Lunedì 16 Luglio 2018 - 0:58

Gianni Di Marzio, talent scout d’eccellenza

Giovanni Di Marzio, per tutti Gianni (nella foto), è stato un apprezzato allenatore di calcio e dirigente sportivo, ora consulente di squadre straniere e commentatore radiotelevisivo. Durante la sua carriera ha ricevuto due Seminatori d’oro, premi che l’Ina Assicurazioni assegnava al migliore allenatore d’Italia della categoria e che successivamente ha preso il nome di Panchina d’oro: il primo gli è stato consegnato per l’anno della Nocerina 1971-1972 in Serie C e il secondo a Catanzaro in Serie B nell’anno 1975-1976. Il 4 giugno 2015 ha ritirato ad Amalfi il Premio Saraceno nell’ambito della kermesse Football Leader, organizzata dall’Associazione Italiana Allenatori Calcio.

«Sono l’unico di otto figli a non essermi laureato perché ho amato il calcio fin da piccolo. Giocavo a pallone nella Villa Comunale e questa passione mi ha limitato anche negli studi. Uno dei miei fratelli, Benedetto, che si era diplomato all’Istituto Nautico, mi convinse a fare il suo stesso percorso ma non ho mai utilizzato quel titolo di studio. Alla “strada” del mare preferii quella dei campi di calcio».

Dove ha iniziato a giocare?

«Nella Flegrea, una società di Fuorigrotta dalla quale sono usciti giocatori di livello. Per tutti cito Franco Cordova che ha giocato anche nella Nazionale maggiore ».

Un grave infortunio al ginocchio purtroppo stroncò la sua carriera...

«Ero stato ingaggiato dall’Ischia e durante un incontro mi ruppi il crociato anteriore e il menisco. Fui operato al menisco, ma sul crociato non ci fu nulla da fare perché a quei tempi gli interventi su questo tipo di legamento erano molto difficili e con scarse probabilità di successo. Fui costretto ad abbandonare il calcio giocato a soli venti anni».

Che cosa fece?

«Nel mio ruolo di centro mediano metodista avevo mostrato buone capacità organizzative per cui gli addetti ai lavori, dirigenti e amici, mi convinsero a fare il corso per allenatore. Andai a Coverciano e consegui il patentino a 21 anni. Iniziai ad allenare squadre cittadine tra cui l’Interorafi di Eduardo Carità. Ci fu un periodo che allenavo contemporaneante l’Interorafi e la Sanfeliciana, una squadra di San Felice a Cancello».

Con quali risultati?

«La mia fortuna fu quella di cominciare a vincere ogni anno un campionato. Quando la Flegrea fece la fusione con l’Internapoli andai a fare l’allenatore del settore giovanile di quella squadra con Riccardo De Lella e vinsi il primo trofeo nazionale a Viareggio nel ’68-’69. Si giocava allo stadio Collana al Vomero. Successivamente ebbi la possibilità di allenare la prima squadra. C’erano Giorgio Chinaglia, Pinotto Wilson e Peppe Massa ».

Le fu dato un obiettivo ma non lo raggiunse. Perché?

«Il patron Carlo De Gaudio voleva fare la scalata e raggiungere il Napoli in serie A perché desiderava che anche noi in città avessimo una seconda squadra. Ma non fu possibile. Concorsero diversi fattori a vanificare quel sogno. Tra questi la volontà dei tifosi napoletani che amavano solamente il “ciuccio”. Eppure, a mio avviso, l’Internapoli aveva una dirigenza di alto livello, molto competente ed economocamente solida. Ricordo che Chinaglia fu pagato intorno ai 100 milioni di lire».

L’esperienza fatta all’Internapoli le fu comunque molto utile...

«Mi chiamò Beppe Chiappella, allenatore del Napoli, e mi affidò il settore giovanile. Ottenni ottimi risultati e vinsi diverse coppe».

Era pronto per la svolta. Quando avvenne?

«Con il passaggio alla Nocerina che militava in serie C. Avevo 29 anni. Arrivammo secondi e vinsi il primo Seminatore d’Oro».

Poi ci fu il “tradimento”...

«Il presidente Abbagnale mi volle alla Juve Stabia e questo fu considerato dai tifosi della Nocerina un tradimento perché tra le due tifosereie non correva buon sangue ».

Andò a Brindisi a sostituire Vinicio in B. Quindi il tragico incidente automobilistico.

«Mi ha segnato per tutta la vita e la sua descrizione è l’incipit di “Di Marzio racconta Di Marzio”, l’ ebook scritto da mio figlio Gianluca, oggi giornalista di Sky. Sul tratto Nocera-Napoli per un forte temporale uscii di stada con la mia Mini Minor. Mi buttai su mia moglie incinta di Gianluca per proteggerla. Fortunatamente riportò solo lievi escorazioni ma le schegge del parabrezza mi devastarono il volto. Riportai la frattura dell’osso orbitale, nasale e zigomatico. Il presidente del Brindisi pretese che andassi lo stesso in panchina perché eravamo primi in classifica e sognava di vincere il campionato. Mi minacciò di esonerarmi se non lo avessi fatto. Avevo il capo fasciato come una mummia e non potevo parlare. Resistetti solo qualche minuto ma fui costretto ad abbandonare il campo e venni esonerato tra le durissime critiche di tutta la stampa nazionale ».

I medici fecero miracoli. La rimiseso a posto recuperando anche l’occhio interessato dalle fratture e tornò ad allenare. Dove andò?

«Fui chiamto dal presidente del Catanzaro. Il primo anno arrivammo a pari punti con l’Hellas Verona ma perdemmo lo spareggio per andare in serie A. Il secondo anno vincemmo il campionato e centrammo l’obiettivo».

Questo successo la pose alla ribalta e fu contattato anche dalla Juventus. Ma la trattativa andò a monte. Perché?

«Quando ricevetti la telefonata da un alto dirigente del club bianconero avevo ospite a cena a casa mia un giornalista che era corrispondente dalla Calabria per il “Corriere dello Sport”. Ascoltò la telefonata e con un pretesto salutò me e mia moglie e andò via. L’indomani sul “Corriere” romano uscì un articolo con il titolo “Di Marzio alla Juve?”. Ricevetti da Torino immediatamente una telefonata con la quale con tono irritato mi fu detto: “ma si rende conto che si trattava di una cosa molto riservata e importante?”. Risultato: figuraccia e rottura di ogni trattativa. Qualche giorno dopo fu ufficializzata la nomina ad allenatore di Giovanni Trapattoni ».

Sfumata la Juve arrivò il Napoli...

«Mi chiamò Gianni Punzo e mi propose di parlare con Corrado Ferlaino che voleva affidarmi il Napoli. Nonostante la paga fosse al minimo sindacale accettai perché si trattava di allenare la squadra della mia città. La squadra aveva bei giocatori ma andava rinverdita. Lo feci prendendo giovani, per me di talento e di futuro successo, che militavano in serie B e C. La stampa che contava era molto scettica e remava contro. Invece, guidati da Beppe Savoldi e dal carismatico capitano Antonio Iuliano, disputammo una finale di Coppa Italia contro l’Inter che perdemmo all’ultimo minuto, e in campionato ci piazzammo in zona Uefa».

Ricevette la chiamata di Chinaglia e Pulici che la volevano alla Lazio. Promise ma non ci andò. Cosa successe?

«Fui tradito nel peggiore dei modi dal presidente Ferlaino».

In che senso?

«Per premiarmi degli ottimi risultati che avevo ottenuto in campionato e in Coppa Italia, mi invitò a Capri e mi diede una gratifica. Mi convinse a rimanere come allenatore della squadra anche per il campionato successivo e mi spinse a tradire la parola che avevo dato a Chinaglia e Pulici. Lo feci in assoluta buona fede perché si trattava della squadra della mia città ed ero convinto che gli amici laziali avrebbero capito. Ma poi venne la doccia fredda: Ferlaino aveva già ingaggiato Vinicio come nuovo allenatore del Napoli al mio posto».

Nel frattempo, però, era diventato scopritore di talenti stranieri...

«Come allenatore del Napoli ero andato a Buenos Aires a vedere i Mondiali del 1978. Ricevetti una telefonata in albergo dell’ingegnere Settimio Aloisio, di origini calabresi e tifoso sfegatato del Catanzaro. Era un dirigente della sezione calcio dell’Argentinos Juniors. Mi voleva far vedere un ragazzo diciassettenne selezionato da Menotti tra i 40 preconvocati per il mondiale, ma non confermato nei 22 calcitori perché non lo aveva ritenuto sufficientemente esperto. Ci incontrammo in albergo, ricordo che era il “Don Carlos”, mi convinse e insieme a Pesciaroli e Giubilo del “Corriere delle Sport” andammo sul campo dove doveva giocava quel ragazzo. Ma non si era presentato».

Chi era?

«Diego Armando Maradona. Lo andammo a prendere a casa sua a Villa Fiorito. Era molto adirato perché Menotti non lo aveva preso tra i 22 selezionati. Lo convincemmo a giocare e dopo 10 minuti di partita fece 3-4 gol eccezionali. Chiesi di farlo uscire dal campo in anticipo e lo raggiunsi negli spogliatoi dove gli feci firmare un contratto in bianco per 220mila dollari. Temevo che Pesciaroli potesse ingaggiarlo prima di me per portarlo alla Lazio».

Ma a Napoli Maradona è venuto molto dopo. Perché?

«Feci leggere il contratto a Ferlaino il quale esclamò: “ma lei è fissato sempre con questi giovani. Oltretutto in Italia non si possono portare”. Gli risposi che lo avremmo parcheggiato in Svizzera come facevano tutti, ma non lo volle prendere. La notizia uscì su tutti i giornali che conservo ancora. Fui avvicinato da un ricco assicuratore napoletano il quale voleva comprarlo in proprio ma facevo l’allenatore del Napoli e non potevo permettermi di comprare giocatori per privati. Maradona è venuto poi al Napoli sei anni dopo grazie ad Antonio Juliano che forse si ricordò di quello che avevo detto e fatto. Il Napoli lo prese dal Barcellona per 13 miliardi di lire».

Torniamo a lei come allenatore. Dopo l’esonero dal Napoli di cosa si occupò?

«Il torto subito da Ferlaino fu una tremenda ferita la cui cicatrice duole ancora oggi. Non me ne sono fatto mai una ragione e non me la sentivo di allenare. Mi chiamò Italo Cucci per farmi scrivere sul “Guerin Sportivo”. Poi Maurizio Barendson volle che facessi per la Rai “Eurogol”, una trasmissione che andava in onda il mercoledì con Giorgio Martino e Gianfranco de Laurentiis. Mi vanto di essere stato l’apripista per gli altri tecnici che hanno voluto fare gli opinionisti. Per un anno, poi, andai in giro per il mondo ad osservare giocatori di calcio. Recuperata la voglia della panchina mi trasferii al Genoa. Era una squadra fortissima. Dopo ebbi un’offerta importante dal Lecce. Feci benissimo e mi chiamò Massimino a Catania. Vincemmo il campionato e dopo 26 anni tornammo in serie A».

Giocatore, anche se per poco, allenatore, ma anche manager...

«Fui chiamato da Zamparini a Venezia per fare il direttore sportivo. Ho iniziato la mia attività dirigenziale insieme a Marotta che ora sta alla Juventus. Con lui ho portato il Venezia dopo tanti anni in serie A. Ho fatto il responsabile dell’Area estera nella Juventus. Segnalai a Moggi, che si è sempre comportato con me molto bene e che mi ha stimato tanto, Cristiano Ronaldo e Leo Messi».

Attualmente cosa fa?

«Vivo a Padova, città tranquilla che definisco un hotel a cinque stelle. L’avevo conosciuta perché dopo Catania e Cosenza avevo allenato la sua squadra. Continuo a fare consulenze per squadre straniere e partecipo a trasmissioni radiofoniche e televisive. Sono tornato da poco dal Sudamerica dove ho visto il torneo tra Argentina, Uruguay e Brasile per aggiornarmi ».

di Mimmo Sica

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