Venerdì 21 Settembre 2018 - 17:16

Cultura e merito per il rilancio del Mezzogiorno

Con la ripresa della rubrica, ospitiamo volentieri il nostro consueto ospite, prof. De Vivo già docente di Geochimica presso l’Università di Napoli Federico II, ora presso l’Università Pegaso. Abbiamo spesso sottolineato come il merito sia un volano per la qualità delle figure professionali che possono uscire da un corso di laurea e una corsia preferenziale ai fini lavorativi per i più virtuosi. Senza sottolineare che produrre laureati di alto livello rende appetibile la stessa struttura formativa quale sede di preferibile per la formazione di figure di eccellenza. «Vari commentatori mettono in evidenza, spesso a ragione, che lo sviluppo dell’Italia e del Meridione in particolare, dovrebbe passare necessariamente attraverso la formazione scolastica dei giovani. Ho più volte rimarcato come in questo senso il luogo di formazione principe dovrebbe essere l’Università, laddove il cardine di tutto dovrebbe essere rappresentato dalla premialità dei meritevoli. Ma tutto questo non si verifica, almeno in modo sistemico. La premialità nell’Università (in particolare in quelle meridionali) investe non più del 20% dei giovani, in proporzione esattamente invertita rispetto a quanto succede nelle università dei paesi più virtuosi, laddove i meriti se li vedono riconosciuti almeno l’80% dei giovani. Dal che ne deriva, unitamente alla mancanza di opportunità di lavoro, la nuova migrazione intellettuale che ha visto negli ultimi 5 anni, almeno 200mila giovani del Sud andare a trovare il riconoscimento del proprio valore all’estero. A questo danno diretto si aggiunge ancora di più quello in prospettiva, perché i mediocri, messi in posizione di “giudici”, rappresentano il peggio che un Paese si possa augurare. I vertici delle università non fanno nulla per invertire questa tendenza. In primis l’Università di Napoli Federico II il cui rettore, eletto con maggioranza di stampo nordcoreano, intra alia è anche il Presidente della Conferenza dei Rettori. Nelle università, come in altri settori del Paese bisognerebbe fare riforme profonde che vadano ad intaccare interessi medievali delle corporazioni, piccole e grandi che siano. Corporazioni che si garantiscono determinando per esempio l’elezione plebiscitaria dei rettori. In diversi miei interventi ho segnalato storture che per essere “sanate” avrebbero richiesto un intervento da parte dei vertici dell’Università. Non si sono mai manifestati, pur di non contrastare i cosiddetti “equilibri” a presidio di interessi corporativi la cui punta di diamante sono i settori scientifici disciplinari (Ssd). Recentemente il Miur ha sollecitato le università a ridurre il più possibile il numero dei Ssd. Personalmente, da quando entrai nell’università nel 1987, anche forte delle mie “esperienze” americane, ho fatto una lotta giornaliera contro questo malefico cancro che condanna le università italiane al sottosviluppo culturale. Ma, a parte qualcuno, non mi sembra che i rettori italiani, in generale, remino nella direzione indicata dal Miur, dove forse qualcuno sta iniziando a porsi il “problema” sul fatto che l’esistenza dei Ssd costituisca un fattore di sottosviluppo dell’Università nel suo complesso. Bisogna chiedersi come e perché i Ssd, caso unico nel mondo civile, si siano formati e consolidati negli anni. La loro nascita è legata all’evoluzione delle procedure di reclutamento dei professori nelle Università, processo che parte con la Legge Casati (R. D. 3725/1859), ma che trova la sua consacrazione nell’ambito delle leggi corporative del regime fascista (R.D. 1592/1933). In particolare in tale periodo della nostra storia, il regime emanava le leggi razziali che, tra le altre cose, impedivano agli ebrei di esercitare le professioni. Professioni che non potevano essere esercitate da coloro che non fossero iscritti agli ordini professionali, dove agli ebrei era vietata l’iscrizione. Questa mala pianta, ha rafforzato, attraverso altre leggi (580/1973, 766/1973, 31/1979, 382/1980, ed altre fino a 2018), l’esistenza di questa aberrazione illiberale nelle università. In buona sostanza i Ssd (unitamente agli ordini professionali), non furono e non sono null’altro che l’espressione delle corporazioni fasciste nelle università. La loro esistenza cozza contro i principi-base del liberismo. Trovo strabiliante come tanti professori, ancora difendano, a spada tratta, l’esistenza di questa aberrazione corporativa. Un paese democratico serio, i Ssd li dovrebbe eliminare del tutto, senza se e senza ma. In poche parole quello che in paesi civili e liberali è una espressione culturale, nelle università italiane è strutturazione di potere e di sottopotere, che ancora oggi si manifesta con tutte le sue deleterie conseguenze nella vita universitaria».

di Michele Sanvitale

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