Mercoledì 14 Novembre 2018 - 8:32

Don Luigi Merola, il prete di strada

Don Luigi Merola (nella foto), prete diocesano, è il presidente della Fondazione “’A Voce d’’e Creature”. È laureato e specializzato in teologia spirituale presso la facoltà teologica dell’Italia meridionale San Luigi e in Scienze Sociali presso la Federico II. È giornalista pubblicista ed è stato opinionista di “Republica”, edizione di Napoli. Due volte alla settimana è ospite a titolo gratuito a “La vita in diretta” in onda su Rai1. Ha scritto sette libri e ha ricevuto numerosi premi. È Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

«Sono il secondo di quattro figli maschi e sono nato nella zona settentrionale di Napoli, in un quartiere dove o si diventa camorristi o si appartiene allo Stato. Grazie all’educazione avuta dai nostri genitori, tutti e quattro fratelli abbiamo scelto la strada della legalità. La maggior parte dei nostri coetanei, invece, si è affiliata alla criminalità organizzata».

Perché decise di entrare in seminario?

«A tredici anni partecipai al campo estivo organizzato dai Padri Bianchi di Padova, missionari in Africa. Ho visto il lavoro che facevano in quel continente tra i bambini costruendo scuole e ospedali. Tornato a casa dissi a mia madre che non volevo piu iscrivermi alll’istituto per geometri, il “Gianbattista Della Porta”, ma che volevo entrare in seminario. Eravamo 80 ragazzi e fui l’unico a completare gli studi fino a otterere il dottorato in teologia e filosofia. Ero appassionato della storia sulle sette segrete ma poi non proseguii più perché avevo capito che la mia missione come sacerdote non era l’insegnamento ma fare il prete di strada. Stare insieme alla gente e dedicarmi soprattutto ai giovani».

Quando è diventato sacerdote?

«Il 22 giugno del 1997 ad appena 24 anni con la dispensa. Ho avuto gli ordini nella Cattedrale di Napoli».

Il suo primo incarico?

«A Marano di Napoli, nella parrocchia San Ludovico d’Angiò come viceparroco. Oltre all’evangelizzazione nel rispetto dell’ortodossia della chiesa cattolica, cominciai a contrastare l’usura con la quale venivano “strozzati” alcuni imprenditori. Senza preavviso il cardinale Michele Giordano mi mandò a Forcella. Era il 1 ottobre del 2000. Quella decisione mi fece soffrire molto perché invece di essere sostenuto nella mia azione fui lasciato solo e punito. Per monsignore Vincenzo Pelvi, vicario del cardinale e mio professore di teologia, io non facevo il prete ma combinavo solo guai».

Sette anni presso la parrocchia di San Giorgio Maggiore, prima come viceparroco e poi come parroco, che le sono valsi l’appellativo di “parroco anticamorra”. Perché?

«È una definizione che ho sempre rifiutato. Il prete non va contro nessuno, è un pescatore di anime e di coscienze. Quando mi accorsi che circa il 40% dei bambini non volevano andare alla scuola dell’obbligo, creai un centro in parrocchia per appassionarli al rispetto di quell’obbligo. Dal pulpito, poi, predicavo la legalità ed esortavo i miei parrocchiani a praticarla con me. Cominciavo a fare rumore, davo fastidio e non nascondevo i miei preoccupati interrogativi sul perché lo Stato avesse lasciato campo libero al clan camorristico della famiglia Giuliano. Iniziò una stretta collaborazione tra me e il questore Franco Malvano e divenni opinionista di “Repubblica” edizione di Napoli. Ero considerato il prete coraggio, il prete bambino, il prete scugnizzo. Mi appassionai alla storia della camorra che pregnava il quartiere fin dalle fondamenta. La mia intenzione era quella di bonificare il territorio».

E i suoi superiori?

«Il cardinale diceva: “un prete non può fare il sindaco o il poliziotto del suo quartire. Don Luigi faccia il prete perché il bene non fa rumore e il rumore non fa bene”. Ancora una volta la Chiesa mi aveva abbandonato».

Nonostante vivesse sotto scorta, le minacce di morte e soprattutto le preoccupazioni per l’incolumità di sua nipote la indussero e chiedere il trasferimento. Dove andò?

«A differenza del suo predecessore, il cardinale Crescenzio Sepe mi fu molto vicino. Capì che i pericoli che correvo erano gravi e immanenti e mi mandò a Roma, accogliendo la richiesta del ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, che mi voleva al suo dicastero. Lo avevo conosciuto nel 2006 quando inaugurammo la scuola intestata ad Annalisa Durante, vittima innocente di camorra, che è nata per la forte volontà mia, del padre di Annalisa e della preside Tuccillo».

Che ruolo svolse?

«Dirigente dell’ufficio III della Direzione dello Studente del Miur. Sono stato il primo e forse unico prete a ricoprire un incarico del genere. Dovevo divulgare la legalità nelle scuole sul territorio nazionale. Ben presto fui ritenuto e trattato da estraneo dai burocrati perché volevo capire le logiche di un sistema spesso ambiguo e per niente trasparente. Quando chiesi con una lettera al responsabile dei progetti come venivano spesi i soldi previsti dalla legge sulla istituzione del Fondo per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa e per gli interventi perequativi, dopo un silenzio pesante come un macigno, fui informato telefonicamente che il periodo del mio incarico era terminato. Anche in quella occasione e in quella sede conobbi l’anti-stato».

Rientrò a Napoli e che cosa fece?

«La mia vocazione era quella di fare a tempo pieno l’educatore e nel mio cuore c’era il sogno di creare un centro che potesse accogliere bambini togliendoli dalle strade e di farli studiare. L’occasione si presentò quando, al quartiere Arenaccia, la villa del boss Raffaele Brancaccio, detto “Bambù”, fu confiscata dallo Stato e data al Comune di Napoli. Ero a Roma al Miur, ne feci richiesta e mi fu assegnata. Nacque nel dicembre del 2007 la Fondazione di recupero minorile “’A Voce d’’e Creature”. Gli impegni ministeriali mi consentivano di rientrare a casa solo nei fine settimana per cui non potevo seguirne la “gestione” direttamente. Dovetti provvedere a tutto a partire dalla ristrutturazione della villa. Ci misi i primi 55mila euro che erano il frutto del mio lavoro incluso quello presso il Miur. Terminato l’incarico romano, dopo un periodo trascorso come parroco della chiesa di San Carlo Borromeo alle Brecce, in via Galileo Ferraris, assunsi la presidenza della Fondazione e da allora ci lavoro a tempo pieno».

Quali sono gli scopi della Fondazione?

«Fondamentalmente tre: la realizzazione di interventi di recupero ai percorsi scolastici e di contrasto in tutte le forme possibili di dispersione scolastica; interventi e progetti finalizzati all’erogazione di servizi assistenziali, di aggregazione sociale ed integrazione culturale; la dotazione di strumenti necessari per facilitare la collocazione occupazionale, attraverso la formazione alle nuove figure professionali e recuperando antiche mestieri e professioni artigiane. L’anno scorso abbiamo aperto la scuola per pizzaioli grazie all’aiuto del mio amico Vincenzo Staiano, il pizzaiolo del Papa, titolare della pizzeria di Lettere “’O zi Aniello”, che ne è il docente. Diversi ragazzi sono diventati pizzaioli e alcuni hanno anche trovato lavoro».

Come si finanzia la Fondazione?

«Soprattutto con il 5 per mille dell’Irpef. Rappresenta per il cittadino un modo democratico per sostenere attività socialmente utili senza alcun aggravio, mentre per lo Stato si tratta di una voce di spesa, dal momento che una porzione del gettito fiscale risulta vincolata alle finalità scelte dal cittadino. Il contribuente lo devolve alla Fondazione tramite bonifico bancario con codice Iban IT89E0335901600100000104000. É un istituto ben diverso dall’8 per mille dell’Irpef che prevede che il contribuente, in sede di dichiarazione dei redditi, è invitato a esprimere anche la propria preferenza su di esso, ossia sulla possibilità che lo Stato devolva l’8 per mille dell’intero gettito fiscale a una confessione religiosa di sua scelta».

Nel suo ultimo libro, “La camorra bianca - Riflessioni ad alta voce di un prete scomodo”, su questo argomento ha mosso una precisa accusa alla Cei. Perché?

«Ogni anno la Conferenza Episcopale Italiana riceve dallo Stato come 8xmille circa 2 miliardi di euro. Noi sacerdoti quasi sempre siamo costretti a chiedere aiuto altrove. Questa cattiva gestione per me fa parte della “camorra bianca”, quella dei colletti bianchi».

Quanto occorre all’anno per mandare avanti la Fondazione?

«Almeno 140mila euro sui quali la spesa del personale incide solo per il 30% come accade solo per le aziende d’eccellenza. Il resto serve per raggiungere gli obiettivi propri della nostra “mission”, per fornire beni e servizi a più di 200 ragazzi in maniera gratuita, per sostenere le loro famiglie, per pagare il fitto della sede, le utenze, le imposte, le tasse e quant’altro. La provvidenza non mi ha mai abbandonato e ogni anno riesco a recuperare questi soldi».

Di che cosa parlano i suoi libri?

«L’argomento è sempre il rapporto tra legalità e camorra e l’impegno civile».

Anche Roberto Saviano ha scritto di legalità. Che ne pensa?

«È partito bene poi si è perso per strada e sta continuando a sbagliare . Per esempio, più volte ha definito la camorra casertana “sistema mafioso”, “mafia imprenditoriale” e ha parlato di “giovani segnati per sempre dal sistema”. Ho ascoltato giovani che sono stati scartati ai colloqui di lavoro perché sulla loro carta d’identità si legge “nato a Casal di Principe”. Sono andato in quei territori e ho trovato giovani arrabbiati e con voglia di fare, altro che perduti! Poi è venuto il film “Gomorra” di Garrone e Casal di Principe è diventato il comune della camorra. Non è così perché ho conosciuto un popolo dignitoso che merita rispetto».

Che cosa insegna?

«Sono docente alle scuole medie da venti anni. Insegno il dialogo tra le religioni. I miei ragazzi sono molto interessati a conoscere e approfondire le altre religioni. È ben altro rispetto a quello che comunemente si fa nelle scuole, cioè insegnare solo quella cattolica».

Per lei la chiesa cattolica è al passo con i tempi?

«No, si deve aprire al mondo. Il Concilio Vaticano II è stato una rivoluzione perché ha messo in secondo piano la gerarchia privilegiando il popolo che è, e deve essere, il cuore del programma pastorale. Negli anni, però, c’è stata una involuzione e un drastico dietrofront: chi rappresenta la Chiesa sul territorio non ha più seguito questo principio, o forse non lo ha mai fatto. É molto grave perché non si cresce e si perdere credibilità».

Fuori dai ranghi come si sente oggi?

«Ho una strana è bella sensazione di libertà, ma con tanta rabbia verso uno Stato che continua a essere debole con i forti e forte con i deboli e con gli onesti».

C’è qualcosa che ha fatto e di cui si pente?

«Rifarei ogni cosa, perché il coraggio è una peculiarità che mi appartiene. La paura è un sentimento con cui convivo da tempo. Se dovessi incoraggiare qualcuno a denunciare e a ribellarsi lo farei ancora, ma gli direi che serve il coraggio all’inizio, quando si decide di farlo, e alla fine, quando si ritroverà da solo e lo Stato gli volterà le spalle. Ma solo se avrà coraggio allora sarà davvero libero».

di Mimmo Sica

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