Giovedì 18 Ottobre 2018 - 22:23

Mauro Giancaspro, 40 anni tra i libri

Mauro Giancaspro (nella foto), laureato in Lettere antiche, è stato per dieci anni direttore della Biblioteca nazionale di Cosenza, per venti della Nazionale di Napoli. Per due anni ha diretto ad interim anche la Biblioteca nazionale di Bari e quella dei Gerolamini. È un apprezzato caricaturista.

«Sono un napoletano, diciamo, “pezzottato” perché mio padre era pugliese e mia madre abruzzese ».

Questa sua condizione di napoletano “spurio” l’ha sfavorita in qualche modo?

«Mi ha comportato da ragazzo qualche rinunzia alimentare; le pietanze tipiche napoletane le ho mangiate solo da sposato. E in casa non si parlava il dialetto; l’ho imparato tardi e male solo a scuola».

Dal centro la sua famiglia si trasferì al Vomero: perché?

«Lo facemmo, nonostante mia madre fosse di parere contrario, nel periodo della maggiore speculazione edilizia collinare quando tante famiglie napoletane furono attratte dal nuovo insediamento residenziale. Al “Sannazaro”, l’istituto più triste di Napoli, ho frequentato il liceo. Fu una scelta passionale, perché mi ero preso la classica cotta per una ragazzina che faceva la scuola media al viale delle Acacie».

Perché ritiene il “Sannazaro” triste?

«Al di là della eccessiva e burbera severità era l’unico istituto dove non era previsto un intervallo di una decina di minuti, non si organizzavano gite e perfino gli ingressi erano divisi: da una parte i ragazzi dall’altra le ragazze ».

Dopo la maturità, l’iscrizione all’Università. Perché scelse Lettere classiche?

«Mio padre avrebbe voluto che io facessi come lui l’ingegnere. Mi sarebbe piaciuto fare l’archeologo e dopo continui ripensamenti optai per Lettere classiche. Alla fine mi sono però subito reso conto di come fosse difficile trovare lavoro con una laurea del genere».

Che cosa fece?

«Le tentai tutte, prima veditore di libri poi, più stabilmente, assicuratore; e tra una polizza e l’altra partecipavo ai concorsi a cattedra per l’insegnamento».

E come è arrivato a fare il bibliotecario?

«Tentai anche un concorso per bibliotecario e lo vinsi. Ricordo che feci il mio primo giorno di servizio alla Biblioteca Universitaria di Napoli il 16 marzo 1978, giorno del sequestro di Aldo Moro. Rispetto a quello di assicuratore, un lavoro tranquillo; forse troppo».

Quindi?

«Nacque la possibilità di andare a Cosenza a dirigere la nascente Nazionale. Decisi di tentare l’esperienza almeno per un paio di anni. E invece ci rimasi dieci anni. La biblioteca esisteva solo istituzionalmente ma non fisicamente. La sede era nel vecchio seminario arcivescovile di Cosenza con un migliaio di libri e un centinaio di impiegati. Bisognava organizzare tutto da zero. Fu un’esperienza faticosissima, a volte disperata, ma entusiasmante. La biblioteca alla fine nacque, e nacque bene. Tanto che la città ha voluto farmi cittadino onorario, cosa della quale sono veramente orgoglioso».

Come la “creò”?

«Con acquisizioni di libri, coi fondi del Ministero, con donazioni di private di collezioni e con lasciti. Riuscii ad ottenere dagli eredi di Giuseppe e Stanislao Giacomantonio, ai quali è intestato il Conservatorio di musica, gli spartiti autografi, i carteggi dei due musicisti e perfino strumenti musicali, bozzetti e costumi di scena. Un bel colpo! Ricordo che andai a Palermo ad acquistare per conto del Ministero tutto il fondo del Real Circolo Bellini che si era trasferito da Catania a Palermo. Quando sono andato via da Cosenza a biblioteca era ormai una bella realtà! ».

Poi è venuto a Napoli...

«Dovetti, a un certo punto della mia vita, decidere se rimanere vita natural durante a Cosenza o ritornare a Napoli e riunirmi a mia moglie che vedevo solo nei fine settimana. Per tornare a Napoli alla Biblioteca nazionale ho dovuto sostenere un altro concorso, quello per dirigente. Mi andò bene e mi insediai l’11 dicembre del ’95. Ci sono rimasto 20 anni, fino a quando ho dovuto lasciare, come si dice, ahimè, per sopraggiunti limiti di metà».

Dall’ultima biblioteca d’Italia per grandezza alla terza dopo quelle di Roma e Firenze.A che cosa si trovò di fronte?

«A una biblioteca immensa, ricca di due milioni di volumi a piena di cose straordinariamente belle che moltissimi napoletani addirittura ignoravano e, per la verità, un po’ chiusa alla città. C’erano, poi, alcune collezioni inaccessibili dai tempi del terremoto dell’80. Tra queste l’emeroteca, il laboratorio fotografico, il laboratorio di restauro e il fondo di Elena di Aosta con i cimeli e le raccolte fotografiche delle sue battute di caccia. Molta gente mi diceva: “beato te che vivi tra i libri”, ma non era proprio così!».

Perché?

«Oltre che dei libri mi sono dovuto occupare della gestione di spazi enormi, di un personale numeroso, di problemi della sicurezza in un edificio monumentale, di gare di appalto, della contabilità generale dello Stato, di questioni sindacali. Entravo la mattina alle otto, con gli addetti alle operazioni di apertura e uscivo la sera alle venti, con gli addetti alle operazioni di chiusura. Ricordo che un giorno, dopo il primo mese di servizio, mi presero a viva forza e mi “imprigionarono” nel caveau. Mi trovai di fronte ad uno dei più straordinari tesori bibliografici del mondo ».

Quale?

«I manoscritti autografi di Leopardi, gli autografi della “Scienza Nuova” di Giambattista Vico e della “Gerusalemme Conquistata” di Torquato Tasso. Manoscritti preziosissimi Farnesi e Aragonesi, manoscritti miniati. Stupefacente il libro d’ore detto “La Flora” e il preziosissimo erbario di Pedanio Doiscoride realizzato nel VI secolo dopo Cristo. Tra questi gli “Ex Viennesi” (Ex Vindobonensi) che nel settecento furono portati proditoriamente in Austria e ci furono restituiti solo dopo la prima guerra mondiale. Ma anche fuori del caveau ci sono cimeli assai preziosi. Si pensi alla ricchissima collezione di incunaboli, che riempiono l’intera Sala Rari o ai 1800 papiri provenienti dalla famosa villa di Ercolano».

Di tutti i manoscritti che ha visto e toccato a quali è particolarmente affezionato?

«A quelli di Leopardi e in particolare a “Il passero solitario”, “A Silvia”, a “L’infinito”, “Alla luna”. È bello guardare la grafia veloce dello “Zibaldone” mentre quella degli “Idilli” e dei “Canti” è molto più elaborata, pulita, chiara e leggibile come se Leopardi si sentisse alle spalle i posteri che lo guardavano. Ormai il piacere di carpire qualche segreto all’autore dal suo modo di scrivere non esiste più».

Che cosa le ha lasciato il “mestiere” non comune di bibliotecario?

«Innanzitutto il piacere di conquistare nuove persone alla causa della lettura. Abbiamo molto insistito sulla promozione del libro e della lettura, con incontri e con presentazioni. Abbiamo portato libri e lettura anche fuori dai confini della biblioteca: a Nisida, al carcere femminile di Pozzuoli, alla Comunità dell’Aquilone: esperienze indimenticabili! E in biblioteca abbiamo portato i ragazzi di Nisida, della Sanità, delle Salicelle, di Scampia. Abbiamo creato una sezione “Diversità”, unica nel suo genere, forse addirittura in Europa. Indimenticabile poi il rapporto con la scrittura antica, che al di là dell’importanza scientifica, provoca emozioni intensissime. Ti fanno sentire quanto sia coinvolgente e impegnativa la responsabilità enorme di essere custode di una importantissima memoria storica unica al mondo, come quella di antichi manoscritti e soprattutto dei papiri. Chi sa se altrettanto longevo sarà il supporto elettronico».

A un certo punto della sua vita è diventato scrittore. Quale molla è scattata in lei?

«All’inizio ho cominciato a scrivere per creare nuovi adepti alla causa della lettura; pubblicai “Leggere nuoce gravemente alla salute”. Chissà, mi dissi, se con un titolo del genere non riesca a creare qualche lettore in più. È un titolo sicuramente provocatori; ma in realtà di fatto la lettura ha prodotto anche danni notevoli, come accaduto a Don Chisciotte, del quale Cervantes dice che la troppa lettura gli prosciugò il cervello, o al divieto ottocentesco a Milano di leggere i “Dolori del giovane Werter”, perché si riteneva che potesse indurre i giovani al suicidio. Nel 1494, a pochi anni dall’invenzione della stampa a caratteri mobili il precettore alsaziano Sebastian Brandt pubblicò “La nave dei folli”: i cittadini di Basilea imbarcano tutti i folli per portarli al paese della follia; il primo a mettersi a prua è il pazzo per i libri. Ne “Il morbo di Gutenberg” ho scritto della bibliomania e della bibliofilia, delle manie, delle stravaganze e talvolta dei delitti e dei danni che i loro eccessi comportano».

Ha scritto anche un libro sul Vomero...

«“Da giù Napoli al Vomero”. È la storia mia e di tutti i napoletani di questa generazione che negli anni Cinquanta si trasferivano in collina. Oggi il Vomero è un quartiere come tutti quanti gli altri: ha gli stessi odori, gli stessi sapori, le stesse panchine e fioriere che si trovano in giro per la città. Non fa eccezione il Vomero vecchio, la via per colles, oggi via Belvedere, dove c’era l’antico coloniali del mitico don Mimì Sica, il famoso serraglio e una certa economia di quartiere».

Quanto legge oggi il napoletano e l’italiano in genere?

«È noto che si legge poco in Italia, meno al Sud che al Nord, a fronte di una produzione libraria straripante. Ai giovani, in particolare, si deve far scoprire ancora la differenza tra il manuale scolastico e il libro. Il manuale è considerato una noia terribile; e in fondo è naturale che sia così. Ma anche la lettura, pensiamo a quella dei “Promessi Sposi”, a scuola diventa un peso, perché condizionata dall’interrogazione. Il libro invece è piacere, trasgressione, emozione, sogno e soprattutto ineguagliabile strumento di libertà. Sicuramente i ragazzi di oggi sono più svegli, più informati, ma probabilmente meno formati. Giuseppe Montesano ha scritto “Lettori selvaggi” nel quale sostiene con convinzione che il nuovo modo di comunicare per messaggi alfanumerici e whatsapp, in maniera abbreviata e sincopata, genera un vero e proprio analfabetismo delle emozioni e dei sentimenti, dei quali sono vittime soprattutto i più deboli e i più giovani. Un messaggio allarmante, davvero, quello di Montesano!».

di Mimmo Sica

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