Giovedì 13 Dicembre 2018 - 15:16

"Io, gigolò che paga le tasse ma fantasma per lo Stato"

Professione gigolò, col pallino delle tasse. Perché il 30enne romano Aaron, che questa professione ha deciso di farla per scelta, le imposte le vuole pagare regolarmente, ma è purtroppo costretto a farlo sotto mentite spoglie. Il motivo? Facilmente intuibile: il mestiere di gigolo non è riconosciuto dallo Stato e il lavoratore del sesso è a tutti gli effetti un fantasma per il fisco. Ed è così che l'uomo, per poter adempiere al suo dovere di cittadino, è costretto a mentire.

A raccontare come, e a rivendicare il riconoscimento legale per i professionisti del sesso, è lo stesso Aaron: "Emetto fatture alle mie clienti come organizzatore di eventi - spiega il gigolo - per poter pagare le tasse, poiché la mia professione non è legalmente riconosciuta. Sogno di poter scrivere gigolò come lavoro nei documenti ufficiali e non trovare escamotage per poter essere in regola con l'Agenzia delle Entrate".
Per Aaron il mestiere di gigolo si potrebbe addirittura definire "un lavoro socialmente utile in quanto io ascolto le donne, le aiuto ad affrontare paure e insicurezze, le rendo più consapevoli di sé stesse, quasi come uno psicologo. Associare la parola gigolo al mero atto fisico è riduttivo. Il mio lavoro - continua - merita di essere equiparato ad ogni altro mestiere", ed è per questo che Aaron pretende che "lo Stato regoli questo settore e mi permetta di lavorare e pagare le tasse come ogni altro cittadino, apponendo la mia firma sulla mia reale professione".
E, in effetti, chi decide di intraprendere questa vita volontariamente e consapevolmente si trova davvero a dover affrontare un vuoto legislativo: "Come giustificare conti correnti, stili di vita e spese quando in realtà per l'Erario risulti disoccupato? Nessuno - continua il 30enne - che sappia dare risposte certe, oggettive o perlomeno soddisfacenti. Nel nostro Paese, solo a voler considerare gli ultimi tre anni, sono stati quasi una ventina i disegni di legge tesi a regolamentare questo settore, ma senza risultati. L'Italia - spiega ancora - ha solamente adottato nei confronti del fenomeno il modello abolizionista, che consiste nel considerare la prostituzione fatto non penalmente rilevante, condannando sfruttamento, induzione e favoreggiamento, ma senza regolamentarne ulteriori aspetti". Lo Stato, insomma, "gestisce già il monopolio di lotterie, alcool e tabacco, ma manca una specifica disposizione che preveda un regime fiscale per questo tipo di attività. Un mestiere senza tutele, senza sindacati di categoria, senza assicurazioni di sorta. Un mestiere fantasma. O meglio, un mestiere che esiste dall'inizio dei tempi, ma che - conclude amaro Aaron - tutti fanno finta di non vedere. Stato in primis".

Roma, scatta lo sgombero del Baobab

Sgomberato questa mattina il Baobab, il campo che ospitava quasi 200 migranti nei pressi della stazione Tiburtina a Roma. Centoquaranta persone sono state accompagnate in via Patini per l'identificazione: la loro posizione è al vaglio. Le tende e le strutture presenti nell'area del Baobab sono state rimosse anche con l'intervento di una ruspa. "E' entrata in azione la politica salviniana - commentano gli attivisti del Baobab - il Campidoglio ha completamente abdicato". "Ancora una volta - attaccano - le questioni sociali vengono risolte con la polizia e con la ruspa".

LO SGOMBERO - Dando la notizia dello sgombero, gli attivisti scrivono su Fb: "Blindati delle forze dell'ordine si trovano davanti al presidio di piazzale Maslax, nei pressi della stazione Tiburtina, per sgomberare l'area dai migranti". "Fino a ieri solo 65 migranti sono ricollocati dal Comune - spiegano - mentre per un centinaio di loro non è stata trovata ancora una soluzione e non sapranno dove andare stanotte".

LA RABBIA DEGLI ATTIVISTI - "Il Campidoglio a 5 stelle - accusano - non è diverso né dai precedenti, né dalla Lega. Una vergogna infinita per questa città". "Siamo stati sgomberati 22 volte in tre anni - dice l'attivista Andrea Costa - ma Baobab Experience non finisce oggi". "Ricominceremo da qualche altra parte - spiega - lo dobbiamo a queste persone. E assurdo che si continui a soffiare sul fuoco della paura, queste persone non sono criminali". "Gli attivisti stanno provando a salvare il salvabile dalle tende prima che passi la ruspa a rimuoverle - continua Costa - qui vivevano migranti provenienti in gran parte dall'Africa ma anche una famiglia italiana in difficoltà. Oggi - aggiunge - mi sento di ringraziare questa rete a cui hanno contribuito volontari, parrocchie, centri sociali, singoli cittadini. Migrare, lo ribadiamo, non è reato".

IL COMMENTO DI SALVINI - Il ministro dell'Interno Matteo Salvini commenta così lo sgombero: "Zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate. Lo avevamo promesso - aggiunge - e lo stiamo facendo e non è finita qui: dalle parole ai fatti".

RESIDENTI SODDISFATTI - I residenti accolgono "con enorme favore lo sgombero di Baobab da parte della Questura'', dichiara il Comitato Cittadini Stazione Tiburtina aggiungendo che "non è il primo sgombero che viene fatto e confidiamo che questa sia la volta buona per fermare definitivamente questa associazione criminale che devasta con le proprie occupazioni interi quartieri". "Li abbiamo subiti in Via Cupa dove a causa loro chiusero il 90% delle attività commerciali e il valore delle case si ridusse del 70% e li abbiamo continuati a subire alla Stazione Tiburtina dove la tendopoli abusiva era diventata la meta e il rifugio di criminali di ogni tipo in fuga da controlli".

"Confidiamo - continua il Comitato - che la Questura non si fermi allo sgombero ma che blocchi una volta per tutte i vertici dell'organizzazione diventati oggi star televisive e che revochi anche tutti gli incarichi che Baobab ha proprio negli uffici immigrazione del ministero degli Interni". "Il nostro timore da residenti è che anche questa volta l'unico effetto dello sgombero sia lo spostamento dell'accampamento ad altro angolo della Stazione. La cosa non ci stupirebbe più di tanto vista la capacità di adattamento di Baobab e le ingenti risorse economiche che pubbliche amministrazioni quali la Regione Lazio mette a disposizione per le loro attività'', conclude il Comitato.

Caso Desirée, cade accusa omicidio per due arrestati

Il Tribunale del Riesame ha fatto cadere l’accusa di omicidio per due degli arrestati per la morte Desirée Mariottini, la 16enne di Cisterna di Latina, trovata morta nella notte tra il 18 e il 19 ottobre in un casolare abbandonato nel quartiere di San Lorenzo a Roma.

Si tratta di Chima A., il 47enne nigeriano, e di Brian M., 43 anni senegalese. Per i due, che restano comunque in carcere, cade anche l’accusa di violenza sessuale di gruppo in abuso sessuale su minore mentre resta quella per spaccio. Mercoledì 14 è intanto fissata l'udienza del Riesame per Mamadou G., il terzo africano arrestato a Roma: a questo punto anche per lui potrebbe cadere l’accusa di omicidio.

IL LEGALE - "Sono contenta per il mio assistito nella cui innocenza, alla luce delle indagini svolte, ho sempre creduto - afferma il difensore di Alinno C., l'avvocato Pina Tenga -. Mi dispiace - aggiunge - perché indagini condotte in tal modo rischiano di non rendere giustizia a quella povera ragazza".

«Se si sbagliano i conti non c’è una banca di riserva che ci salverà»

ROMA. Suona forte e chiaro l'allarme della Cei sulla manovra: "Se si sbagliano i conti non c’è una banca di riserva che ci salverà" dice il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, nel suo intervento in apertura dell'Assemblea generale. "I danni contribuiscono a far defluire i nostri capitali verso altri Paesi - avverte - e colpiscono ancora una volta e soprattutto le famiglie, i piccoli risparmiatori e chi fa impresa".

I vescovi non risparmiano poi un monito sul tema migranti: "Stiamo attenti a non soffiare sul fuoco delle divisioni e delle paure collettive - sottolinea Bassetti - che trovano nel migrante il capro espiatorio e nella chiusura un’improbabile quanto ingiusta scorciatoia"."La risposta a quanto stiamo vivendo - continua il presidente della Cei - passa dalla promozione della dignità di ogni persona, dal rispetto delle leggi esistenti, da un indispensabile recupero degli spazi della solidarietà". "Stiamo attenti, dicevo: se l’Italia rinnega la sua storia e soprattutto i suoi valori civili e democratici - osserva ancora - non c’è un’Italia di riserva". Bassetti ribadisce infine la necessità di una legge per 'i nuovi italiani': "Torniamo a chiedere un ripensamento della legge di cittadinanza" sottolinea.

"La risposta a quanto stiamo vivendo - continua il presidente della Cei - passa dalla promozione della dignità di ogni persona, dal rispetto delle leggi esistenti, da un indispensabile recupero degli spazi della solidarietà". "Stiamo attenti, dicevo: se l’Italia rinnega la sua storia e soprattutto i suoi valori civili e democratici - osserva ancora - non c’è un’Italia di riserva". Bassetti ribadisce infine la necessità di una legge per 'i nuovi italiani': "Torniamo a chiedere un ripensamento della legge di cittadinanza" sottolinea.

Quindici anni fa la strage di Nassiriya: l’Italia non dimentica

ROMA. Sono passati 15 anni da Nassiriya, attentato più sanguinoso nella lunga catena di lutti che caratterizzò l'operazione 'Antica Babilonia' in Iraq. Sono le 10.40 (le 8.40 in Italia) del 12 novembre 2003 quando un camion sfonda la recinzione della sede della missione Msu (Multinational Specialized Unit) dei carabinieri a Nassiriya, aprendo un varco ad un'autobomba che esplode subito dopo. Muoiono 12 militari dell'Arma, cinque militari dell'Esercito e due civili, oltre a 9 iracheni. I feriti italiani sono 18. La base Maestrale è ridotta a uno scheletro di cemento. Dove c'era l'autobomba non rimane che un cratere profondo otto metri. Il fumo e il silenzio seguono l’esplosione, poi le urla, le sirene delle ambulanze. In poco tempo si inizia a comprendere l’accaduto: un'auto imbottita di esplosivo si è lanciata contro le palazzine degli italiani, all’ingresso dell’area una sparatoria, il tentativo di fermare la vettura, poi l’esplosione. I funerali di Stato si tennero a Roma il 18 novembre. Vi parteciparono le più alte cariche dello Stato, i familiari delle vittime, e una grandissima folla. In occasione dell'anniversario della strage si celebra la “Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace”.

"Rivolgo il mio deferente omaggio a tutti coloro che hanno sacrificato la vita, al servizio dell'Italia e della comunità internazionale", scrive il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che sottolinea: "Quindici anni or sono il barbaro attentato di Nassiriya stroncò la vita a diciannove italiani, unitamente ai colleghi iracheni, nell'attentato più grave subito dai nostri contingenti schierati nelle missioni di pacificazione, condotte in tante aree di crisi e contro il terrorismo transnazionale". "I militari e civili che, a rischio della propria incolumità, fronteggiano molteplici e diversificate minacce in tante travagliate regioni del mondo, sono l'espressione - sottolinea il capo dello Stato nel messaggio inviato al ministro della Difesa, Elisabetta Trenta - di un impegno della comunità internazionale che vede il nostro Paese credere fermamente nella necessità di uno sforzo unitario per la sicurezza e la stabilità, per l'affermazione dei diritti dell'uomo". "Soltanto una intensa collaborazione tra i popoli - conclude Mattarella - può aiutarci a sconfiggere le tenebre della violenza e a offrire un futuro all'umanità. Con questi sentimenti, rinnovo la vicinanza ai familiari di ciascuno e partecipo al loro dolore".

Morte Marianna Pepe, due indagati

Ci sono due persone indagate per la morte di Marianna Pepe, l'ex campionessa italiana di tiro a segno trovata senza vita a Muggia, in provincia di Trieste. Secondo le prime ricostruzioni, la caporalmaggiore dell'Esercito sarebbe stata picchiata dall'ex compagno, con cui aveva recentemente chiuso una difficile relazione. Dopo l'episodio di violenza, la Pepe avrebbe chiesto ospitalità a un amico, insieme al figlio di cinque anni.

Lì la vittima avrebbe assunto un mix di cocaina, farmaci e alcolici che sarebbe risultato letale. L'autopsia, fissata per martedì, farà chiarezza sulle cause del decesso. Marianna Pepe si era anche rivolta a un Gruppo di operatrici antiviolenza per chiedere un aiuto dai comportamenti dell'ex compagno

Bari, 8 casi morbillo: ipotesi contagio da bimba no vax

Otto casi di morbillo già accertati, un nono molto probabile, il rischio che possano essercene altri. "Sono gli indizi di un focolaio epidemico, scoppiato - a quanto pare - anche per via della tardiva applicazione dei protocolli previsti dalla legge", si legge sulla 'Gazzetta del Mezzogiorno'. Il "caso indice", cioè quello da cui tutto è cominciato presso il Giovanni XXIII di Bari, - secondo il quotidiano - non sarebbe stato segnalato per tempo alle autorità di igiene pubblica. Una bambina di 10 anni, figlia di genitori no vax, potrebbe dunque aver innescato una catena di contagi. "Che ha riguardato anche un bimbo di 11 mesi, ricoverato nello stesso reparto per otite e ora alle prese con una malattia molto grave", si legge nell'articolo.

Desirée, fermato un pusher italiano

Un uomo, italiano, è stato fermato in relazione all'omicidio di Desirée Mariottini, la 16enne di Cisterna di Latina trovata morta in un palazzo abbandonato in via dei Lucani, nel quartiere San Lorenzo a Roma. Marco M. è accusato di cessione di stupefacenti. Sarebbe stato lui a fornire la droga alla giovane vittima. Il 36enne, nato nella capitale, è stato rintracciato presso la fermata 'Pigneto' della linea metropolitana C. Sottoposto a un controllo, gli agenti gli hanno sequestrato 12 dosi di cocaina e e psicofarmaci di vario genere, motivo per cui lo stesso è stato segnalato all’autorità giudiziaria per il reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti e psicotrope. Marco M., secondo gli inquirenti, "con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, illecitamente deteneva e cedeva sostanze stupefacenti, quali cocaina ed eroina e psicofarmaci che inducono effetti psicotropi anche contenenti 'quetiapina', cedendole a persone che a tale fine frequentavano i locali di via Dei Lucani 22" e quindi anche a Desirée.

Più di un testimone, nei giorni successivi all'omicidio, aveva parlato di un ragazzo, conosciuto come Marco e abituale frequentatore del covo di tossici e pusher di San Lorenzo, che avrebbe fornito agli aguzzini della 16enne gli psicofarmaci poi finiti nel micidiale mix di droghe spacciato per metadone e utilizzato per stordirla e stuprarla.

"Ma quali sciacalli", giornalisti contro Di Maio e Di Battista

La stampa non ci sta. E' netta e dura la replica dei giornalisti agli attacchi di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista dopo l'assoluzione del sindaco di Roma, Virginia Raggi. Se il vicepremier ha parlato di "infimi sciacalli", l'ex deputato grillino su Facebook se l'è presa con i "pennivendoli": "Sono loro le vere puttane".

Dalle note ufficiali ai post sui social, sono molti i giornalisti che hanno replicato alle accuse. "Caro @luigidimaio prima di insultare i giornalisti impara a leggere le sentenze: il giudice ha stabilito che 'il fatto c’è', dunque abbiamo scritto solo la verità - scrive su Twitter Sebastiano Messina de la Repubblica - Noi raccontiamo i fatti e continueremo a farlo: fattene una ragione". "Sono dieci anni che Di Maio tenta con ogni mezzo di abolire l’Ordine dei giornalisti, che dice di disprezzare - scrive in un altro post - Qualche giorno fa ha annunciato che l’abolizione 'è già sul tavolo del governo'”.

Mentre il direttore del quotidiano romano, Mario Calabresi, con un editoriale ha sottolineato come "nessuno dei fatti descritti da Repubblica è stato smentito. La procura e il giudice per le indagini preliminari li hanno ritenuti rilevanti. Il Tribunale ha ritenuto che non costituiscano reato e Virginia Raggi è stata assolta".

"Ma basta con 'infimi sciacalli' ai giornalisti. Un sindaco è stato assolto, dovrebbe essere il minimo. La città resta quella che è, si metta al lavoro per fare meglio. Punto", scrive Andrea Salerno, direttore La7.

"Il livore dei 5 stelle verso l'informazione è comprensibile solo per la frustrazione di non poter, da giustizialisti integrali, attaccare chi ha portato a giudizio la Raggi, non i giornalisti ma i magistrati - è il post di Enrico Mentana, direttore del Tg La7 su Facebook - Hanno avuto anni per dare ai giornalisti delle puttane, ma hanno aspettato la fine del processo di primo grado, non si sa mai". "Nessuna categoria è fatta solo di gente pura, neanche i giornalisti, neanche i 5 stelle, neanche le puttane. Ma né i giornalisti né le donne che scelgono, o sono costrette, alla prostituzione sono così poco coraggiosi da dare la colpa di un'azione giudiziaria a chi l'ha raccontata e non a chi l'ha aperta e svolta", sottolinea.

Per David Sassoli, vicepresidente del Parlamento europeo ed ex vice direttore del Tg1, "le parole di #DiMaio e #DiBattista contro i giornalisti ci ricordano l'allucinante odio e veleno con cui hanno infettato l'#Italia. Nessuno potrà mai perdonarvi. Per questo crimine nessuna assoluzione è possibile".

"Niente. Riescono a essere rabbiosi, volgari e ignoranti anche in un giorno di festa. Povera Italia che fine stai facendo", è il post di Federica Angeli, la cronista di Repubblica che vive sotto scorta dal 2013 per aver denunciato le infiltrazioni della criminalità organizzata a Ostia.

Lirio Abbate, vice direttore Espresso, ricorda su Twitter: "La sindaca #Raggi è stata assolta. Bene. Occorre però ricordare a lei a #DiMaio e #DiBattista che i giornalisti raccontano notizie documentate e riscontrate che non sempre coincidono con #notiziedireato Ed è ciò che ha fatto @emifittipaldi su @espressonline scrivendo notizie vere".

Corrado Formigli (Piazza Pulita) ricorda "a chi detiene il potere politico: se i giornalisti vi diffamano querelate o chiedete rettifica. Facendo nomi e cognomi, su fatti specifici. Oppure rimanete in silenzio. Nei paesi decenti si fa così".

In una nota Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana, scrivono: "Nel giorno dell'assoluzione della sindaca di Roma, Virginia Raggi, il vicepremier Luigi Di Maio insulta i cronisti e annuncia una sua legge sull'editoria. Eppure molti di quei cronisti oggi insultati hanno denunciato in anticipo Mafia Capitale e non hanno risparmiato nulla neppure al precedente sindaco, Ignazio Marino. Ieri andavano bene e oggi no? Di Maio e chi, come lui fra i 5 Stelle, sogna un'informazione al guinzaglio deve farsene una ragione: non saranno le minacce e neppure gli insulti a impedire ai giornalisti di fare il loro lavoro". "Le sue frasi - proseguono i vertici della Fnsi - sono la spia del malessere di chi vede vacillare un consenso elettorale costruito su annunci e promesse irrealizzabili. Quanto agli "infami" e agli "sciacalli" è sicuro, il vicepremier, di non parlare anche di se stesso, considerato che il suo nome continua a figurare fra quelli degli iscritti all'Ordine dei giornalisti?".

"Gli insulti del ministro Di Maio si commentano da soli come è stato già stigmatizzato dai colleghi della Fnsi - commenta Carlo Verna, presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti - Sono espressi nell'esercizio del suo mandato e per questo non prendo iniziativa di trasmetterli al consiglio di disciplina dell'Ordine dei giornalisti della Campania cui è iscritto". "Ma, mentre da cittadino mi chiedo se sia questo il modo di esercitare un alto mandato, da presidente dei giornalisti - conclude Verna - gli chiedo di valutare seriamente la possibilità di lasciare spontaneamente la nostra comunità, nella quale ha diritto di stare, ma in cui chi si comporta così non è assolutamente gradito".

Migliaia in piazza a Torino per dire sì alla Tav

In migliaia a Torino per dire sì alla Tav. E' iniziata sulle note della canzone di Jovanotti ‘Io penso positivo’ la mobilitazione in piazza Castello promossa da ‘Sì, Torino va avanti’. Secondo gli organizzatori almeno 30mila persone hanno partecipato alla manifestazione. In piazza c'erano esponenti delle categorie economico produttive, della politica, del sindacato, imprenditori, lavoratori, giovani e anziani, volontari olimpici e gente comune che hanno accolto l'invito della vigilia: nessuna bandiera di appartenenza politica né striscioni di singole organizzazioni ma solo qualche tricolore, qualche bandiera europea e qualche bandiera di Torino 2006, a fianco a struscioni che dicono sì alla Tav, sì al lavoro, no alla Ztl prolungata.

In tanti anche hanno raccolto l'invito dell'organizzazione a vestirsi di arancione. Chi con sciarpe, chi con giacche, qualcuno con un evidenziatore che spunta dal taschino o una gerbera appuntata sul bavero del cappotto e chi anche solo con l'adesivo arancione diventato simbolo del raduno "Sì, Torino va avanti". Sul bus aperto si sono svolti gli interventi degli organizzatori. Tra i primi a prendere la parola è stato l'ex sottosegretario Mino Giachino che nei giorni scorsi ha lanciato la petizione a favore della Tav che ha già raggiunto circa 60 mila firme.

L'inno d'Italia cantato dalla piazza e accompagnato da lunghi applausi e sventolii di bandiere tricolore e dell'Unione europea ha concluso la manifestazione mentre dal bus aperto gli organizzatori hanno ringraziato i numerosi presenti e promesso 'non finisce qui, la battaglia per il Tav va avanti".

LEGA IN PIAZZA - In piazza a Torino è scesa anche la Lega. "La nostra partecipazione alla manifestazione è innanzitutto un segno di rispetto e di attenzione verso il mondo produttivo e imprenditoriale piemontese che oggi ha deciso di scendere in piazza e che manifesta evidentemente un disagio", spiegano i parlamentari della Lega Elena Maccanti, Alessandro Benvenuto, Gualtiero Cassaratto e Marzia Casolati.

Con loro anche il segretario della Lega di Torino, Fabrizio Ricca. "Siamo favorevoli alle grandi opere e riteniamo la linea Torino Lione fondamentale e strategica per il Piemonte e per tutto il paese. Rispettiamo gli impegni assunti con il Movimento 5 Stelle, che ha chiesto un approfondimento sulle modalità di realizzazione dell'opera attraverso un'analisi costi e benefici ma ribadiamo con forza che l'opera va realizzata", concludono.

LA RISPOSTA DI APPENDINO ALLA PIAZZA - Chiara Appendino sul suo blog risponde alle migliaia di persone scese in piazza."La porta dell'ufficio della sindaca di Torino è aperta e sempre lo resterà", sottolinea. La prima cittadina annuncia la disponibilità ad avviare un "dialogo costruttivo sulla Torino di domani" già dalla prossima settimana. "Abbiamo sempre ascoltato tutti e continueremo a farlo - sottolinea la prima cittadina - e l'ascolto è proprio una delle cifre che da subito ho voluto caratterizzasse questa amministrazione, convinta che le divisioni di questo periodo storico nascano proprio da territori e comunità che per anni hanno provato a dialogare con istituzioni divenute sorde".

"Oggi, in piazza Castello, al netto delle diverse sensibilità politiche - prosegue la sindaca - sono state sollevate delle critiche, che accolgo, ma c'erano anche molte energie positive. Sono stati proposti alcuni punti per il futuro della Città che sono in buona parte condivisibili, anche perché rispecchiano ciò che come amministrazione abbiamo fatto fino ad oggi e ancora intendiamo fare nei due anni e mezzo di mandato che abbiamo davanti a noi". "Sono pronta a discuterne già dalla settimana prossima e ad instaurare un dialogo costruttivo sulla Torino di domani, anche con chi ha una visione diversa dalla nostra. Un dialogo aperto, sincero, trasparente. Aspro, se serve. Ma vivo e sano. Nel pieno rispetto di tutte le opinioni", conclude Appendino riconfermando "la porta è aperta".

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