Lunedì 16 Luglio 2018 - 0:58

Massimo Zanichelli e le effervescenze vive

Massimo Zanichelli ha lavorato per quindici anni alla guida dei vini dell’“Espresso”, è docente di cinema e ha realizzato diversi lavori cinematografici, di carattere documentaristico, anche sul mondo del vino. È autore di un testo che da circa un anno viene incessantemente presentato in tutta italia: “Effervescenze, storie e interpreti di vini vivi”. Il testo pare aver colto sul nascere la sempre più larga diffusione dei vini frizzanti rifermentati in bottiglia, i vini anche detti ancestrali o più comunente casalinghi. Abbiamo interrogato Zanichelli sulla sua attività e su alcuni aspetti controversi dell’attuale dibattito intorno al vino. Nel mondo dell’enogastronomia e del vino in particolare c’è la tendenza a raccontare molto: la storia, i vignaioli, le radici, il terroir. Ritiene che questa narrazione sia utile alla conoscenza del vino o che sia per lo più marketing? «Innanzitutto la differenza sta sempre nella qualità della scrittura. Lo storytelling può essere banale, mediatico, aziendale o può essere narrativa rigorosa e sostanziosa. La diversità si percepisce dallo spirito, dalla spontaneità, dalla vivacità del racconto. Penso anche che, nella scrittura come nel vino, la differenza la facciano le persone, il loro modo di guardare e raccontare le cose, le loro esperienze, il loro gusto e anche la loro serietà». Il filosofo inglese Roger Scruton sostiene che sia possibile viaggiare attraverso i calici, senza muoversi da casa, se si conosce la storia dei territori da cui un dato vino proviene. È d’accordo? «L’aspetto narrativo ci permette di raccontare molte delle cose interessanti che in un bicchiere non ci sono e che conosci perché indaghi la storia che c’è dietro quel bicchiere, la storia di un territorio, di un produttore, il cosiddetto contesto. Sono convinto, tuttavia, che per scrivere, oltre che per comprendere a fondo le storie del vino, sia fondamentale viaggiare. Mi torna in mente a tal proposito una scena di “Will Hunting”, il film di Gus Van Sant, in cui Sean Maguire (Robin Williams), unico psicologo che riesce ad instaurare un rapporto utile con l’autistico Will Hunting (Matt Demon), gli spiega come, benché intelligentissimo e dotato di una memoria eccezionale, non abbia la minima idea di cosa parli e per essere incisivo dice: “se vedessi la cappella Sistina tu probabilmente mi diresti tutto, gli anni che ha impiegato Michelangelo per dipingerla, i pennelli che ha usato, i colori, tutto quanto, ma non sapresti mai parlarmi dell’odore che hai sentito quella volta in cui non ci sei stato”. Questo è il punto chiave, il nocciolo della questione, la conoscenza non può mancare di esperienza». La tecnologia e la chimica sono sempre più considerate nemiche dei vini o supporti negativi. È proprio così secondo lei? «Non credo che nessuno possa prescindere da una tecnologia intesa come tecnica di precisione, nemmeno i vignaioli più naturali. L’abiura della tecnica a volte rende i vini difettosi e non propriamente espressivi. È chiaro che tutto dipende sempre dall’uso o abuso che se ne fa. Non può dirsi, a mio avviso, che la barrique e i solfiti siano il male. È chiaro che una chimica invasiva e quindi abusiva diventa negativa al pari di una tecnica che spoglia un vino perché, ad esempio, gli fa di tutto per mantenerlo limpido, immediato e fruibile, depauperandolo con filtrazioni molto violente. Del pari è negativo, però, un approccio integralista. furbesco, naturale o biodinamico, che poi produce dei vini che non sono del tutto sorvegliati». In medio stat virtus, allora? «Sono convinto che i principi siano delle funzioni che portano a dei risultati. Penso al riguardo che, a partire da un’uva, sana esito di un’agricoltura sostenibile e intelligente e da una trasformazione in cantina rispettosa ma lucida, il risultato ideale è di avere un che per un verso sia vino sano e per altro espressivo, portavoce di un vitigno e di un territorio, capace altresì di conquistare il palato, la mente, i sensi. Più questi due elementi – sanità e espressività - pendono da una parte o dall’altra, meno si riesce nell’intento di avere un vino piacevole. Per questo credo poco agli slogan, alle etichette, mentre credo molto alle esperienze e di conseguenza al risultato nel bicchiere». Il suo viaggio nelle effervescenze non scende sotto la linea del Po. Nulla di buono nelle effervescenze del Sud? «Il libro è scritto in un presente in cui il rifermentato sembra quasi tornato di moda ma non è una guida, piuttosto è il risultato della scelta di dedicare un testo narrativo ai territori storicamente vocati a questa produzione. Territori in cui i rifermentati sono stati sempre prodotti e continuano ad essere prodotto in modo significativo. Si tratta di un’area indubbiamente padana, però storicamente è da lì che arrivano questi vini. Sono convinto, per altro, che per queste produzioni serva molto il freddo del nord che non il caldo del Sud».

di Antonio Medici

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