Lunedì 10 Dicembre 2018 - 4:47

Il salesiano impegnato nel sociale

Don Antonio Palmese (nella foto con Papa Francesco), prete della Congregazione Salesiana fondata da san Giovanni Bosco, è vicario episcopale per il settore della Carità e Giustizia per la diocesi di Napoli. È il presidente della Fondazione Polis (Familiari delle vittime innocenti della criminalità e beni confiscati alla camorra). È da circa 25 anni docente di Teologia Pastorale, prima presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione San Luigi, dove ha conseguito il dottorato, successivamente presso quella della diocesi. Insegna Pedagogia dell’inclusione sociale presso l’Università Suor Orsola Benincasa e per circa 10 anni ha insegnato all’Università Pontificia Salesiana di Roma.

«Nasco da due santi genitori, mio padre operaio agli ex Bacini e Scali Napoletani, ora Cantieri del Mediterraneo, e mia madre casalinga e fine ricamatrice. A papà fu assegnata una casa popolare a Ponticelli e ci trasferimmo lì. Era una villetta con un giardinetto. A quei tempi il quartiere era affollato di persone che al mattino, quando si svegliavano, avevano una sola intenzione: andare a lavorare per sostenere la famiglia e far sì che i propri figli diventassero delle persone esperte e qualificate e non si limitassero a essere semplicemente operai»

Quando incontrò la Famiglia salesiana?

«All’età di 12-13 anni conobbi i salesiani di Portici attraverso delle amicizie legate a mio padre e per più di due o tre anni da Ponticelli andavo a Portici, all’oratorio, e la sera i miei genitori venivano a prendermi. Un giorno mio padre decise che era più conveniente trasferirci a Bellavista e andammo ad abitare proprio di fronte alla casa dei Salesiani che da qualche giorno, dopo 120 anni di onorata presenza, con mio grande dolore, è stata chiusa».

Quando ha avvertito la “vocazione”?

«Oggi a distanza di anni riesco a capire che sono stati almeno due i fatti che hanno dato “il la” per avvertire la vocazione e che nel suo discernimento non c’è nessuna causa “paranormale”, ma al contrario si incarna in situazioni così normali che potrebbero addirittura apparire banali, ma non lo sono».

Quali sono stati questi due “segnali”?

«Il primo sicuramente è l’educazione affettiva e “politica” che ho ricevuto dalla mia famiglia, improntata sempre all’attenzione verso gli altri e non solo verso se stessi. A casa i gesti di solidarietà dentro e fuori dell’esperienza ecclesiale erano molto frequenti. Soprattutto da parte di mio padre che veniva dal mondo del partito comunista e da quello sindacale. A Ponticelli convivevano due “chiese” che viaggiavano parallelamente: la chiesa cattolica e il partito comunista. Non si scontravano mai. Ciascuna aveva il suo catechismo, culto, liturgia…».

Il secondo?

«É stato quello più simpatico ed empatico. Ricordo che la prima volta che ho pensato seriamente all’ipotesi vocazionale è stata la sera del giorno in cui il parroco dei Salesiani, nel pomeriggio, mi aveva convocato per rimproverarmi e mettermi fuori dall’oratorio per una settimana come lezione punitiva».

E cosa aveva fatto?

«Due cose che non riteneva corrette. Gli avevo detto una bugia, e cioè che insieme ad alcuni compagni di oratorio ci riunivamo per leggere il Vangelo e invece lo facevamo per approfondire “Rinascita”, la rivista del partito comunista. Poi perché scavalcavamo la rete che separava l’oratorio maschile da quello femminile per andare a giocare con le ragazze. Era ancora il tempo degli oratori maschili e femminili. Subito dopo si sarebbero organizzati i cosiddetti gruppi misti (sembra preistoria). Mi sospese con una fine strategia perché aveva concordato la punizione con i miei genitori».

Come reagì alla punizione?

«In maniera spavalda, irriverente e canzonatoria gli dissi: “cacci proprio me che voglio farmi prete”. Ma rientrando a casa ripensai seriamente a quelle parole e mi accorsi che c’erano gli elementi per cominciare a riflettere sull’ipotesi di diventare prete. Avevo quasi 18 anni. Dopo circa due anni entrai nel noviziato dei Salesiani a Lanuvio in provincia di Roma».

Perchè proprio i Salesiani?

«Mi affascinava il loro modo di vivere che è fondamentalmente educativo e ne condividevo lo stile gioioso e autentico. La nostra vocazione chiede di essere intimamente solidali con il mondo e con la sua storia, di essere aperti alle culture dei paesi in cui lavorano, cercare di comprenderle e di accoglierne i valori. La nostra azione dovrebbe e deve essere orientata soprattutto verso la “gioventù povera, abbandonata, pericolante” e verso gli ambienti popolari che hanno maggior bisogno di essere amati ed evangelizzati ».

Quando ha preso gli ordini sacerdotali?

«Sono diventato prete, come si dice più correttamente nel linguaggio cattolico, dopo circa dieci anni dal noviziato. Il mio è stato un percorso particolare perché fino a un anno prima accompagnavo frequentemente papà a Parigi per curarsi da una malattia che lo portò prematuramente alla morte. Poi sono rimasto a Napoli, accanto a mia madre perché sono figlio unico».

Quanto le è costata la rinuncia alla vita con l’altro sesso?

«Quanto non lo so, ma mi è costato. Mi preoccupo quando altri preti dicono il contrario perché è una bugia o c’è una perversione di fondo. Faccio il prete quanto più onestamente e seriamente possibile. Questo mi riporta una dimensione di valori enormi e oggi, a 61 anni, mi fa pensare che la mia è stata ed è fondamentalmente una vita bella e mi sento realizzato».

Ritiene importante continuare a sostenere nella Chiesa le ragioni del celibato?

«Importante sì ma non determinante. Non sono io a dettare l’agenda alla Chiesa, ma occorre considerare altre ipotesi come il ministero sacerdotale esercitato da persone sposate».

Può essere più chiaro?

«È una riflessione che la Chiesa ha già fatto. Fino all’anno 1000, circa, i preti si potevano anche sposare. Credo che oggi la questione è matura per essere riaffrontata anche in considerazione dei nuovi probabili scenari che nasceranno dal prossimo sinodo sull’Amazzonia. Da quella parte del mondo arriva, soprattutto dal basso, forte l’esigenza non di fare sposare i preti, bensì di chiamare persone sposate a fare i preti. Non va dimenticato, poi, che la Chiesa già consente che i preti di rito orientale possono essere sposati così come accetta che i preti anglicani, che passano alla Chiesa cattolica, mantengono il loro stato matrimoniale».

Rimanendo nel tema del matrimonio. Condivide l’assunto che questo sacramento è destinato alla procreazione e che quindi non è ammissibile il sesso protetto tra i coniugi?

«Prima del Concilio Vaticano II il matrimonio, sia dal punto di vista sacramentale che canonico, veniva disciplinato con la sola menzione che esso è destinato alla procreazione. Con il Concilio e Paolo VI, anche dal punto di vista canonico si è aggiunto un principio che apre scenari nuovi per la Chiesa. Il matrimonio, infatti, ha due finalità: la procreazione e il bene dei coniugi. Su questa seconda dimensione c’è una possibilità scientifica, antropologica e teologica per poter discutere e capire che i coniugi possono volersi bene anche attraverso un rapporto sessuale non destinato sempre e solo alla procreazione».

Papa Montini è stato talvolta poco accetto alle diverse tendenze culturali, politiche e teologiche. Lei come lo considera?

«Paolo VI è stato un grandissimo Papa, che sento determinante per la mia spiritualità e per il discernimento teologico. Insomma un Santo. In un tempo in cui c’era poca opinabilità nella Chiesa, ha avuto la capacità di far diventare “il dubbio” quasi una situazione sacramentale, cioè necessaria per la salvezza. É stato detto un po’ da tutti, in maniera trasversale, che è stato il papa che ha “portato” il dubbio non perché non confidasse in Dio, ma perché bisognoso di capirlo e amarlo più e meglio».

Lei appartiene a un ordine religioso. Che cosa significa?

«Innanzitutto rispettare la sua regola. Come prete della famiglia salesiana ho fatto voto di povertà, castità e obbedienza, faccio riferimento al mio superiore religioso e condivido l’esistenza in comunità. Il mio ordine risponde direttamente al Vaticano e quindi al Papa perché siamo di “diritto pontificio”. Sono quindi un “regolare”, come tutti coloro che appartengono a un ordine, e mi distinguo dai preti “secolari” che appartengono alla diocesi e dipendono dal vescovo». Qual è la sua comunità? «Purtroppo la casa salesiana di Portici è stata chiusa. Da poche settimane sono ritornato al Don Bosco di Napoli, alla Doganella. É un convitto dove ospitiamo, giorno e notte, 400 ragazzi. Ci sono quelli poveri ma anche quelli a “rischio”».

È anche vicario del vescovo. Non c’è incompatibilità?

«Il vescovo può chiedere ai miei superiori dell’Ordine di fare collaborare con lui per particolari attività un prete salesiano. Occorre la loro autorizzazione e il consenso dell’interessato. Nel mio caso coordino i settori che attengono alla carità della Chiesa di Napoli. Cioè la pastorale carceraria, la pastorale della salute, gli immigrati, la Caritas e la casa di Tonia che accoglie ragazze madri e sostiene la nascita e la crescita dei loro bambini. Ciascuno di questi settori è retto da amici sacerdoti di grandi capacità. Solo nell’espletamento di questi incarichi specifici dipendo dal vescovo».

Come si è avvicinato alla Fondazione Polis?

«Ci sono incontri che condizionano fortemente la propria vita nel bene come nel male. La provvidenza di Dio mi ha fatto conoscere prima Rita Borsellino e poi Don Ciotti. Li ho incontrati nella tragica stagione delle stragi di Palermo e in modo particolare di quella via D’Amelio. Don Ciotti ebbe l’intuizione di iniziare un percorso anche associazionistico contro le mafie e fondò Libera. Per 15 anni sono stato il suo referente in Campania. Polis trae le sue origini da questa cultura associativa. Ha la sua stessa “mission” e tiene conto anche delle vittime della criminalità comune. L’acronimo sta per Politiche Integrali di Sicurezza per le vittime innocenti della criminalità e beni confiscati. È uno strumento operativo regionale voluto da Antonio Bassolino quando era il Presidente della Regione».

Come si colloca la Chiesa cattolica in una modernità che viene definita “liquida”, dove l’individualismo prende sempre più il sopravvento sul concetto di collettività?

«L’eresia con la quale si scontra la Chiesa oggi non è teologica o ideologica, ma antropologica. La chiesa si deve scontrare, confrontare e dialogare con un mondo che non mette principalmente in discussione l’entità di Dio e la sua esistenza, ma il concetto di persona cioè di “essere” in relazione con se stesso, con gli altri e, se credente anche con Dio. Ben diverso è il concetto di individuo che è un essere che si autodefinisce senza mettersi in relazione con nessuno, è autoreferenziale ed egocentrico».

Per lei da che cosa dipende questa atipica eresia?

«Per motivi biblici e soprattutto per il Nuovo testamento, la Chiesa è obbligata a leggere i segni dei tempi, interpretarli e codificarli in una disciplina. Da questa lettura emerge che si fa strada in maniera sempre più prepotente a livello mondiale una subcultura che trova un suo “statuto” politico. Il suo slogan è che il cristianesimo si interessi solo delle anime e di portare le persone in chiesa a pregare. C’è, però, un magistero che viene dal Vangelo che dice di preoccuparsi di curare le persone e di far diventare le persone una famiglia al di là delle appartenenze».

Cosa deve fare allora la Chiesa?

«La sua pastorale oggi è quella di essere una realtà che ci aiuta a diventare sempre più comunità perché “ogni uomo è mio fratello”. Ha detto bene Luciano De Crescenzo in “Così parlò Bellavista” quando ha affermato che gli uomini sono come gli angeli che hanno un’ala sola. Per volare si devono abbracciare l’uno con l’altro».

Perché “Don”?

«È l’equivalente di “padre” per i monaci sacerdoti. Ma Don Bosco preferì il titolo che aveva lui da prete diocesano ».

di Mimmo Sica

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