Martedì 25 Settembre 2018 - 15:19

Coppola, la vocazione per il giornalismo

Gianfranco Coppola (nella foto), salernitano, è un giornalista della Rai. È il vice capo redattore responsabile della fascia serale dei Tg e coordina anche la redazione sportiva. Parallelamente all’attività professionale ha sempre ricoperto cariche di natura sindacale con incarichi importanti. È stato consigliere-segretario dell’Ordine, poi consigliere nazionale, presidente della stampa sportiva della Campania nel 1995, consigliere della stampa nazionale, quindi vicepresidente dal 1999 e vicepresidente vicario. Da otto anni è il delegato unico italiano per i rapporti con la stampa sportiva mondiale che ha sede a Losanna e rappresenta i 5 continenti. Cinque anni fa è stato eletto anche nel comitato esecutivo della sezione Europa e nella commissione Football.

«Il giornalismo è stato per me come una vocazione, nel senso che non ho mai pensato a un lavoro diverso. Quando stavo in terza elementare ebbi la fortuna di varare un esperimento nuovo per l’epoca, il giornalino di classe. Mi appassionai molto e la maestra mi incaricò di curare anche gli articoli che scrivevano gli altri compagni. Ricordo che gli alunni delle altre classi chiedevano di essere menzionati nel giornalino. E anche i genitori chiesero alla maestra un allargamento del raggio di... news. Capii perciò fin da allora che essere citato su un giornale, seppure di nicchia, dava un grande piacere».

Ha iniziato da autodidatta con un metodo molto originale...

«Dopo avere assistito a una partita di calcio allo stadio, rientravo a casa e scrivevo il mio articoletto su dei quaderni che mia madre conserva ancora gelosamente. Il lunedì aspettavo l’uscita in edicola del “Roma”, che era il giornale letto in famiglia, e de “Il Mattino”, ritagliavo le foto e insieme ai miei articoletti che firmavo “costruivo” la pagina del mio giornale ideale. A rileggerli oggi fanno un po’ ridere ma da essi traspare tutta la mia intensa passione per quello che sarebbe diventato il mio “mestiere” al quale sono arrivato anche grazie ai consigli e agli incoraggiamenti in giovanissima età di un caro amico di mio padre, l’avvocato Mario Perrotta, firma del “Roma” laurino».

Quando fece la prima esperienza sul campo?

«Mi sono sempre proposto da solo. Un giorno Ivo Bassani, dirigente del Centro Sportivo Italiano di Salerno, che curava gli altri sport a Radio Stella, quasi leggendo nei miei pensieri, mi disse: “ti piacerebbe collaborare con me in radio?”. Accettai con entusiamo e a 17 anni stavo in una radio sportiva a fare un programma con interviste sui campi di pallacanestro, di hockey su pista o a bordo piscina per una partita di pallanuoto. Poi la chiamata di Radio Salerno 1 diretta da Enzo Todaro fu come una promozione».

Poi approdò alla Gazzetta di Salerno...

«A un convegno avevo conosciuto il direttore di quell’importante settimanale, Antonio Bottiglieri, valente giornalista che collaborava anche con “la Repubblica”. Gli scrissi una lettera e accettò la mia richiesta di collaborazione. Quel giornale non curava lo sport. Ruppi l’embargo. In occasione di un incontro amichevole a Salerno tra la Salernitana e l’Inter, il direttore mi incaricò di scrivere il pezzo per “Repubblica” al suo posto. Avevo 19 anni e fu un evento molto importante e sorprendente anche per la mia famiglia».

Quando c’è stata la svolta?

«Collaboravo con il leggendario Guerin Sportivo che mi valse la chiamata del direttore- editore dell’Agenzia Tuttocalcio, Alfio Tofanelli, a Montecatini e la sottoscrizione del primo contrattino. Tofanelli è stato un secondo papà, e la sua famiglia una mia seconda famiglia. Quella indimenticabile esperienza rafforzò le esperienze già maturate con altre collaborazioni: “Boxe Ring” del mitico direttore Fazi, “Avvenire”, e “L’Osservatore Romano” grazie ad Angelo Scelzo, e dopo quotidiani e periodici stranieri come l’argentino “El Grafico” e il brasiliano “Placar”, magazine dedicati al calcio. Appassionante anche la collaborazione con “Sport Sud” e “Sport del Mezzogiorno”».

Poi la collaborazione con “Il Mattino” e la successiva assunzione...

«Cominciai a collaborare con i settimanali sportivi de “Il Mattino” per volere di Nino Masiello e Guido Prestisimone. Quando il Napoli si apprestava a vincere il primo scudetto, ci fu l’opportunità di potenziare la redazione sportiva del quotidiano e il capo, Romolo Acampora, insieme a Clodomiro Tarsia, responsabile della redazione province, propose la mia assunzione al direttore Pasquale Nonno. Nell’aprile del 1987 fui assunto e la Prima Edizione straordinaria dello scudetto porta anche la mia firma. Da redattore sono stato anche informatore della Cnn, per Italia ’90. Seguivo l’ Inghilterra in ritiro a Vietri sul Mare. Ero un ragazzo che a 26 anni riceveva uno stipendio e abbastanza consistente per quei tempi al punto che mia madre e mio fratello mi chiedevano se fosse tutto vero quello che dicevo di guadagnare perché mio padre, che era un dirigente assicurativo, aveva una retribuzione inferiore. A giugno del 1988, superai l’esame di idoneità professionale dopo il corso all’Università di Urbino dove c’era il primo corso di Laurea in Giornalismo col mitico professore Mascilli Migliorini, rettore Carlo Bo».

Un periodo al “Roma” e poi a “L’Informazione”, nella redazione romana, hanno preceduto la sua assunzione in Rai...

«Nel 1990 Gaetano Giordano, carissimo amico e collega con una bella penna, fu chiamato per dare vita al nuovo “Roma” di Casillo, Maiello e Colasanto. Mi chiese di andare da lui come inviato speciale. In quel periodo giravo meno per il “Mattino” perché mi occupavo di partite di calcio minore. Potendo rientrare nel giro di quello che mi piaceva fare, accettai. Sono rimasto al “Roma” fino al 1993. È un giornale che mi ha segnato nella vita per più motivi. Il più importante è che lì ho conosciuto mia moglie, Marisa Bertoldi. Lavorava nell’amministrazione e mi ha dato due meravigliosi figli: Matteo e Michela».

Dal 1995 lavora alla Rai. Come ci è arrivato?

«Ancora una volta “proponendomi”. Incontrai Blasi, il capo redattore della Rai, che stava rientrando da Roma in treno. Mi chiese che cosa stessi facendo. Lo informai che il giornale era un po’ in difficoltà e che mi stavo guardando intorno per trovare un’alternativa. Dopo qualche giorno mi chiamò al cellulare e mi disse che un collega aveva rinunciato a un contratto estivo per due mesi che la Rai gli aveva offerto perché non lo ritenava rispondente alle sue aspettative. Lo propose a me e lo presi a volo. Sono sempre stato accolto bene soprattutto in un ambiente dove la smania di visibilità prevale sulle qualità umane e non ho mai scalfito le gerarchie. Non ho mai protestato quando da Roma arrivava qualche segnalazione per servizi più importanti e Salvatore Biazzo, che coordinava lo sport, gestiva la suddivisione degli incarichi con necessaria cura delle gerarchie. Dopo quattro anni di “gavetta” sono stato contrattualizzato. Sono stato anche conduttore del Tg fisso di sera/notte per 16 anni e radio-telecronista».

La rete e i social hanno stravolto il modo di fare giornalismo. Che cosa occorre oggi per fare bene questa professione?

«È fondamentale inculcare nelle giovani generazioni di giornalisti l’importanza di verificare le fonti. Le redazioni sono tempestate di notizie e bisogna sapere distinguere le vere dalle false. Pochi lo fanno e non ci sono regole. I cronisti di un tempo facevano il giro dei drappelli ospedalieri e stavano nella sala stampa della Questura. Quelli di oggi spesso non conoscono neanche i numeri di telefono delle fonti perfino nei settori di cui si occupano prevalentemente. Nella mia agenda ho circa ottomila recapiti telefonici di persone che ho conosciuto andando in giro per lavoro. A distanza di trenta-quarant’anni mi sento ancora con colleghi ormai in pensione. Sono fermamente convinto che un giornalista senza rubrica vale almeno la metà del suo potenziale. Inoltre si sta esagerando un po’ nella vanità».

In che senso?

«Molti colleghi, nei profili social, cercano di fare bella mostra di sé postando foto o notizie che non hanno alcuna attinenza con l’attività professionale. Anche dalla Bielorussia, dopo un sopralluogo agli impianti delle “Olimpiadi europee” del 2019 porterò solo foto-notizie attinenti all’attività professionale. Occore non perdere di vista che, nonostante i tempi, la gente da noi giornalisti si aspetta sempre di sapere qualcosa di diverso e di importante. Quando le persone ci “visitano” sui social e vedono che facciamo solo vetrina, ovviamente perdiamo di credibilità».

Esiste ancora la possibilità di fare uno scoop?

«Credo che l’ultimo lo abbia fatto la vaticanista dell’Ansa, Giovanna Chirri, quando l’11 febbraio 2013 tradusse dal latino, in simultanea, le parole di Benedetto XVI con cui annunciava le sue dimissioni».

La carta stampata ha un futuro?

«Sì ma a condizione che non si riempiano le pagine del giornale senza curare la qualità. Bisogna scrivere bene e farlo sempre. Quando trovo un articolo bello lo ritaglio e lo conservo cosi come ho sempre fatto fin dai tempi di Gianni Brera, giornalista sportivo di rara bravura ma anche di profonda cultura. Ricordo che un giorno in un ristorante a Mosca, grazie al mio fratello maggiore Nino Petrone, eravamo seduti allo stesso tavolo e lui ci intrattenne per lungo tempo sulla storia del Teatro Bol’šoj e sulla Salerno longobarda».

L’impossibilità per le redazioni di essere “scuola” come per il passato incide sulla qualità degli articoli?

«Sicuramente, ma è altrettanto vero che i giovani non hanno voglia di ascoltare chi ha più esperienza di loro. I “maestri” non mancano ma sono sfiduciati perché poco seguiti. Non è che mi ritenga tale, ma comunque ho esperienza e quando parlo alle giovani leve vedo nei loro sguardi espressioni del tipo: “ma che vuole questo vecchio trombone? C’è per fortuna qualche eccezione».

È fortemente impegnato nel sociale...

«Nel 1995 sono stato in Brasile. Un giorno vidi dei bambini che giocavano sulla spiaggia, sistemavano delle asticelle di legno sul bagnasciuga dell’oceano. Vinceva chi aveva posizionato l’asticella che l’onda del mare non aveva abbattuto. Raccoglievano poi le lattine vuote lasciate sulla sabbia, le andavano a vendere e con i soldi realizzati il vincitore del gioco comprava il gelato agli altri ed erano tutti felici. Pensavo ai figli dei miei amici che, con una casa piena di giocattoli, non si divertivano mai. La gioia di quei bambini poveri, malvestiti e anche denutriti mi commosse e mi ha spinto ad aiutare Padre Enrico Arrigoni, che ha una missione che opera nella favela Tabajara a Rio de Janeiro, dove assiste i bambini in difficoltà. Anche quest’anno farò un’asta con le maglie di calciatori brasiliani che giocano in Italia e in Europa. Il ricavato lo devolveremo alla nobile missione di Padre Enrico Arrigoni».

Ha qualche rimpianto?

«Il sogno mancato della mia carriera, che comunque è ricca di soddisfazioni, è stato fare il corrispondente dall’estero. Scrissi anche una lettera a Sergio Lepri dell’Ansa e alla Rai dove mi proposi per la sede di Rio de Janeiro. Ma non ci sono riuscito ».

Tanti ricordi. Uno per tutti?

«Un caffè preso con Giovanni Paolo II alla Basilica di Capodimonte, ma anche il primo scudetto del Napoli, città dove vivo da anni e mi trovo benissimo».

di Mimmo Sica

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