Lunedì 21 Gennaio 2019 - 13:00

18enne si dà fuoco in piazza, come il padre 5 anni fa

Si è data fuoco, nello stesso modo e nello stesso luogo in cui 5 anni fa il padre si tolse la vita. E' accaduto questa mattina all'alba in piazzale San Lorenzo a Vado Ligure, comune del savonese. All'arrivo dei sanitari del 118, la 18enne è stata intubata e trasportata in ospedale, al Santa Corona di Pietra Ligure, in codice rosso. 
La giovane, ricoverata in gravi condizioni con ustioni sul 50% del corpo, si è cosparsa di liquido infiammabile e si è data fuoco. E' successo all'improvviso davanti agli occhi di alcuni testimoni che si trovavano in piazza intorno alle 6 del mattino e hanno assistito alla scena, consumatasi in pochi secondi.
Prima di compiere il gesto non ha lasciato biglietti né ha dato spiegazioni. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri del comando di Savona che si occupano delle indagini e degli accertamenti e stanno ascoltando in queste ore i testimoni dell'accaduto, oltre ad acquisire immagini delle telecamere della zona.
"Come Comune non l'avevamo in carico come servizi sociali ma quando era mancato il papà c'era stato interesse e un aiuto 'una tantum' da parte dell'allora assessore ai servizi sociali, ma non è poi arrivata nessuna altra richiesta da parte della famiglia", dice all'AdnKronos il sindaco di Savona, Ilaria Caprioglio. 
Secondo quanto emerso la giovane non era seguita dai servizi sociali comunali, da parte della famiglia non era stata fatta richiesta negli ultimi anni. Pochi mesi prima della tragedia il papà della 18enne, Mauro Sari di 47 anni, si era rivolto a Beppe Grillo. Dopo aver raggiunto Sant'Ilario in Ape, da Savona, era riuscito a parlare con il fondatore del M5S, chiedendo aiuto per problemi di natura economica e lavorativa. Lo stesso Grillo aveva ricordato durante un incontro pubblico il colloquio e le difficoltà raccontate dall'uomo.

Camorra, estorsioni per favorire i Casalesi: sette arresti

TRIESTE. Avrebbero costretto professionisti e imprenditori italiani e stranieri, attraverso minacce e intimidazioni, a rinunciare a ingenti crediti per favorire gli interessi del clan camorristico dei Casalesi. Con questa accusa la Dia di Trieste sta eseguendo sette ordinanze di custodia cautelare in carcere, disposte dal gip del Tribunale di Trieste, nei confronti di persone accusate di estorsione aggravata dal metodo mafioso. All'operazione partecipano anche la Dia di Napoli, di Milano, di Padova e di Bologna e la Guardia di Finanza del capoluogo giuliano. Sono in corso numerose perquisizioni domiciliari a Napoli, Milano, Modena, Padova, Treviso, Udine, Portogruaro e Trieste. Nell'attività operativa sono impegnati oltre 100 uomini e sofisticati strumenti di ricerca e localizzazione. 

Sono in tutto 13 gli indagati. Devono rispondere di aver partecipato, a vario titolo, ad estorsioni commesse in Croazia e pianificate in Italia in danno di imprenditori e professionisti, alcuni dei quali italiani e operanti a Pola, in Istria croata. I delitti si sono consumati attraverso minacce e intimidazioni, perciò con metodo mafioso, finalizzate a favorire gli interessi del clan camorristico dei Casalesi. Le ordinanze di custodia cautelare in carcere ottenute dal presidente della sezione per le Indagini preliminari Guido Patriarchi fanno seguito alle indagini coordinate dal procuratore della Repubblica Carlo Mastelloni e dal sostituto procuratore della Dda di Trieste.

Casellati: «Istituzioni supportino informazione»

ROMA. «Facendo leva sulle vostre professionalità, sulle vostre competenze, sulla vostra sensibilità, siate le sentinelle della verità dei fatti, siate i testimoni di tutto ciò che viene detto e viene fatto. Nell'epoca dei social network resta fondamentale che vi sia sempre qualcuno - un professionista - in grado di mettere tutti davanti alle responsabilità delle proprie parole e delle proprie azioni. Sono e sarò sempre una convinta assertrice del pluralismo e della libertà di stampa e, di conseguenza, anche della necessità di supportare le voci dell'informazione con tutti gli strumenti a disposizione delle Istituzioni». Lo ha detto la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati, nello scambio di auguri per le festività con i giornalisti della Stampa parlamentare a palazzo Giustiniani. 

Editoria, giornalisti in piazza Montecitorio contro il taglio dei fondi

ROMA. «Fermatevi. Ascoltate le parole in difesa del valore di una informazione libera e plurale che per ben sette volte il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sentito il bisogno di ribadire ed evitate che, con il taglio prospettato dal governo Lega-5Stelle, chiudano decine di testate e migliaia di lavoratori restino senza lavoro». Questo l'appello rivolto dal segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso, in apertura del presidio convocato in piazza Montecitorio per i lavori del Consiglio nazionale del sindacato per ribadire il no dei giornalisti italiani all'emendamento alla legge di Bilancio che prevede di arrivare nel 2022 alla cancellazione del contributo pubblico all'editoria. «Questo emendamento, che era saltato alla Camera per essere ripresentato in Senato, tradisce la volontà liberticida dell'esecutivo. Noi non possiamo consentire che interi territori perdano le loro voci, occasioni di confronto e di arricchimento del dibattito pubblico. Con questo provvedimento si vuole dare il la alla cancellazione dei pochi sostegni che restano al sistema dell'informazione. Se passa il taglio all'editoria minore le prossime ad essere colpite saranno le agenzie e le emittenti locali. Ci sono migliaia di posti di lavoro a rischio, ma non è solo una questione di posti di lavoro che si perdono. È innanzitutto una questione di pluralismo e dunque di democrazia», incalza Lorusso.

«Vogliono colpire le voci delle diversità e delle differenze. Iniziano con il taglio ai piccoli giornali per arrivare a cancellare il ruolo del giornalista, che è quello di fare domande scomode, di indagare su quello che fa il potere, di spiegare ai cittadini cosa accade. Contro questo progetto abbiamo il dovere di essere in piazza. Non è un'aggressione alla corporazione dei giornalisti, ma all'articolo 21 della Costituzione e al diritto dei cittadini di essere informati. Ci appelliamo al presidente della Repubblica, ai parlamentari di maggioranza e opposizione, perché questo scempio non vada a compimento. E a chi, anche dentro la categoria, oggi ride di quanto sta accadendo dico di valutare bene quali saranno le prossime tappe. Scoprirà che domani non ci sarà nessuno a difenderlo quando a finire nel mirino sarà lui», ribadisce il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti.

«Se passasse questo emendamento sarebbe un tradimento all'articolo 21 della Costituzione. Un colpo di spugna a chi ha diritto ora ad essere sostenuto per spostare i fondi a chi sarà in futuro meritevole, secondo il governo, di essere aiutato. Ai singoli parlamentari dico: 'Pensaci, Giacomino'. Nessuno dice che l'attuale meccanismo del contributo non si possa migliorare. Ma questo non significa togliere fondi ad alcune voci e darli ad altri. E poi, altri chi?», incalza il presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, Carlo Verna.

In piazza anche i colleghi di numerose testate la cui sopravvivenza sarà messa a rischio dal taglio del fondo per il pluralismo, fra cui il Roma, Il Manifesto, Avvenire, la Voce di Rovigo, il Primorski Dnevnik, la Lega delle cooperative di giornalisti, Radio Radicale, collaboratori e cronisti precari.

«In Campania, oltre il Roma, ci sono sette testate che rischiano di chiudere con il taglio all'editoria. Purtroppo dobbiamo prendere atto che le decisioni non vengono prese nel palazzo alle nostre spalle, ma dalla Casaleggio associati. Il presidente della Camera, Roberto Fico, aveva promesso che non ci sarebbero stati tagli ai contributi per i giornali delle cooperative e invece qualche giorno fa si è adeguato agli ordini di scuderia. E anche la Lega, che nelle scorse settimane, con Alessandro Morelli, aveva ripetuto che il taglio non sarebbe mai passato, oggi avalla l'emendamento dei 5 Stelle», dicono Antonio Sasso, direttore del Roma, e Roberto Paolo, presidente della File, la Federazione Italiana Liberi Editori, e vicedirettore del Roma.

Matteo Bartocci, del Manifesto, osserva come «non ci sarà in realtà nessun risparmio per lo Stato. Vogliono solo colpire una ventina di testate scomode: togliere i fondi a loro per poi riassegnarli, a totale discrezionalità del governo. Un colpo inaccettabile al giornalismo libero. Per questo dobbiamo iniziare qui, oggi, una battaglia tutti insieme. Con ancora più forza dobbiamo raccontare queste cose ai cittadini per informarli di quello che il potere prova a fare».

Andrea Billau, di Radio Radicale, rilancia l'appello ai parlamentari: «Non capisco come una forza politica che ha fatto del lavoro la sua bandiera, tanto da promuovere un decreto chiamato 'dignità', non si interessi della dignità dei lavoratori dell'informazione. Una contraddizione enorme. Spero in uno scatto di orgoglio del Parlamento. Spero che si divincoli dalla morsa del governo».

Simone Bonafin, della voce di Rovigo, lancia l'allarme: «Vogliono colpire le cooperative dei giornali che sul territorio portano ai propri lettori notizie che altrimenti non arriverebbero all'opinione pubblica. Se andasse in porto il taglio del fondo tante piccole realtà editoriale non potrebbero continuare ad esistere».

E Lidia Gattini, in rappresentanza della  Lega delle cooperative di giornalisti, rileva: «Ci accusano di essere indipendenti e per questo di essere dei mostri. Noi siamo la voce dell'informazione indipendente. Non abbiamo altri padroni oltre ai nostri lettori proprio perché siamo cooperative. Siamo editori puri eppure vogliono colpirci, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro».

In rappresentanza delle tante voci delle minoranze linguistiche e delle testate diocesane, in piazza anche la consigliera nazionale della Fnsi, Poljanka Dolhar e il segretario del Sindacato del Trentino Alto Adige, Rocco Cerone. «Senza contributo pubblico la comunità slovena in Italia resterebbe senza voce», dice la redattrice del Primorski. «Tante piccole realtà che raccontano i territori lontani verranno cancellate, con un danno per i cittadini», ribadisce Cerone.

A chiudere il presidio il presidente di Articolo21, Paolo Borrometi, giornalista sotto scorta per le sue inchieste sulla mafia. «Oggi siamo accanto a questi colleghi che vedono minacciato posto di lavoro. Loro, i colleghi di Radio Radicale e dei giornali locali, erano e sono accanto a noi cronisti minacciati quando c'è da raccontare le nostre storie. Senza il loro lavoro non ci sarebbe nessuna storia da raccontare e i cittadini non saprebbero quello che accade. Si vogliono colpire i giornali locali, che sono l'ossatura dell'informazione del Paese. Così si mette a rischio la possibilità per i cittadini di informarsi. E invece il giornalismo deve svolgere la funzione da cane da guardia della democrazia e deve essere messo nelle condizioni di farlo».

Gli interventi del direttore del “Roma”, Antonio Sasso e del Presidente della File, vice direttore del “Roma”, Roberto Paolo

Editoria, domani giornalisti in piazza contro il taglio dei fondi

ROMA. Domani, martedì 18 dicembre, il Consiglio nazionale della Fnsi aprirà i propri lavori in piazza Montecitorio, alle ore 10. Sarà un presidio simbolico, a poca distanza dal palazzo in cui ha sede l'ufficio del sottosegretario con delega all'Editoria, Vito Crimi (nella foto), per esprimere il dissenso della categoria per il taglio dei fondi per i giornali minori. Come informa una nota della Fnsi, all'iniziativa parteciperanno l'esecutivo dell'Ordine dei giornalisti e i colleghi di numerose testate «colpite dal taglio che il governo si appresta a inserire nel maxiemendamento alla legge di bilancio». La decisione del governo 5 Stelle-Lega, si legge nella nota, è un «atto ritorsivo contro la categoria, di cui mal si sopportano l'autonomia e lo spirito critico, oltre che un colpo contro il pluralismo dell'informazione e le testate minori, espressioni di minoranze culturali, linguistiche, politiche e di comunità italiane all'estero». «L'unico effetto del taglio - conclude la nota della Fnsi - sarà la chiusura di numerosi giornali e la perdita di posti di lavoro. L'auspicio è che i parlamentari di maggioranza e opposizione, facendo appello alla loro autonomia, sappiano impedire questo scempio». 

Somalo fermato a Bari: «Mettiamo bombe in tutte le Chiese d'Italia»

''Mettiamo bombe a tutte le Chiese d'Italia. La Chiesa più grande dove sta? Sta a Roma?". Sono le parole intercettate di Ibrahim Omar Mohsin, 20 anni, somalo, per gli inquirenti affiliato al Daesh (Stato islamico), noto anche Anas Khalil, fermato a Bari il 13 dicembre scorso da agenti della Digos della Questura nel corso dell'operazione 'Yusuf' e accusato di associazione con finalità di terrorismo, istigazione e apologia del terrorismo, aggravate dall'utilizzo del mezzo informatico e telematico. ''Quando uno ha ucciso con la strada di Allah, che la gloria sia con lui, non è morto'', dice sempre Ibrahim Omar Mohsin, in un'altra intercettazione durante un colloquio con un interlocutore di cui non state rese note le generalità. ''Quello che uccide i cristiani, i nemici di Allah, è un nostro fratello. Se uccide i cristiani è nostro fratello'', questo un altro 'proclama' di Ibrahim intercettato.  

Il gip del Tribunale del capoluogo pugliese ha convalidato ieri il provvedimento di fermo, disposto dalla Direzione distrettuale antimafia. Secondo quanto accertato dall’attività investigativa della Digos della Questura e della Dda della Procura della Repubblica del capoluogo pugliese, il giovane avrebbe aderito in modo totale all’ideologia dell'Isis, il cosiddetto Stato islamico. Il provvedimento restrittivo a carico del 20enne ritenuto affiliato al Daesh, in particolare alla componente armata somalo-keniota, è stato ritenuto di somma urgenza per i riferimenti, reperiti dagli investigatori, all'elaborazione di possibili progetti di attentati contro le chiese. I luoghi di culto sarebbero stati individuati quali possibili bersagli in quanto frequentati solo da cristiani. Tra le foto trovate nell'ambito delle indagini telematiche svolte dalla Digos della Questura di Bari anche quella della città del Vaticano.

Le indagini sono state coordinate a livello centrale dal Servizio per il Contrasto al Terrorismo Esterno della Dccp/Ucigos con il supporto dell’Aisi e del Federal Bureau of Investigation (Fbi) statunitense. L’indagine ha ben presto confermato la validità delle informazioni sul conto di Omar Ibrahim, consentendo anzi di acquisire gravi indizi di colpevolezza posti alla base, assieme al concreto pericolo di fuga, del provvedimento di fermo eseguito e poi convalidato dal gip.

La militanza nello Stato islamico di Omar Ibrahim si sarebbe concretizzata anche attraverso l'apologia di delitti di terrorismo operata su piattaforme social, in particolare su Facebook, dove ha diffuso post e foto aventi come contenuto l'esaltazione del 'martirio'. Apologia e condivisione che ha manifestato anche in occasione dell'attentato di Strasburgo. E' quanto ritengono gli investigatori della Digos e della Dda della Procura della Repubblica. Sono poi stati raccolti elementi circa l'intenso indottrinamento operato da Ibrahim Omar su un altro straniero in corso di identificazione, al quale avrebbe impartito vere e proprie istruzioni teorico-operative sul concetto di 'jihad' armato.

 

Calabria, obbligo di dimora per il governatore Oliverio

Falso, corruzione e frode in pubbliche forniture. Sono queste le accuse contestate a Mario Oliverio, presidente della Regione Calabria, per il quale è scattato l'obbligo di dimora nella sua abitazione a San Giovanni in Fiore nel cosentino. 

Sono 16 in tutto le misure cautelari emesse nei confronti di esponenti politici, dirigenti pubblici, funzionari e un imprenditore legato alla cosca Muto nell'ambito di un'inchiesta su falso, corruzione, abuso d'ufficio e frode in pubbliche forniture in Calabria. I finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria di Cosenza hanno eseguito le misure cautelare, nelle province di Cosenza, Catanzaro e Roma. Il provvedimento è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Catanzaro, Pietro Carè, su richiesta della direzione distrettuale antimafia di Catanzaro diretta dal procuratore Nicola Gratteri.

"Di fronte ad accuse infamanti ho deciso di fare lo sciopero della fame. La mia vita e il mio impegno politico e istituzionale sono stati sempre improntati al massimo di trasparenza, di concreta lotta alla criminalità, di onestà e rispettosa gestione della cosa pubblica", ha detto Oliverio aggiungendo: "I polveroni sono il vero regalo alla mafia. Tra l'altro l'opera oggetto della indagine non è stata appaltata nel corso della mia responsabilità alla guida della Regione. Quanto si sta verificando è assurdo. Non posso accettare in nessun modo che si infanghi la mia persona e la mia condotta di pubblico amministratore. Sarebbe - conclude Oliverio - come accettare di aver tradito la fiducia dei cittadini. Chiedo chiarezza! Lotterò con tutte le mie energie perché si affermi la verità". 
Dall'indagine, denominata 'Lande Desolate', sono emerse irregolarità nell'ammodernamento dello scalo aereo di Scalea e degli impianti sciistici di Lorica e anche nella successiva fase di erogazione di finanziamenti pubblici. Le indagini sono state condotte con l'ausilio di articolate tecniche e rilevamenti aerofotografici, che hanno consentito di ricostruire e riscontrare documentalmente le irregolarità. In particolare, le investigazioni, basate su una copiosa attività di riscontro documentale e sui luoghi di cantiere, hanno fatto emergere il completo asservimento di pubblici ufficiali, anche titolari di importanti e strategici uffici presso la Regione Calabria, alle esigenze di un imprenditore". Questo, avveniva, secondo gli investigatori, attraverso "una consapevole e reiterata falsificazione dei vari stati di avanzamento lavori ovvero l'attestazione nei documenti ufficiali di lavori non eseguiti al fine di far ottenere all'imprenditore l'erogazione di ulteriori finanziamenti comunitari altrimenti non spettanti". 
Emblematica, spiegano gli investigatori, "la spregiudicatezza che caratterizzava l'agire dell'imprenditore romano spinta al punto di porre in essere condotte corruttive nei confronti di pubblici funzionari, finalizzate al compimento di atti contrari ai doveri d'ufficio consistenti in una compiacente attività di controllo sui lavori in corso, nell'agevolare il pagamento di somme non spettanti ovvero nel riconoscimento di opere complementari prive dei requisti previsti dal codice degli appalti oltre al mancato utilizzo di capitali propri dell'impresa appaltatrice in totale spregio degli obblighi previsti dai bandi di gara". Le indagini hanno fatto emergere, inoltre, come l'imprenditore romano, nei confronti del quale è stata contestata l'aggravante dell'''agevolazione mafiosa'', "abbia impegnato poche decine di migliaia di euro a fronte di diversi milioni di euro previsti dai bandi di gara, circostanza ampiamente conosciuta e avallata dai soggetti preposti al controllo e alla erogazione delle somme, e dalle figure politiche coinvolte.

Qualità della vita, Napoli recupera tredici posizioni

NAPOLI. Napoli conquista 13 posizioni, ma resta bassa in classifica. A vincere la 29esima edizione della Qualità della vita è Milano. Un risultato inedito nell'indagine annuale del Sole 24 Ore. La provincia si piazza ben sette volte su 42 nei primi tre posti per le performance conseguite negli indicatori del benessere e conquista così lo scettro di provincia più vivibile d'Italia, dopo averlo sfiorato per quattro volte, fermandosi al secondo posto nel 2003 e 2004 e poi nel 2015 e nel 2016. Come ogni anno l'indagine del Sole 24 Ore scatta una fotografia delle città italiane, scegliendo di inquadrare la questione della vivibilità urbana tramite 42 parametri per ciascuna provincia (107 in tutto), suddivisi in sei macro aree tematiche (Ricchezza e consumi, Affari e lavoro, Ambiente e servizi, Giustizia e sicurezza, Demografia e società, Cultura e tempo libero), riferiti all'ultimo anno appena trascorso. 

Milano svetta negli indicatori reddituali, di lavoro e per i servizi. Al primo posto per depositi in banca pro capite, celebra un buon tasso di occupazione e vince l'iCityrate 2018 come migliore smart city. Anche la cultura sale sul podio, con la spesa media dei milanesi al botteghino. Tra i punti deboli la sicurezza (scippi, borseggi e rapine) e l'indice di litigiosità nei tribunali. Al secondo ed al terzo posto si piazzano Bolzano, in risalita dalla quarta posizione del 2017, e Aosta, in discesa di una posizione dallo scorso anno. In coda alla graduatoria, invece, si ritrova Vibo Valentia. È la quarta volta che compare sul fondo, circondata da numerose città del Sud. La città è penalizzata dalle performance legate alla giustizia, ai servizi e alle variabili reddituali. Ultima per durata media dei processi e pendenze ultra-triennali nei tribunali, registra anche una delle più basse spese medie degli enti locali per minori, disabili e anziani. In controtendenza i risultati della città sul fronte del turismo, con una permanenza media nelle strutture ricettive tra le più lunghe e un mercato molto accessibile per l'affitto di case. 

Resta stabile la qualità della vita nella Capitale. Roma si piazza al 21esimo posto, in linea con l'anno precedente (24esimo posto) in cui il numero di province saliva da 107 a 110. La ricchezza viene confermata dal dato medio dei prezzi delle case, in media il più elevato d'Italia, e dalla maggiore propensione agli investimenti fotografata dall'elevata percentuale di impieghi sui depositi. Pesano purtroppo sulla città il numero dei protesti pro capite, l'indice di litigiosità nei tribunali e le denunce per reati legati agli stupefacenti. Tra le altre grandi città, più a sud spicca la risalita di Napoli che conquista 13 posizioni: nonostante continuino a peggiorare le performance legate a Giustizia e sicurezza e Affari e lavoro, la città festeggia il miglioramento sul fronte della ricchezza e dei consumi, grazie ai prezzi di vendita delle case. Migliorano anche Venezia, Torino, Catania, Bari e Bologna, in controtendenza solo Genova e Firenze che perdono rispettivamente otto e dieci posizioni.

Ucciso a coltellate, confessano moglie e figli

L'hanno ucciso nel sonno, a coltellate. A chiamare il 118 per un'ambulanza è stata la moglie, una casalinga di 45 anni, che vive nel quartiere di Falsomiele a Palermo. I sanitari non hanno potuto che constatare la morte dell'uomo che è stato portato all'obitorio dell'ospedale Civico. Dopo l'interrogatorio della casalinga, che si è autoaccusata dell'omicidio, sono stati arrestati anche i due figli, uno di 20 anni e l'altro di 21, che hanno confessato anche loro. Insieme alla madre avrebbero pugnalato a morte l'uomo. Sarebbero stati usati tre coltelli diversi. Per tutti e tre l'accusa è di omicidio. La donna, secondo quanto apprende l'AdnKronos, ha raccontato agli investigatori che la coppia litigava in continuazione e che negli ultimi tempi i litigi erano diventati "quotidiani" anche alla presenza dei figli. "Stiamo cercando di capire fino in fondo le motivazioni che hanno portato a questo gesto di assoluta follia" dice Rodolfo Ruperti, capo della Squadra mobile di Palermo. Madre e figli parlano di "maltrattamenti che andavano avanti da anni - aggiunge Ruperti -, ma di cui noi non abbiamo assolutamente traccia". "Non c'è traccia di interventi da parte delle volanti né di sanitari dei pronto soccorso cittadini. Anche questo ci è apparso un po' strano". Ieri mattina, però, uno dei due figli maggiori della coppia aveva preso un contatto con ufficiali di polizia giudiziaria. "La madre oggi avrebbe dovuto formalizzare la denuncia per questi maltrattamenti contro il marito". I figli più piccoli della coppia al momento dell'omicidio non erano in casa, un particolare che potrebbe far pensare a un piano premeditato. "L'uomo è stato ucciso prima dai fendenti inferti dalla moglie con un grosso coltello da cucina - spiega Ruperti -. La donna è stata poi aiutata dai figli che hanno impugnato, invece, dei coltelli usati per squartare gli animali perché in passato lavoravano in una macelleria". Per l'omicidio sono stati usati tre coltelli diversi, da macellaio, tutti sequestrati dalla polizia. "Quando siamo arrivati", conclude, "ci siamo subito resi conto che a partecipare all'omicidio erano più persone che subito dopo hanno, comunque, confessato. Siamo davanti a un fatto molto cruento".
 

Così Di Maio farà chiudere duecento giornali

NAPOLI. La Lega ha ceduto alle pressioni dei Cinque stelle sul folle progetto di cancellare dalle edicole e dalla storia circa duecento testate su tutto il territorio nazionale, tra le quali anche il “Roma”. Sull’emendamento che prevede il taglio al fondo per il pluralismo dell’informazione è stato trovato un accordo nel governo gialloverde per un provvedimento che rappresenta un colpo durissimo alla libertà di informazione nel nostro Paese. 

«Non tagliamo i fondi dall'oggi al domani», ha detto il vicepremier Luigi Di Maio in commissione di Vigilanza Rai. «Non vogliamo determinare la morte delle testate - aggiunge - abbiamo fatto un piano di decrescita dei fondi che è triennale con l'obiettivo di disintossicare dalla politica e dai soldi pubblici le testate dandogli il tempo di accelerare la raccolta pubblicitaria. Poi se un giornale non vende più copie allora si deve fare altre domande», spiega ancora. Di Maio, poi, fa un riferimento alla vicenda che coinvolge Radio Radicale. «Non tagliamo tutti i fondi - dichiara - passiamo da 12-14 milioni a 9 che vengono 5 dal Mise e 4 dalla presidenza del Consiglio dei Ministri».

Evidentemente il ministro non sa di cosa parla e non ha capito neanche il senso dell’esistenza del fondo per il pluralismo che permette di far esistere voci che altrimenti sul mercato non riuscirebbero a sopravvivere. Quindi mente sapendo di mentire. «Le dichiarazioni del ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, in commissione di Vigilanza sulla Rai, in difesa della proposta di taglio progressivo del fondo per l'editoria, confermano la volontà di colpire il pluralismo dell'informazione. Il governo si assume la responsabilità di assestare un colpo mortale a numerose piccole testate, espressioni di minoranze o di determinati territori», affermano, in una nota, la Federazione nazionale della Stampa italiana e l'Ordine dei giornalisti. «Per non parlare di Radio Radicale, che sarà costretta a interrompere da subito le trasmissioni. Numerosi giornalisti e lavoratori del settore - prosegue la nota - perderanno il posto di lavoro, con buona pace di chi, come il ministro Di Maio, continua a parlare di lotta al precariato in modo strumentale e con evidenti finalità propagandistiche e di autopromozione. L'auspicio è che in Parlamento prevalga il buon senso e che i parlamentari non si rendano complici di un disegno che punta a cancellare la circolazione delle idee, colpendo il diritto dei cittadini ad essere informati e, come più volte ricordato dal presidente della Repubblica, l'articolo 21 della Costituzione».

Sono numerosi i parlamentari che si sono schierati contro la vergognosa decisione di Lega e M5S: «La libera stampa non è composta da tossine da eliminare. Il ministro Di Maio è perciò incappato in una terminologia infelice, evidentemente rivelatrice dell'atteggiamento pervicacemente ostile del M5S rispetto ai giornali», dichiara il senatore di Forza Italia Renato Schifani. «Non sappiamo in che tipo di mondo viva Di Maio, ma è anche arci noto che l'informazione da sempre è un costo per le aziende del settore. Lo Stato sostiene l'Editoria per questo. Dobbiamo aspettare anche in questo caso l'aumento della disoccupazione dei giornalisti licenziati», affema la senatrice di Forza Italia, Fiammetta Modena in una nota. Federico Fornaro di Leu parla di «un colpo al pluralismo informativo». «Di Maio poco tempo fa si rallegrava per la possibile chiusura di alcuni quotidiani ritenuti ostili, e poi azzera il Fondo per il pluralismo dell'Editoria. Questo è gravissimo e inquietante», ricorda il senatore Pd Francesco Verducci.  Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, ha scritto al sottosegretario Crimi per esprimere preoccupazione per il taglio all’editoria. Il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida ha annunciato battaglia. «Attraverso i cosiddetti tagli graduali, il Ministro Di Maio conferma di voler uccidere una volta per tutte l'Editoria, calpestandone ignominiosamente il cadavere», dichiara Stefano Maullu, europarlamentare di Fdi. L'Associazione Stampa parlamentare esprime forte preoccupazione per le disposizioni inserite nel testo del disegno di Legge di Bilancio. Preoccupazione condivisibile per la deputata di Forza Italia, Elvira Savino.

 

Pagine


cronaca
sport
politica
spettacoli

Rubriche

ODISSEA GASTRONOMICA
di Antonio Medici
RICETTE E CURIOSITÀ ATTENTI A QUEI DUE
di Antonio Sorrentino ed Enzo De Angelis
IL FATTARIELLO
di Edo e Gigi (I Fatebenefratelli)
REPORTACI
di Automobile Club Napoli
I PERSONAGGI
di Mimmo Sica
LA SCIENZA PER TUTTI
di Michele Sanvitale
BIRRA IN CAMPANIA
di Alfonso Del Forno
IL COMMERCIALISTA
di Carmine Damiano
IL COMMERCIALISTA
di Carmine Damiano
ODISSEA GASTRONOMICA
di Antonio Medici