Giovedì 19 Luglio 2018 - 2:17

Lavoro, tasso attività al Nord +17,7% rispetto al Sud

ROMA. Ben 17,7 punti percentuali dividono il Nord dal Sud, quando si confronta il tasso di attività tra le due aree geografiche dello Stivale: infatti se al Settentrione si arriva al 70,5%, il Sud si ferma al 52,8%. In altri termini il numero delle persone che lavora o cerca lavoro nel Settentrione supera di 17,7 punti il dato del Mezzogiorno. È quanto emerge dai dati contenuti nel dossier dell'Istat 'Italia in cifre' 2015, riferiti allo scorso anno, elaborati dall'Adnkronos. Il confronto tra donne e uomini che vivono nelle due aree geografiche evidenzia una differenza pari, rispettivamente, a 23,4 punti e 11,8 punti.

Al centro il tasso di attività arriva al 68,9% della popolazione, che sale al 76,6% per gli uomini e scende fino al 61,4% per le donne. Il tasso di attività, a livello nazionale, si colloca al 63,9% della popolazione di riferimento, con l'indice che scende al 54,4% per le donne e sale al 73,6% per gli uomini.

Differenze notevoli tra le aree geografiche si registrano anche quando si passa a esaminare il tasso di occupazione, che al Nord raggiunge il 64,3% mentre al Sud si ferma al 41,8%, con una differenza di ben 22,5 punti percentuali. Un gap enorme divide le due aree dello Stivale anche quando si passa ai dati sulla disoccupazione: è pari all'8,6% al nord, mentre raggiunge il 20,7% nel Mezzogiorno con una distanza di 12,1 punti percentuali.

L'Istituto di statistica, nel dossier, osserva che il Sud si distanzia in modo rilevante anche dal Centro, dove il tasso di occupazione arriva al 60,9% e la disoccupazione all'11,4%. Notevole, di conseguenza, è la distanza rispetto al dato nazionale per entrambi gli indicatori; il tasso di occupazione lo scorso anno è arrivato al 55,7% mentre la disoccupazione è arrivata al 12,7%. I collaboratori coordinati e continuativi e a progetto vengono utilizzati soprattutto al Nord, dove si concentra il 49,8% dei soggetti. Mentre il 27,1% lavora al centro e il restante 23,1% al Sud.

Spesa pubblica senza freni: per carta, benzina e bollette +11,7%

ROMA. Cresce la spesa del settore pubblico per l'acquisto di carta, benzina e bollette negli ultimi tre anni, passando da 121,1 miliardi del 2011 a 135,3 miliardi del 2014. In termini assoluti si tratta di un incremento di 14,2 miliardi (+11,7%). A lievitare sono state soprattutto le spese di beni e servizi delle aziende sanitarie, arrivate a 78,5 miliardi (+17,3%) e degli enti locali, che hanno raggiunto i 33,9 miliardi (+11,5%). I dati sono contenuti nella relazione della Corte dei conti sugli andamenti della finanza territoriale, consultati dall'Adnkronos.

Dalle tabelle della magistratura contabile emerge che il totale dei pagamenti effettuati dalle strutture pubbliche negli ultimi anni è aumentato in modo costante, arrivando a 838,1 miliardi lo scorso anno. Rispetto a tre anni prima l'incremento è stato di 25,5 miliardi (+3,1%).

Anche la spesa per beni e servizi ha registrato un costante incremento (+5,7% nel 2012, +4,2% nel 2013 e +1,5% nel 2014), con delle differenze tra le varie amministrazioni. Gli enti locali hanno visto aumentare le proprie ogni anno, anche se con percentuali molto differenti: +1,4% nel 2012, +9,5% l'anno successivo e +0,4% nel 2014.

Le aziende sanitarie hanno "copiato" il trend ascendente di comuni e province: si è infatti registrata una crescita del +6,2% del 2012, del +6,3% nel 2013 e infine del 3,9%. Le regioni hanno invece alternato una riduzione del 12,5% nel 2012, a un aumento del 16,9% per poi scendere di nuovo del 13,9% lo scorso anno, fermandosi a 2,7 miliardi.

Gli enti previdenziali, dopo un anno di incremento della spesa +4,6% nel 2012) e uno di variazione minima (+0,2% nel 2013), nel 2014 hanno ridotto i pagamenti del 4,5% fermandosi a 2 miliardi. Il settore statale, infine, nel 2012 aveva registrato un incremento della spesa del 19,7%, che negli anni successivi si è ridotta del 17,5% e del 4,1%, fermandosi a 13,3 miliardi.

La Cina svaluta ancora: terza volta in tre giorni

MILANO. Terza svalutazione in tre giorni per lo yuan da parte della Banca centrale cinese per rafforzare l'economia. People's Bank of China, ancora una volta senza preavviso, ha "aggiustato" il tasso di cambio giornaliero in ribasso di un altro 1,1% a 6,4010 contro il dollaro Usa. Martedì la banca aveva svalutato la prima volta la moneta cinese dell'1,9%, ieri dell'1,6%. La banca centrale deve ancora confermare l'operazione, ma il cambio è segnalato sul sito ufficiale del China Foreign Exchange Trade System. La terza svalutazione dello yuan era stata prevista dai mercati europei che non ne hanno risentito. Piazza Affari cresce dell'1,4%, Francoforte dell'1,44%, Parigi dell'1,7% e Londra dello 0,7% sulla scia dei mercati asiatici. La Borsa di Tokyo ha assorbito il colpo e, nonostante l'incertezza delle prime battute, ha terminato gli scambi a +0,99%. L'indice Nikkei ha ripreso 202,78 punti fino ad attestarsi a quota 20.595,55. Anche New York ieri sera ha chiuso gli scambi in recupero, con il Dow Jones, l'S&P e il Nasdaq di poco sopra la parità.

La Cina taglia ancora il valore dello yuan

MILANO. La valuta cinese si è ulteriormente indebolita all’apertura dei mercati asiatici, dopo la svalutazione record di martedì. La banca centrale cinese, la People's Bank of China, ha 'limato' il valore di riferimento dello yuan, tagliandolo di un altro 1,62%. Il valore di riferimento dello yuan ha una fascia di oscillazione più o meno del 2% nella quale lo yuan è legato al dollaro Usa.

 
La decisione della Banca del Popolo della Cina di svalutare lo yuan per sostenere le esportazioni fa tremare i mercati, con gli investitori preoccupati per lo stato dell'economia cinese. Avvio in ribasso per la Borsa di Milano con l'indice Ftse Mib che cede lo 0,72% a 23.524 punti, mentre l'All Share segna -0,67% a 25.216. In rosso anche l'indice Star a 25.543 punti (-0,59%). Partenza in territorio negativo per la Borsa di Londra con l'indice Ftse 100 che flette dello 0,77% a 6.613 punti. A Francoforte l'indice Dax cede lo 1,28% a 11.149 punti, mentre a Parigi in avvio l'indice Cac 40 perde l'1,04% a 5.046 punti.

Chiusura in territorio negativo per la Borsa di Tokyo con l'indice Nikkei che cede l'1,58% a 20.393 punti. Bene la produzione industriale giapponese: è cresciuta dell'1,1% mese su mese a giugno, rivista al rialzo rispetto all'aumento dello 0,8% indicato dai dati flash. Su base annua, la produzione industriale è cresciuta del 2,3% a giugno.

La Borsa di Wall Street ha archiviato la seduta ieri con l'indice Dow Jones che cede l'1,21% a 17.403 punti, mentre l'indice tecnologico Nasdaq archivia la seduta a 5.037 punti (-1,27%).

Inflazione, prezzi in calo a luglio

ROMA. Cala a luglio il prezzo del "carrello della spesa" degli italiani. «I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto diminuiscono dello 0,5% in termini congiunturali e dello 0,1% nei confronti di luglio 2014 (dal +0,2% di giugno)», rileva l'Istat.

I DATI SULL'INFLAZIONE. «Nel mese di luglio 2015, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,1% su base mensile mentre, come a giugno, aumenta dello 0,2% in termini tendenziali, confermando la stima preliminare» dell'Istat.

«La stabilità dell’inflazione è la sintesi di dinamiche differenziate per le diverse tipologie di prodotto: l’attenuazione del calo tendenziale dei prezzi degli Energetici regolamentati (-1,1%, da -3,6% di giugno) e l’accelerazione della crescita su base annua di quelli di alcune tipologie di servizi bilanciano le spinte al ribasso dei prezzi degli Energetici non regolamentati (-8,7%, da -7,2% del mese precedente) e degli alimentari non lavorati (+1,7%, da +2,1% di giugno)», continua l'Istat.

«Al netto degli alimentari non lavorati e dei beni energetici, l’"inflazione di fondo" sale allo 0,8% (era +0,6% a giugno); stabile l’inflazione al netto dei soli beni energetici (+0,8%)», prosegue l'Istat.

«Il calo mensile dell’indice generale è da ascrivere principalmente ai ribassi dei prezzi della Frutta fresca (-8,1%) e dei Vegetali freschi (-7,2%) – su cui incidono fattori di natura stagionale – e degli Energetici regolamentati (-0,5%) e non regolamentati (-0,8%); a contenere la contrazione è il rialzo dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+1,9%), anch’essi influenzati da fattori stagionali», continua la nota.

«L’inflazione acquisita per il 2015 è pari a +0,1% (era +0,2% a giugno)», continua l'Istat. «Rispetto a luglio 2014, i prezzi dei beni fanno registrare una flessione pari a quella rilevata a maggio e a giugno (-0,3%), mentre il tasso di crescita dei prezzi dei servizi sale allo 0,8% (da +0,7% di giugno). Di conseguenza il differenziale inflazionistico tra servizi e beni aumenta di un decimo di punto percentuale», prosegue la nota.

«I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona diminuiscono dello 0,9% su base mensile e crescono dello 0,7% su base annua (da +0,8% di giugno)», prosegue l'Istat. ''L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) diminuisce del 2,0% su base mensile – principalmente a causa dei saldi estivi di cui il NIC non tiene conto – e aumenta dello 0,3% su base annua (la stima preliminare era +0,4%), in accelerazione dal +0,2% di giugno», continua la nota.

«L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, diminuisce dello 0,1% - conclude l'Istat - sia rispetto al mese precedente sia rispetto a luglio 2014».

Tasse, paghiamo 904 euro in più della media Ue

ROMA. Se il carico fiscale del nostro Paese fosse in linea a quello medio europeo, ogni italiano risparmierebbe 904 euro all’anno di tasse e contributi. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia, rilevando che le imposte italiane sono tra le più alte dell'Ue.

La Cgia ha messo a confronto la pressione fiscale dei principali Paesi Ue registrata nel 2014 ed ha poi definito il differenziale di tassazione degli italiani rispetto ai contribuenti degli altri Paesi europei. Il risultato, scrive gli italiani occupare le primissime posizioni della graduatoria dei contribuenti più tartassati d’Europa. Tra i paesi Ue, la pressione fiscale più elevata si riscontra in Francia: a Parigi, il peso complessivo di imposte, tasse, tributi e contributi previdenziali è pari al 47,8 per cento del Pil. Seguono il Belgio, con il 47,1 per cento, la Svezia, con il 44,5 per cento, l’Austria, con il 43,7 per cento e, al quinto posto, l’Italia. L’anno scorso la pressione fiscale nel nostro Paese si è fermata al 43,4 per cento del Pil. La media dei 28 Paesi che compongono l’Ue, invece, si è stabilizzata al 40 per cento; 3,4 punti in meno che da noi.

Per la Cgia se la tassazione nel nostro Paese fosse in linea con la media europea, ogni italiano l’anno scorso avrebbe risparmiato 904 euro. Effettuando il confronto con la Germania, invece, si evince come i tedeschi paghino mediamente 1.037 euro all’anno in meno rispetto a noi. Analogamente, gli italiani pagano 1.409 euro in più rispetto agli olandesi, 1.701 euro in più dei portoghesi, 2.313 euro in più degli inglesi, 2.499 euro in più degli spagnoli e ben 3.323 euro in più rispetto agli irlandesi. Sempre rispetto al livello italiano di tassazione, si nota come gli austriaci abbiano pagato 80 euro in più rispetto a noi, gli svedesi 292 euro in più, i belgi 984 euro in più e, infine, i francesi, con ben 1.170 euro in più.

Dalla Cgia ricordano inoltre che il dato della pressione fiscale italiana relativa al 2014 non tiene conto dell’effetto del cosiddetto “Bonus Renzi”, pertanto, se si ricalcola la pressione fiscale considerando questi 6,6 miliardi di euro che praticamente sono un taglio delle tasse, anche se contabilmente vanno ad aumentare le uscite, la pressione fiscale scende al 43 per cento.

«Per pagare meno tasse - dichiara Paolo Zabeo della Cgia - è necessario che il Governo agisca sul fronte della razionalizzazione della spesa pubblica; con tagli agli sprechi, agli sperperi e alle inefficienze della macchina pubblica. Inoltre, questa operazione dovrà essere realizzata molto in fretta. Entro il prossimo 30 settembre, infatti, a seguito della mancata autorizzazione dell’Unione europea all’estensione del reverse charge alla grande distribuzione, il Governo dovrà reperire 728 milioni di euro, altrimenti è previsto un aumento delle accise sui carburanti di pari importo».

Benzina, scendono i prezzi

ROMA. Pioggia di ribassi per i prezzi raccomandati sulla rete carburanti italiana. Dopo il primo segnale dato ieri da Eni e a dispetto della lieve ripresa delle quotazioni dei prodotti petroliferi (a causa esclusivamente della debolezza della moneta unica), a limare i listini sono infatti oggi IP (-0,8 cent/litro su benzina e diesel), Q8-Shell (-1,5 cent sulla verde e -1 cent sul gasolio), TotalErg (alla seconda limatura in due giorni: -0,5 cent sulla benzina e -1 cent sul gasolio) e Tamoil (-1 cent su entrambi i prodotti).

 

Sul territorio, in attesa che vengano recepiti a pieno gli ultimi interventi delle compagnie, in base all'elaborazione di Quotidiano Energia dei dati alle 8 di ieri comunicati dai gestori all'Osservaprezzi carburanti del Mise, il prezzo medio nazionale praticato in modalità self della verde va, a seconda dei diversi marchi, da 1,622 a 1,656 euro/litro (no-logo 1,602). Per il diesel si rilevano prezzi medi self che passano da 1,428 a 1,461 euro/litro (no-logo a 1,418).

 

Quanto al servito, per la benzina i prezzi medi nazionali praticati sugli impianti colorati vanno da 1,699 a 1,796 euro/litro (no-logo a 1,630), il diesel da 1,510 a 1,606 euro/litro (no-logo a 1,445) e il Gpl da 0,588 a 0,619 euro/litro (no-logo a 0,581).

Dall'Istat nuovo allarme povertà in Italia

ROMA. Allarme povertà in Italia. Nel 2014 un milione e 470mila famiglie (5,7% di quelle residenti) era in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102mila persone. Sono le stime diffuse nel report sulla povertà in Italia che provengono dall'indagine sulle spese delle famiglie che ha sostituito la precedente indagine sui consumi.

Il fenomeno, per quanto allarmante, non sembra però in crescita. Dopo due anni di aumento, l’incidenza della povertà assoluta in Italia si mantiene infatti sostanzialmente stabile. Anche sul territorio, si attesta al 4,2% al Nord, al 4,8% al Centro e all’8,6% nel Mezzogiorno.

Nonostante il calo dal 12,1 al 9,2%, la povertà assoluta rimane quasi doppia nei piccoli comuni del Mezzogiorno rispetto a quella rilevata nelle aree metropolitane della stessa ripartizione (5,8%). Il contrario accade al Nord, dove la povertà assoluta è più elevata nelle aree metropolitane (7,4%) rispetto ai restanti comuni (3,2% tra i grandi, 3,9% tra i piccoli).

Tra le famiglie con stranieri la povertà assoluta è più diffusa che nelle famiglie composte solamente da italiani - prosegue l'Istat nel report - dal 4,3% di queste ultime, in leggero miglioramento rispetto al 5,1% del 2013, al 12,9% per le famiglie miste fino al 23,4% per quelle composte da soli stranieri. Al Nord e al Centro la povertà tra le famiglie di stranieri è di oltre 6 volte superiore a quella delle famiglie di soli italiani, nel Mezzogiorno è circa tripla.

Dall'indagine dell'istituto di statistica emerge inoltre che l’incidenza di povertà assoluta scende all’aumentare del titolo di studio: se la persona di riferimento è almeno diplomata, l’incidenza (3,2%) è quasi un terzo di quella rilevata per chi ha la licenza elementare (8,4%). Inoltre, la povertà assoluta riguarda in misura marginale le famiglie con a capo imprenditori, liberi professionisti o dirigenti (l’incidenza è inferiore al 2%), si mantiene al di sotto della media tra le famiglie di ritirati dal lavoro (4,4%), sale al 9,7% tra le famiglie di operai per raggiungere il valore massimo tra quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (16,2%).

Come quella assoluta, la povertà relativa risulta stabile e coinvolge, nel 2014, il 10,3% delle famiglie e il 12,9% delle persone residenti, per un totale di 2 milioni 654 mila famiglie e 7 milioni 815mila persone.

Anche per la povertà relativa si conferma la stabilità, rispetto all’anno precedente, rilevata per la povertà assoluta nelle ripartizioni geografiche e il miglioramento della condizione delle famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (l’incidenza della povertà relativa passa dal 32,3% al 23,9%) o residenti nei piccoli comuni del Mezzogiorno (dal 25,8% al 23,7%); in quest’ultimo caso il miglioramento si contrappone al leggero peggioramento registrato nei grandi comuni rispetto all’anno precedente (dal 16,3% al 19,8%).

Fisco, Contribuenti.it: violato lo statuto 2 volte su 3

ROMA. "In 15 anni lo Statuto dei diritti del Contribuente è stato violato 2 volte su 3 da parte dell'amministrazione finanziaria ed ha compromesso la lealtà tra i cittadini e la pubblica amministrazione". Questa è la sintesi del forte richiamo al rispetto dello Statuto del Contribuente effettuato stamane a Roma da Vittorio Carlomagno Presidente di
Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani nell'illustrare la ricerca "La tutela del contribuente nelle liti fiscali internazionali" effettuata dal Centro Studi e Ricerche Sociologiche Antonella di Benedetto di Krls Network of Business Ethics per conto di Contribuenti.it.
I dati della ricerca parlano chiari: in 15 anni, le violazioni allo Statuto del contribuente sono state 14.117, con punte record nel 2015 con 1.553 violazioni effettuate nel solo primo semestre.
Tra le principali violazioni è emerso che in 2 casi su 3 gli organi verificatori per "vincoli di bilancio" negano lo svolgimento della verifica fiscale presso lo Studio del difensore specializzato in diritto tributario, mentre 1 volta su 2 i verificatori fanno accesso presso le aziende senza effettuare alcuna attività di natura istruttoria, violando l'art. 12 della
Legge 212/00.
"In 15 anni con Lo Sportello del Contribuente abbiamo cercato di garantire i diritti previsti dalla L. 212/00 - ha affermato Vittorio Carlomagno - È importante invocare il rispetto dei diritti del contribuente ricordando ai verificatori che tutti gli Enti o Organi tributari devono adeguare il loro operato alle norme previste dallo Statuto".
 

Conateco, Nappi: «Non è chiudendo che riparte il Sud»

NAPOLI. «La vicenda della Conateco e dei suoi lavoratori non si può affrontare con logiche burocratiche» Lo afferma in una nota Severino Nappi, della direzione nazionale dell'Ncd. «Indipendentemente da ogni accertamento e verifica gestionale - prosegue Nappi - legittimo e sempre doveroso, ritengo che revocare la concessione alla società che movimenta oltre il 90% dei container del porto di Napoli - e quindi muove un pezzo significativo dell'economia regionale - sia pericoloso, specie in assenza di un piano di interventi strutturato e organizzato. La Regione dovrebbe immediatamente intervenire per ospitare un tavolo finalizzato, nel tempo occorrente a individuare soluzioni di sistema, a garantire la prosecuzione dell'attività d'impresa e con essa la salvaguardia dei circa 500 lavoratori che, tra diretti e indiretti, vi operano. Bisognerebbe insediare un organismo informale misto - composto da Autorità portuale, società, parti sociali e Prefettura di Napoli, col coordinamento della Regione - che, nel monitorare il rientro dell'esposizione debitoria e la normalizzazione della situazione,  consenta la normale prosecuzione delle attività e lanci un segnale di serenità anche al sistema armatoriale sul funzionamento del nostro porto, così come abbiamo sempre fatto in questi anni per vicende simili che ci hanno consentito di salvare tante realtà fondamentali per l'economia del nostro territorio. Non è tagliando e chiudendo stabilimenti che si fa ripartire la Campania e tutto il Sud.”

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