Lunedì 10 Dicembre 2018 - 20:59

Gianni Improta, il “baronetto” di Posillipo

Ex calciatore e allenatore, Gianni Improta (nella foto) nella sua carriera sportiva ha ricoperto diverse cariche. È stato direttore sportivo, direttore generale, presidente della Juve Stabia e per tre anni presidente federale del settore giovanile e scolastico del comitato regionale della Figc. Oggi è club manager della Juve Stabia e dal 1979 gestisce il campo sportivo “Denza” dei padri Barnabiti. É opinionista sportivo e ospite fisso dell’emittente privata Canale 21 nella trasmissione della domenica sera “Campania Sport”.

«Sono posillipino doc. Orfano di madre a soli cinque anni, sono stato cresciuto, insieme ai miei due fratelli e a mia sorella, da nostro padre Vincenzo. Aiutato da tanti parenti, ci ha impartito un’educazione esemplare impostata al rispetto dei veri valori della vita che, con mia moglie Maria, ho trasmesso ai nostri figli Titti e Luca».

Quando si è avvicinato al calcio?

«Fin da piccolo ho avuto innata la passione per questa palla rotonda che corre e non si ferma mai. Il mio primo punto di riferimento è stato un cugino da parte di mamma, Gianni Di Costanzo. Ha giocato in serie D e C con il Cral Cirio che negli anni ’50/’60 è stata la seconda squadra di Napoli. Affermo, comunque, tranquillamente, e nessuno può smentirmi, che sono stato un autodidatta tecnicamente e tatticamente. Ai miei tempi nel calcio c’erano pochi tatticismi e molto dipendeva dalle prestazioni dei singoli giocatori che mettevano a disposizione della squadra le proprie caratteristiche».

Dove ha dato i primi calci al pallone?

«Sul campo sportivo del Denza, allora in terra battuta. Ho frequentato fin dalle elementari le scuola dei padri Barnabiti, proprio di fronte casa mia. A partire dalla terza elementare, finite le lezioni andavo a bordo campo a guardare le partite che disputavano i ragazzi più grandi. Avevo un “amico” inseparabile: un traliccio della luce elettrica al quale mi appoggiavo in attesa di essere chiamato nel caso in cui mancava un elemento per completare la quadra. Quel palo è ancora lì».

Che ruolo ricopriva?

«All’inizio giocavo sugli esterni, quasi da ala e anche da centravanti. Poi mi spostai pian piano a centro del campo. Cominciò a venire fuori la mia tecnica individuale caratterizzata da una particolare destrezza che acquisivo giochicchiando anche per strada. Quando sono passato al manto erboso le cose diventarono più facili».

Con quale squadra ha debuttato?

«Il Posillipo, dalla indimenticabile maglietta blu con una “P” in petto. Avevo12 anni. Partecipavo al Nagc (nucleo addestramento giovani calciatori), che la società del Posillipo aveva organizzato al Denza. Per iscrivermi chiesi a papà cinquecento lire. Insieme a Romano, che militava nella Flegrea, fui notato da un osservatore della Figc regionale e selezionato per uno stage di una settimana a Coverciano, al Centro Tecnico Federale».

Le accadde un incidente molto pericoloso. Ce lo racconta?

«Per accogliere e far soggiornare più ragazzi, il Ctf di Coverciano si organizzò con letti a castello. Io dormivo sulla rete superiore e durante la notte caddi a peso morto sul pavimento. Mi rialzai senza nemmeno un graffio. Mi sento un miracolato».

Quanto tempo è stato con il Posillipo?

«Ho fatto tutta la trafila. Il passaggio più significativo è stato partecipare al campionato di Prima Divisione ed essere promosso nel campionato di Promozione. La cosa bella fu che l’allenatore era mio cugino Gianni Di Costanzo. Calcisticamente ero diventato un ragazzo da tenere d’occhio. A 16 anni disputai una gara contro gli allievi del Napoli. In quella partita non toccai palla e al termine della gara ero in un profondo stato di frustrazione e sconforto. All’uscita dallo spogliatoio un signore anziano, il cui nome era De Menes, notò il mio stato d’animo e me ne chiese la ragione. Glielo dissi e lui mi rispose: “Gianni, non ti devi preoccupare perché sei il migliore”. Rimasi senza parole. Dopo qualche anno mi segnalò al Napoli».

E cosa accadde?

«Fui acquistato dal calcio Napoli per 3 milioni. Il presidente era il grande compianto Roberto Fiore. Era il 1965 ed entrai nella Primavera. L’allenatore era Pietro Manola, un dentista slavo ed ex calciatore».

Poi giocò nella squadra azzurra che partecipava al campionato “De Martino” ed ebbe una grande occasione. Quale?

«A Coverciano, nella fase finale del torneo De Martino, fui notato da Paolo Mazza, presidente della Spal, che come società all’epoca era molto attenta a reperire i giovani più interessanti sparsi sul territorio nazionale. Gli piacqui, ma non voleva spendere molto. Ebbe una geniale intuizione. Stava trattando con Gioacchino Lauro, allora presidente del Napoli, la cessione dell’attaccante ferrarese Ivano Bosdaves. A quei tempi il calciomercato si faceva all’Hotel Gallia di Milano. Nel corso della discussione disse che oltre ai soldi voleva anche un giovane. Gioacchino Lauro gli rispose: “Prenditi chi vuoi” e lui replicò: “quel Prota” sbagliando ad arte il mio cognome. Il presidente replicò con un secco: “’e pigliatillo”. Quando, poco dopo, il direttore del settore giovanile, Andrea Torino, lo seppe, andò su tutte le furie e lo “assalì” con un “che stai facendo? Ti rendi conto di chi stai cedendo?”. Lauro junior, non so come, riuscì a ottenere una comproprietà e non una cessione completa».

Dopo un anno tornò al Napoli. Quanto costò il “riscatto”?

«Quell’errore costò 30 milioni di lire. Nella Spal avevo fatto le ultime 11 partite di campionato allenato da Giovanbattista Fabbri».

Ebbe inizio la sua avventura partenopea in prima squadra. Fu indirettamente favorito anche da uno spiacevole fatto. Quale?

«Nel corso dell’incontro Napoli-Juventus del 1° dicembre 1968, Sivori fu espulso per un fallo commesso sullo juventino Favalli che ne aveva accentuato la gravità con una simulazione. In campo scoppiò una scazzotata che coinvolse anche un altro juventino, Salvadore, e il napoletano Panzanato. Sivori fu squalificato per dieci giornate. Non ritenne giusto il provvedimento disciplinare e decise di abbandonare il calcio. Avevo le caratteristiche per ricoprire il suo ruolo e l’allenatore Chiappella me lo affidò».

C’è stato un episodio con Sivori che le sta molto a cuore. Ce lo ricorda?

«In una gara amichevole a Salerno, nell’intervallo, Omar si tolse la maglietta e mi disse: “Gianni, fai tu il secondo tempo”. Fu per me un’emozione unica che tuttora custodisco gelosamente».

Per un periodo ha fatto la staffetta con lo svedese Kurt Hamrin. Poi diventò titolare fisso. Perché?

«In una gara dove stavamo perdendo 1-0 contro il Verona, Chiappella mi fece entrare nel secondo tempo al posto di Hamarin. Con un’ azione personale feci fare il gol del pareggio e poi segnai una rete stupenda che sancì la nostra vittoria per 2-1. Da allora sono rimasto titolare inamovibile per quattro anni».

Era il più giovane tra calciatori più grandi e già famosi. Come la trattavano?

«In squadra c’erano Zoff, Panzanato, Zurlini, Bianchi, Iuliano, Hamrin, Sormani, Altafini. Ero coccolato da tutti. Nonostante la presenza di tanti campioni, Chiappella mi affidò il ruolo di rigorista. Questa decisione creò qualche gelosia. Un rapporto particolare lo avevo con Dino Panzanato. Quando io e Maria eravamo ancora fidanzati, lui e sua moglie Franca ci hanno praticamente cresciuti. Al matrimonio è stato il nostro compare d’anello. Mi ha dato insegnamenti di calcio, ma anche di vita».

Dopo quattro anni ai massimi livelli, lo choc della cessione alla Sampdoria. Quale fu il motivo?

 «Fu una mazzata tremenda. A Posillipo fecero la rivoluzione. L’unica ipotesi possibile era che il presidente Ferlaino aveva bisogno di soldi».

Ci racconta che cosa accadde?

«Nessun segno premonitore. Ricordo che prima che terminasse il campionato un giornalista della Gazzetta dello Sport disse a Vinicio che si era parlato di Mariolino Corso al Napoli. Il mister gli rispose testualmente: “non abbiamo bisogno di Corso perché abbiamo Gianni Improta”. Maria, già orfana di madre, aveva perduto anche il papà ed era rimasta sola. Chiesi a mio padre se fosse d’accordo sulla nostra intenzione di sposarci e lui ci diede la sua benedizione. Prima di far questo passo così importante parlai con la dirigenza del Napoli ed ebbi ampie assicurazioni che non sarei stato ceduto. Prendemmo casa e acquistammo i mobili. Il giorno del matrimonio venne fuori la notizia della mia cessione alla Sampdoria. Questo fu il regalo di nozze che ci fece la società calcio Napoli. É ormai una ferita cicatrizzata, ma fa ancora molto male. Quell’anno il Napoli sfiorò lo scudetto e il mio posto fu preso da un calciatore che giocò mezz’ora per tutto l’arco del campionato. Si chiamava Mascheroni. Fossi rimasto io, con le caratteristiche che avevo, certamente avremmo vinto il primo scudetto della storia. Avevo nelle corde la possibilità di risolvere con le mie giocate almeno cinque gare in un campionato, non lo dico io ma la storia calcistica così racconta».

Alla Samp rimase un anno, il successivo passò all’Avellino, poi al Catanzaro.

«Nella squadra calabrese ci sono rimasto quattro anni. Era in Serie B. Al 90° dell’ultima partita di campionato contro la Reggina, a Reggio Emilia, segnai il gol del 2 a 1 e per un punto andammo in serie A. Diventai il beniamino di tutta la Calabria e in particolare dei catanzaresi ».

Un altro anno al Napoli, due a Lecce e uno alla Frattese dove ha concluso la sua carriera di calciatore. Dopo cosa ha fatto?

«Ho preso il patentino di allenatore a Coverciano. Contemporaneamente mi arrivò una chiamata come direttore sportivo del Catanzaro e accettai l’incarico. Successivamente ho ricoperto quello di direttore generale».

Ormai Gianni Improta è un manager e come tale fu chiamato anche dalla Juve Stabia. In che occasione?

«Nel 1991 la Juve Stabia vinse il campionato interregionale, ma per motivi economici non poté iscriversi al campionato della categoria superiore. Il compianto direttore della scuola calcio del Posillipo, Mario Sommella, amico del direttore generale della Juve Stabia, mi propose di interessarmi della società stabiese. Accettai l’incarico e portai a termine tutte le operazioni per l’iscrizione al campionato, fideiussioni incluse. Da allora sono diventato un intoccabile per quella città. Oggi ricopro la carica di club manager».

Come vede il calcio di oggi e cosa cambierebbe immediatamente?

«È un business che spesso danneggia lo sport, o almeno non ne favorisce lo sviluppo. Cambierei subito i criteri di attribuzione dei proventi dei diritti televisivi. La magna pars va alle squadre di serie A e a discapito delle categorie inferiori. Il calcio è uno sport socialmente molto utile perché accompagna la crescita dei giovani e ne favorisce la formazione. Le squadre minori, senza adeguate risorse economiche, non possono andare lontano nella realizzazione dei loro progetti».

Quanto è difficile fare il “mestiere” di opinionista sportivo?

«Non bisogna avere paura di dire la verità. La critica deve essere sempre costruttiva, mai ispirata a risentimenti personali, a invidie, a condizionamenti. Io opero secondo questi principi e ricevo attestati di stima anche da chi la pensa diversamente da me».

Un giudizio sulla squadra del Napoli?

«La paragono alla Sagrada Família. Bellissima da ammirare. È qualcosa che si ripete ogni anno, la definirei una incompiuta alla quale manca sempre qualcosa perché diventi veramente grande. Spero che l’ultimo “architetto” Ancelotti riesca a completarla».

di Mimmo Sica

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