenopei avente ad oggetto, tra altri beni, diverse migliaia di appartamenti. Pendeva al Tribunale di Napoli da 30 anni. Definimmo in pochi mesi al mio studio con una scrittura privata». 

Il suo studio ha caratteristiche molto particolari. Ce ne parla? 

«È una sintesi tra tradizione e modernità; per la grande influenza ricevuta dalla sinergia creata per anni con Ernst & Young, che è uno tra i cinque studi di consulenza più importanti del mondo. È cresciuto in maniera tradizionale ma con la forte impronta di un uomo sportivo, educato alla preparazione strategica di tutto, all’agonismo per competere a livello di eccellenza, alla lealtà e al rispetto per gli altri. Questi principi sono stati la fonte dei due pilastri fondamentali sui quali poggia la struttura dello Studio. Il primo, di carattere etico, parcella a risultato ottenuto. Il secondo, di metodo, ogni singola pratica ha un “diario di bordo” come una nave: si progetta e disegna il punto di partenza e quello di arrivo. La rotta va costantemente aggiornata. Questi “precetti” sono le fonti dei tre principi inderogabili che sottendono il nostro lavoro: nulla accade per caso; nulla è modificato nello scritto se deciso dal direttivo dagli “operatori”; il primo errore è già determinate ». 

Il suo studio ha partecipato alla sperimentazione del proceso telematico e fa formazione...

«Sono avvocato di fiducia del Tribunale fallimentare e della Sezione delle Procedure Esecutive a Napoli e in altri Distretti. Quando è iniziato il processo telematico questo Studio ha partecipato alla sperimentazione dello stesso e ne è diventato quindi sperimentatore. Oggi anche i miei collaboratori sono legali di fiducia dei Tribunali del territorio sia in materia fallimentare sia in materia di esecuzione. Grazie anche ai maestri che ho avuto, la nostra è diventata una scuola di avvocati ». 

Quanti collaboratori ha? 

«Siamo una folta “squadra” in continua crescita; di recente si è aggiunto mio figlio Giuseppe, tornato dall’esperienza di studio in Spagna. A luglio si laurea mia figlia Mariagiulia che ha fatto una importante esperienza a Philadelfia e attualmente è in un importante studio triburario- fallimentare a Valencia e Madrid ». 

Qual è il suo obiettivo? 

«Dare allo Studio una connotazione dinamica ed internazionale. Ho iniziato con Ernst & Young presente ovunque nel mondo; oggi abbiamo nostri riferimenti in Spagna, Olanda e Stati Uniti. Questa vena di modernità, che avrà come protagonisti i miei figli e i giovani avvocati dello studio, è molto importante non solo per il profilo giuridico ma anche per lo sviluppo del nostro territorio, come apertura ai mercati, come assistenza ai gruppi stranieri che vengono in Italia per investire e per elevare il grado culturale delle nostre imprese. Ho curato da ultimo, per un Gruppo francese che ha oltre 320 alberghi in Europa, la voltura di una importante struttura alberghiera a Napoli, in piazza Garibaldi. L’operazione importante, complessa, fa crescere la professionalità e la qualità dell’offerta alberghiera di Napoli. Stiamo facendo lo stesso anche ad Ischia, Capri, Pompei, in Penisola Sorrentina e Amalfitana».

Ritornando all’attività sportiva, attualmente ricopre una carica di grande prestigio con importanti responsabilità: è il presidente regionale della Federazione Nazionale Nuoto. 

«Ho avuto moltissimo dallo sport. È l’unico strumento per cambiare il destino di giovani di strada poco fortunati, perché solo attraverso il gioco si può sottrarre un bambino alla strada ed educarlo al rispetto delle regole; uniche strade per conseguire vittorie autentiche. Per questo è doveroso il mio contributo come dirigente sportivo. Ho iniziato da consigliere del Circolo Canottieri Napoli con il progetto di ricostituzione del settore nuoto e pallanuoto, che oggi è nuovamente tra i migliori d’Italia. Come legale consulente del Coni per il problema dell’impiantistica del territorio. Da nove anni presidente della Fin Campania impegnato a valorizzare il nostro grande patrimonio sportivo». 

È molto impegnato nel sociale con il progetto “Albricci”. Ce ne parla? 

«Il Coni mi chiese di studiare la problematica dello stadio militare “Albricci”. Si voleva lottizzare l’area di 50mila mq. per costruire caserme e abitazioni; la cosa mi indignò e proposi la fondazione dell’associazione “Lo Sport e l’Esercito per il futuro di Napoli” per riavviarlo. Con tutti i presidenti nazionali delle Federazioni sportive interessate alla struttura si creò una sinergia con ministero della Difesa, e tra l’Esercito, il Coni, la Scuola e la Chiesa. Il 23 novembre di 7 anni fa ci fu una riunione al Comando Esercito alla quale parteciparono 43 persone: i più alti vertici dei comandi militari, del Coni, della Scuola e della Chiesa ai quali illustrai il progetto che, grazie al cielo, si è realizzato. Oggi 1.500 ragazzi sono accolti dall’Esercito nell’impianto, attratti dal “gioco”, e mentre si divertono praticando vari sport fanno catechismo, parlano inglese, spagnolo e francese, con il progetto “Giocando con le lingue”, acquisiscono quotidianamente l’abitudine al rispetto delle regole e l’entusiasmo per fare squadra e solo “cose belle”». 

Quali sono le fonti di finanziamento? 

«Nessun finanziamento. Tutto si fonda sulla ospitalità nello stadio data dall’Esercito e dalla passione dei tanti volontari dello sport. L’“Albricci” è un modello che viene preso a esempio da molti. Per dare maggiore impulso al progetto rimisi la presidenza dell’associazione nelle mani della più alta carica dello sport territoriale, il presidente del Coni Napoli, Sergio Roncelli. Conservo la presidenza onoraria della stessa».

di Mimmo Sica

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