Lunedì 10 Dicembre 2018 - 20:15

Ermanno Corsi, “metà uomo e metà libro”

Il titolo indica come, all’Istituto per gli Studi Filosofici, Gerardo Marotta definì Ermanno Corsi (nella foto) dopo un convegno sugli indici di lettura. Il nostro personaggio di oggi è laureato in Lettere alla Federico II. Giornalista professionista di consolidata esperienza nei quotidiani il Tempo e il Mattino e articolista del Giorno e della Repubblica, opinionista del Roma e del Denaro. Collaboratore del Mondo e dell’Europeo, di riviste specializzate come Nord e Sud fondata da Francesco Compagna. È stato conduttore del Tg3 Campania e ha acquisito la nomina di capo redattore. É stato consigliere nazionale della Fnsi e componente della giunta esecutiva. Presidente dell’Associazione Napoletana della Stampa e del Circolo della Stampa, ha presieduto l’Ordine dei Giornalisti della Campania per 18 anni. E’ autore di oltre quindici libri di narrativa, storia e cultura meridionalista. La Libera Università Isfoa di Milano gli ha conferito la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione. É Commendatore al Merito della Repubblica Italiana, cittadino onorario di Paestum e di altri cinque comuni della Campania

«Mi porto addosso 11 anni di vita in Toscana e precisamente a Carrara ai piedi delle Alpi Apuane, paesaggio straordinario di montagna. Dopo ce ne sono ormai più di 65 tutti napoletani: dai monti al mare. Mi sento molto più napoletano di tanti perché, strada facendo, ne ho incontrati che maledicevano l’ora e il momento di essere nati a Napoli. Io invece non maledico. Anzi benedico. Ha fatto la scelta fondamentale di rimanere a Napoli nonostante non mi siano mancate occasioni di lavoro altrove. La prima con la Stampa di Torino, poi con il Corriere della Sera come inviato da Napoli per il Sud. Al Tempo di Roma, quando il direttore era Renato Angiolillo, ho lavorato alla redazione di cui era responsabile Gianni Letta».

Come nasce la sua passione per il giornalismo?

«Dai primissimi anni del liceo classico che ho frequentato al De Bottis di Torre del Greco. Avevamo un giornale studentesco precursore de “La zanzara” del Parini di Milano che avviò la contestazione studentesca. Lo chiamammo il “Sette bello” perché il 7 era sempre un bel voto. Una testata un po’ cattiva per i contenuti perché scherzavamo e ironizzamo sul comportamento di alcuni insegnanti al punto che rischiavamo punizioni severe».

Quando c’è stata la svolta?

«L’anno decisivo il 1959. Cominciai a scrivere sul giornale “La Torre” (ancora oggi l’unico periodico esistente che ha una storia di più di 100 anni) e sul Corriere di Napoli. Mi chiesero di scrivere un articolo sulla morte di Enrico De Nicola a Torre del Greco e sul Premio Nobel per la letteratura Salvatore Quasimodo. Il primo rapporto ufficiale lo ebbi con la redazione napoletana del Tempo che aveva la sede in galleria Umberto I ed era retta da Arturo Assante. Sono diventato professionista appena finito il praticantato, a luglio del 1960, quando non esisteva l’esame di Stato».

Di che cosa si occupava?

«Di cronaca e di cultura. Sono stato anche rendicontista del Consiglio comunale alla Sala dei Baroni. Nella redazione cominciai a capire la città come la può capire un giornalista. Il bello della nostra attività professionale è che consente di vivere tante vite nella propria perché, per ogni vicenda di cui si racconta, si entra nella vita di altri e quindi si forma una conoscenza dal di dentro. I cronisti soprattutto diventano “voci di dentro” della città».

Poi andò a Roma e lì si presentò l’occasione di fare la scelta fondamentale della sua vita come uomo e come giornalista...

«Alla redazione centrale serviva qualche unità e si attingeva dalle redazioni regionali. Ci sono stato più di tre anni. In quel periodo ebbi due offerte di lavoro, alla “Stampa” di Torino e al “Mattino”, nella cronaca con Orazio Mazzoni. Ho trascorso la famosa notte dell’Innominato manzoniano preso da una serie di pensieri. Mi trovai di fronte a una scelta non facile: lasciare Roma per Torino o per ritornare a Napoli al Mattino. Francamente dopo averci pensato a lungo decisi di tornare nella mia città».

Perché?

«Mi sentivo molto legato a Napoli e agli studi che stavo per completare alla Facoltà di Lettere e Filosofia. Avevo tra i docenti figure come Aldo Masullo, cui sono rimasto sempre molto legato, e relatore della tesi di laurea Salvatore Battaglia, l’autore del Grande dizionario della lingua italiana. Mi chiese di diventare suo assistente, ma non potetti accettare perché avevo deciso di fare il giornalista a tempo pieno».

Come era “Il Mattino” quando fu assunto?

«Sono entrato nella ormai ex sede di via Chiatamone nel momento in cui avveniva il passaggio da Giovanni Ansaldo a Giacomo Ghirardo. Il giornale era appiattito sulla posizione democristiana più arretrata, quella gaviana. Diventai ben presto il riferimento della contestazione. Insieme a un gruppo di colleghi fondammo il movimento di “Rinnovamenteo sindacale”. Volevamo che “Il Mattino” diventasse più democratico, pluralista e meridionalista. Quando la proprietà della testata passò dalla “Edime” a Rizzoli, la Democrazia Cristiana impose come direttore Orazio Mazzoni con il quale ero entrato in forte contrasto. Illustrò in assemblea il nuovo organigramma dicendo che mi promuoveva Capo redattore. Gli risposi che accettavo la riassunzione nel passaggio dalla Edime alla Rizzoli, così come era stato concordato sindacalmente in sede ministeriale, ma non “l’aggiunta dei gradi” perché era una decisione sua, cioè di chi avevo contestato. Con Mazzoni sono diventato, però, molto amico quando lui venne “sollevato” in maniera discutibile dalla direzione del “Mattino”».

Quindi che cosa le accadde?

«Per un anno sono stato redattore della Terza Pagina il cui responsabile era Michele Prisco. Con lui sono stato assolutamente tranquillo. Si occupava di critica cinematografica e mi diceva: “Fai tu perché io non ne voglio proprio sapere di stare tante ore in redazione”. Ho fatto anche l’inviato speciale all’estero, ma soprattutto nelle regioni del Nord e del Mezzogiorno. Sono rimasto al Mattino per dodici anni».

Perché passò alla Rai?

«Fu una scelta di coerenza. Alla metà degli anni Settanta in Italia il giornalismo ebbe una grande svolta. Con le sentenze della Corte Costituzionale che liberalizzavano l’etere, nacque il duopolio Rai servizio pubblico- emittenti private, con Mediaset che fece man bassa. Allora si avviò la grande riforma con il decentramento radiotelevisivo pubblico. Dovevano nascere i telegiornali regionali che corrispondevano anche a una grande esigenza del paese. Con questo decentramento tre regioni, la Valle d’Aosta, la Basilicata e la Calabria ebbero il primo Tg regionale tutto loro. Per la mia esperienza, mi fu chiesto di lasciare la carta stampata e di passare alla Rai. Ho varcato la soglia della sede di viale Marconi a Capodanno del 1978. Come redattore mi sono occupato prevalentemente delle questioni di Napoli e della Campania, di rubriche che partivano da Napoli, ma avevano una proiezione nazionale, e delle tribune politiche».

In Rai ha terminato la sua carriera con la qualifica di caporedattore “ad personam”...

«Sì, ma per vertenza».

Che cosa intende dire?

«Il direttore della testata regionale fece una grande assemblea nella sala verde della Rai di Napoli e annunciò che erano maturi i tempi per fare quattro promozioni. Tre caporedattori di line e uno ad personam, incarico questo che prediligevo. Passava il tempo ma la lettera di promozione non arrivava. Mi rivolsi al garante dell’autorità Giuseppe Santaniello. Dopo poco mi informò che la Rai gli aveva risposto che la mia promozione non era stata formalizzata perché si era deciso di non nominare più caporedattori ad personam. La casualità della vita volle che due giorni dopo, leggendo La Stampa di Torino, appresi che questa nomina era stata deliberata per Mimmo Liguoro del Tg3 nazionale, mio compagno di liceo, entrato in Rai dopo di me. Per cortesia comunicai al presidente Santaniello che avrei fatto causa alla Rai. La vertenza durò i giorni strettamente necessari per ottenere la nomina a caporedattore “ad personam”. La Rai è un grande labirinto. Evidentemente, mi fu spiegato, non avevo saputo trovare il giusto filo di Arianna per uscirne».

Parallelamente ha svolto anche un’ intensa attività sindacale...

«Sono stato presidente dell’Associazione napoletana della stampa, e del Circolo, per 4 anni; trent’anni consigliere della Fnsi e per 10 anni membro della Giunta esecutiva con l’incarico per l’editoria del Mezzogiorno».

Poi però passò all’Ordine. Perché?

«Sempre il movimento “Rinnovamento sindacale” pensò che fossi la persona adatta per interessarmi anche del riassetto dell’Ordine. Alle elezioni del 1983 mi candidai insieme alla collega Lina Tamburrino , di cui mantengo una stima illimitata. Fummo eletti entrambi, ma io mi dimisi perché ero legato alle logiche delle battaglie sindacali. Vedevo l’Ordine come una struttura per il disbrigo di pratiche burocratiche».

Alle elezioni del 1986 non potette fare a meno di ricandidarsi. Con quale risultato?

«Prendemmo la maggioranza come gruppo e io fu il primo degli eletti. Il presidente uscente, Cesare Marcucci, in via riservata mi chiese di fargli fare il presidente ancora per un anno e mezzo per poi dimettersi. Accettai senza esitazioni. Marcucci, però, non mantenne la promessa. Nel 1989, rieletto, iniziarono i miei 18 anni di presidenza all’Ordine dopo essere stato 3 anni consigliere e altri tre dopo il 2007 quando ero già pensionato. All’Ordine ho dedicato complessivamente 24 anni».

Quando ha cominciato a scrivere libri?

«A partire dagli anni ’80. Il giornalismo consente di vivere dentro le cose e di attingere da molte fonti tante notizie e mettere insieme numerosi elementi. Poi, però, viene anche il momento di raccontare un po’ meglio perché le cose accadono e cosa c’è dietro di esse. Allora il libro appare la sede più giusta per ricostruire una storia, i vari aspetti e le mutazioni che un grande organismo umano e urbano come la città ti offre. Nel libro la riflessione va un pò più in profondità ».

Che ne pensa del progetto di riforma per l’accesso alla professione di cui si fa portavoce il presidente nazionale Carlo Verna?

«Non è un caso che il “Premio Capri San Michele” del 20 ottobre scorso, per la sezione “Giornalismo” intitolata al grande nome di Italo De Feo, è stato assegnato a Carlo Verna. Sono stato contentissimo di questa scelta. Condivido i contenuti del suo programma a cominciare dall’idea di cambiare il nome da Ordine dei Giornalisti a Ordine del Giornalismo. L’attuale denominazione ha ancora il sapore del corporativismo, mentre quella proposta individua meglio il giornalismo come strumento di dialettica e tutela sociale. Può essere il primo segno per dare fiducia a un’opinione pubblica che è fortemente disorientata».

Come vede la Napoli di oggi?

«Si fa sempre più strada il concetto di “società liquida”. Ritengo che individui al meglio l’incapacità di aggregarsi intorno a un progetto credibile e importante. Napoli vive questa realtà in maniera particolarmente forte».

Ma Napoli ha una sua identità?

«C’è un’identità che però ha imparato troppo a modellarsi conformisticamente secondo i tempi ed è molto duttile. Vale, quindi, l’idea di una città dai molteplici doppi fondi nel senso che quando crediamo di aver toccato il fondo ci sorprendiamo noi stessi a scoprire che ce n’è un altro ancora più sotto. Comparerei la città a quel famoso orologio le cui lancette girano, girano ma non segnano mai l’ora esatta».

Condivide che ci siano segnali di una deglobalizzazione a livello planetario?

«Abbiamo dentro di noi l’irrinunciabile spirito dell’Ulisse dantesco che vuole varcare le colonne d’Ercole, il mitologico “nec plus ultra”, nel senso che non si deve avere paura di varcare i limiti, per sapere che cosa c’è al di là, oltre ogni confine. La globalizzazione è un processo che corrisponde esattamente all’esigenza di non avere perimetri chiusi, circoscritti e soffocanti. È un processo che non torna indietro. L’importante è che l’individuo si predisponga a saper esistere in un mondo globalizzato».

Il suo prossimo libro?

«In questo periodo mi piace dedicare un po’ di tempo alla rubrica settimanale che ho sul Roma. Non dimentico mai che è la testata più antica dell’Italia meridionale».

di Mimmo Sica

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