Martedì 16 Ottobre 2018 - 10:39

Sal Da Vinci, l’operaio della musica

Salvatore Michael Sorrentino, in arte Sal Da Vinci (nella foto), è figlio d’arte ed è nato a New York. Suo padre è il compianto Mario Da Vinci, storica voce di Napoli. Cantante e attore, è autore di numerosi progetti musico-teatrali di successo. Ha un palmares di prestigio nel quale spicca la vittoria del Festival Italiano di Canale 5 con il brano “ Vera”. È sposato con Paola Pugliese e con lei ha due figli: Francesco e Anna Chiara.

«Sono americano per caso. Papà dovette partire per gli Stati Uniti perché in Italia non c’era granché da fare. Le sue prime tournée con Domenico Modugno, Claudio Villa e LucianoTajoli le fece lì. Si stabilì negli States per un lungo periodo e faceva la spola tra l’America e Napoli con tutti i grandi disagi che questo “pendolarismo” comportava. Nel 1968 fu scritturato dalla famosa compagnia statunitense United Artists e chiese a mia madre, che era incinta di me, di raggiungerlo. Non si era mai mossa da sola neanche per andare dietro l’angolo. Lo fece portando con sé mia sorella Carmela e mio fratello Francesco. Si fermarono a New York e nacqui io».

Quando si è avvicinato alla musica e al teatro?

«Da bambino. Rientrato in Italia papà era protagonista in alcune sceneggiate al Teatro Stabile di Napoli. Mamma ogni fine settimana ci portava a vederlo. Ho mangiato, perciò, da sempre pane e teatro respirando la sua aria dal profumo inconfondibile. Come tutti i ragazzini cercavo di imitare un poco quella figura paterna che era il mio idolo, cercavo di fare le stesse movenze, assumere gli atteggiamenti che aveva in scena. Era un gioco ma mi piaceva anche mettermi in mostra e sentirmi importante. Questo mio modo di fare, che mi veniva istintivo e naturale, colpì l’attenzione di Tony Iglio e Alberto Sciotti, i primi e importanti collaboratori di papà».

Quindi?

«Papà fu scritturato dalla Fonotype Record, la famosa casa discografica napoletana, e nacque nella loro mente l’idea di abbinare al grande Mario Da Vinci questo bambino “strappacore” e di rendere le canzoni un po’ come delle novelle. Scoppiò il caso di padre e figlio insieme in scena e in duetto. Il risultato fu sorprendente e l’idea risultò vincente alla grande».

Quanti anni aveva?

«Sette, era il 1976 e debuttai in duetto con papà con la canzone “Miracolo ’e Natale” di Alberto Sciotti e Tony Iglio da cui è stata tratta una sceneggiata omonima. Nel 1977, sempre insieme a papà, debuttai in teatro con la sceneggiata “Caro papà” e nello stesso anno con la sceneggiata “Senza mamma e senza padre”. Recitavo con artisti straordinari in una Compagnia pazzesca: Beniamino Maggio, Trottolino, Anna Walter, Lino Mattera, Rino Marcelli».

Quanto tempo siete stati insieme?

«Dieci anni, tappezzati tutti di grandissimi successi. È stata per me una grandissima palestra che mi è servita e mi serve tuttora perché mi dà la possibilità ancora oggi di spendere qualche accredito».

Poi?

«Finito quel periodo iniziai a muovermi come cantante da solo. Ho fatto un’esperienza bellissima a 16 anni con James Senese e Peppe Lanzetta. Però non avevo ancora le idee chiare. Avevo coscienza che il momento del bambino prodigio, il momento del “gioco”, era finito e che dovevo decidere che cosa fare da grande. Non è stato facile, sono stati anni difficili e delicati, ma ho superato ogni esitazione, ogni problema, ogni incertezza brillantemente grazie anche all’aiuto della mia famiglia. Quello che mi ha sorpreso è che ho scoperto in me perseveranza, entusiamo, voglia di fare e di migliorare sempre. Sono elementi caratterizzanti la mia natura, la mia persona, il mio dna. Mi accompagnano sempre e si rinnovano spettacolo dopo spettacolo, performance dopo performance. Mi piace stare in mezzo alla gente condividendo le mie emozioni con le persone, avverto subito il rapporto di empatia che si instaura con il pubblico. Tutto questo mi esalta in un crescendo che a volte stupisce me stesso. Tra me e il mio pubblico non ci sarà mai “una quarta parete” ».

Quando ha scoperto di avere la straordinaria voce che incanta e coinvolge tutti?

«Quando ho cominciato a scrivere canzoni per altri cantanti. A un certo punto mi sono detto: “ma perché non me le suono e me le canto io?”».

Si definisce un operaio della musica. Perché?

 «Il mio è un lavoro meticoloso e continuo di studio, di ricerca e di approfondimento. Do massima importanza al “particolare” nella musica, nella prosa, nello strumento. Rifletto su quella cratività che mi viene da dentro e che sgorga spontaneamente. È un dono prezioso che non cerco mai di razionalizzare. Oltretutto sono convinto che è guidata e diretta da una “manina” che viene dall’alto. Questo pensiero mi dà tranquillità e serenità nei momenti in cui non creo niente. Sono, però, fortemente compensati da quelli in cui seduto al pianoforte compongo come fossi un vulcano in eruzione».

Si sente più cantante o più attore?

«Sono nato prima attore e poi cantante. Ma il confine temporale tra il primo e il secondo “essere” è talmente vicino che la loro sovrapposizione è stata quasi immediata. Insomma ho abbinato da subito teatro e musica, tanto è vero che faccio teatro musicale».

Nel suo importante percorso artistico ha incontrato grandi nomi. C’è qualcuno che ha inciso maggiormente sulla sua formazione?

«Mario Da Vinci è stato il mio mentore, il mio maestro e il mio modello. Ciascuna persona che ho incontrato, nella vita di ogni giorno e in quella professionale, però ha sicuramente dato il suo prezioso contributo a costituire quel solido bagaglio di esperienze che formano il mio grande patrimonio al quale attingo con l’umiltà di chi è consapevole che ciascuno ha sempre bisogno del “sapere” altrui».

Renato Carosone, comunque, occupa un posto “privilegiato”. Perché?

«È stato un geniale innovatore e un grandissimo musicista. Ha portato la leggerezza nelle cose e nei tanti messaggi sociali che ha lanciato con le sue canzoni che hanno fatto il giro del mondo. L’America, con la seconda guerra mondiale, ha invaso il nostro paese, ha cambiato modi di essere, costumi, stili di vita. Noi napoletani, più degli altri, abbiamo subìto questa contaminazione che ha del positivo ma anche delle negatività. La musica è stato il primo e il più importante veicolo attraverso il quale si è sviluppato questo fenomeno culturale e sociale. Renato Carosone è stata la voce che ha saputo mediare, sdrammatizzare, scomporre e comporre gli elementi caratterizzanti il vecchio e il nuovo mondo dal punto di vista del vinto liberato e del vincitore liberatore. Ci ha parlato molto degli americani ma ha detto loro anche molto di noi e della nostra cultura. “Tu vuò fa’ l’americano” ha un suo perché e una sua logica. Il grande maestro ha realizzato un boogie-woogie combinando al pianoforte la musica swing e il jazz. Dopo di lui, negli anni ’70, anche se con tematiche diverse, c’è Pino Daniele ».

Afferma che in lei coesistono due Sal. Perché?

«Sono produttore di me stesso. C’è, quindi, il Sal imprenditore e il Sal artista. Fanno continuamente a cazzotti, ma vince sempre l’artista. Ho fatto tante cose ma non sempre tutte interessanti. Ma anche quelle poco produttive mi sono servite. Il denominatore comune è sempre lo stesso: la gioia, la voglia e il godimento di realizzare il mio sogno, quello del bambino che vive ancora in me».

Come è stata la realizzazione del suo ultimo sogno, “Sinfonie in Sal maggiore”?

«Era un sogno che avevo nel cassetto. Era un progetto molto difficile da realizzare, rispetto ai precedenti perché è uno spettacolo diverso nelle scene e nella coreografia e con un Sal inedito. Sono stati la mia testardaggine, la mia perseveranza e la voglia di non arrendersi mai che mi hanno fatto dire: “voglio provarci”. Poteva essere un flop e invece ha avuto un successo strepitoso».

Tra i protagonisti c’è anche la terza generazione dei Da Vinci...

«Francesco è stata una sorpresa perché è un giovane che è partito come calciatore, anche a un certo livello, e poi, superata la timidezza che gli impediva di esprimersi, è esploso artisticamente. Sta facendo il suo percorso, scrive e fa cose sue proprio come ho fatto io, ma in maniera diversa».

A proposito di giovani. È difficile per loro affacciarsi al mondo della musica?

«Al contrario, è più facile grazie al web e ai social. Oggi la musica è completamente diversa e i giovani convivono con un linguaggio completamente nuovo che non ha nulla in comune con quello della nostra cultura musicale. Sono comunque da rispettare. Fortunatamente la cultura non si esaurisce mai e non mi preoccupano i tanti generi che sono venuti a galla negli ultimi 30 anni. Nel tempo molti non si sono più visti e alcuni di quegli artisti fortunatamente si sono riciclati in altre cose. Mi fa paura invece il giovane che cerca il facile successo e dà importanza quasi esclusiva al numero di visualizzazioni che ha sui social una sua performance, disinteressandosi se quello che propone ha contenuti e significato. La situazione dà segnali di allarme ma non mi riguarda. Sono fuori da queste logiche e continuo a percorrere con la stessa determinazione, con lo stesso credo la mia strada. Faccio il mio mestiere perché lo amo e non mi lascio assolutamente condizionare da quello che inevitabilmente accade anche nel mio mondo. Appartengo a un’altra generazione, però sono sempre vigile e mi informo su tutto».

Da poco ha terminato le repliche di “Sinfonie in Sal Maggiore” che hanno fatto registrare continui sold out. Ora di che cosa si sta occupando?

«Sto sistemando le registrazioni live che abbiamo fatto in teatro. Sono momenti di continua goduria. Sono talmente emozionato che non vedo l’ora di presentare questo progetto e farlo ascoltare a tutti».

I suo programmi immediati e futuri?

«Il 7 maggio iniziano le riprese di un film sul quale non posso anticipare nulla. Sempre a maggio inizia il tour estivo del quale stiamo preparando la scaletta. Domenica 27 maggio, termina la mia partecipazione a “Domenica In”. Preparerò la “valigia” per andare, a giugno negli Sati Uniti, ad Atlantic City e nel Connecticut. A ottobre porteremo “Sinfonie in Sal Maggiore” a Brodway. Quindi rappresenteremo lo spettacolo in Germania e agli inizi di novembre lo riproporremo nei teatri italiani in contemporanea con la presentazione dell’album che stiamo registrando. Qualche brano, comunque, lo anticiperemo a breve».

di Mimmo Sica

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